Omelie di Monsignor Riboldi - Anno Liturgico 2006/2007

Omelie di Monsignor Antonio Riboldi e altri commenti alla Parola, a cura di miriam bolfissimo

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Omelie di Monsignor Riboldi - Anno Liturgico 2006/2007

Messaggio da miriam bolfissimo » gio nov 30, 2006 10:56 am

      • Omelia del giorno 3 Dicembre 2006
        I Domenica di Avvento (Anno C)



        State bene attenti
Ma è davvero meraviglioso Dio, nostro vero "Papà", così Gesù chiamava il Padre, che non si stanca mai di amarci. È da quando Adamo, il primo uomo, con Eva si lasciò ingannare dal serpente, il più astuto tra gli animali, rinunciando al grande Bene di Dio, che Lui ci cerca con un amore che non conosce tempi, cattiverie, tradimenti, debolezze e limiti degli uomini. È da allora, nel momento in cui l’uomo Lo rinnega, che ci cerca, tutti, uno ad uno, come solo un padre sa fare verso i suoi figli. “Uomo dove sei?”. “Mi sono nascosto perché sono nudo”.

Due righe di una storia che non cessa di ripetersi in ogni tempo ed in ogni uomo. Dio è davvero un "papà" fedele al suo amore, qualunque sia la nostra risposta. Bussa alla nostra porta, continua a farsi trovare, dà segni che Lui ci cerca, come se i nostri atteggiamenti, tante volte negativi, non intaccassero minimamente la sua fedeltà. Noi siamo suoi figli e ai figli non si rinuncia mai!

Da qui la ragione del tempo santo, che oggi iniziamo a vivere, che ha un nome che è davvero un programma: ‘Avvento’, ossia tempo di attesa di Chi sta per venire.

Così la Chiesa definisce l’Avvento: “La Santa Madre Chiesa considera suo dovere celebrare con sacra memoria, in giorni determinati, nel corso dell’anno, l’opera della salvezza del Suo Sposo Divino. Nel corso dell’anno, poi, distribuisce tutto il mistero di Cristo, dalla Incarnazione e dalla Natività, fino alla Pasqua, all’Ascensione, alla Pentecoste e all’attesa della beata speranza e del ritorno del Signore” (Concilio).

“In quei giorni, oracolo del Signore - avverte il profeta Geremia - io realizzerò le promesse di bene che ho fatto alla casa d’Israele e alla casa di Giuda. In quei giorni e in quel tempo, farò germogliare per Davide un germoglio di giustizia; egli eserciterà il giudizio e la giustizia sulla terra. In quei giorni Giuda sarà salvato e Gerusalemme vivrà tranquilla. Così sarà chiamato: ‘Signore-nostra giustizia”’ (Ger. 53, 14-16).

C’è nell’aria, come grido del cuore di tanti, voglia di giustizia, di serenità, di pace. Davvero si è stanchi di vivere una vita bombardata da notizie che mostrano cosa produca vivere senza l’amore del Padre e vorremmo conoscere giorni di pace. Non sapendo come vincere la ‘nudità dell’anima’, troppe volte ci affidiamo all’avvento consumistico, che invade le strade con stelle, che non sono stelle del cielo, ma futilità dell’uomo, o con inviti alla dolce vita nei doni che vengono offerti, ma non hanno cuore. E così Dio viene, ma non è atteso, come lo attendevano le vergini sagge del Vangelo. Assomigliamo tanto, invece, a quelle stolte.

Così descriveva, quel santo uomo che fu don Clemente Rebora, mio confratello e padre spirituale quando ero giovane, questa corsa all’effimero senza cuore:
  • “Perso nell’ideal, strada non fa

    cogli di gioventù l’ora propizia

    afferra per il ciuffo la fortuna

    che ha la nuca calva.

    Come Adamo, sedotto, a farla mia

    precipitando a morte proclamai: Scelgo la buona sorte:

    e nella frode del piacer caduto

    sussurrava la gente scaltrita

    adesso conosci la vita”.
Nulla, proprio nulla, può prendere il posto di Dio, che si fa strada e vuole stare tra di noi, ‘Uno di noi’, per diventare Via, Verità e Vita.

L’Avvento, che iniziamo, deve essere il tempo in cui ci liberiamo dalle nebbie del cuore e ci facciamo trovare da Dio. Non è da uomini saggi buttare via il bene della vita, che è l’amore che Dio vuole donarci. Ci avverte oggi Gesù: “Allora vedranno il Figlio dell’uomo venire su una nube con potenza e gloria grande. Quando cominceranno ad accadere queste cose, alzatevi e levate il capo perché la vostra liberazione è vicina. State bene attenti che i vostri cuori non si appesantiscano in dissipazioni, ubriachezze e affanni della vita e che quel giorno non vi piombi addosso improvviso: come un laccio esso si abbatterà sopra tutti coloro che abitano sulla faccia di tutta la terra. Vegliate e pregate, perché abbiate la forza di sfuggire a tutto ciò che deve accadere e di comparire davanti al Figlio dell’uomo” (Lc. 21,25-35).

‘VEGLIATE E PREGATE’ sono le indicazioni che Gesù stesso ci dà per l’Avvento.

Questo ‘vegliare e pregare’, che ci suggerisce come ‘via’ per gustare l’Avvento e viverlo, a volte noi lo sperimentiamo quando attendiamo e si fa vicino un grande evento, o ancora meglio nell’attesa di una persona cara, più cara della propria vita. Si vive ogni momento pregustando la gioia dell’incontro...come i santi che ‘qui’ già pregustavano il Paradiso.

Ma il grande problema che mi pongo e pongo a voi è questo: Che Dio torni a noi, per farci gustare la bellezza che provavano Adamo ed Eva nell’Eden, quando Dio passeggiava con loro, a noi interessa?

In altre parole: Gesù è davvero il grande Amico che conta più della nostra vita, tanto da attendere intensamente il suo Natale per noi?

C’è in noi quel grande desiderio di vedere questo Cielo che ci sta sopra, eliminando le troppe nubi che creiamo, fino a nascondere la sua bellezza e dubitare che esista?

È l’eterna domanda che gli uomini tutti e sempre si pongono: Dio è davvero la sola felicità, il Bene di cui abbiamo bisogno? O amiamo, senza volerlo, la nostra ‘nudità’, che è la peggiore solitudine che si possa sperimentare?

Perché non si può capire la ricchezza dell’Avvento, se Dio non ci interessa... senza renderci conto che, se Dio non è il centro della vita, rischiamo drammaticamente di vivere...alla periferia della vita!

Vorrei ascoltassimo le parole del sempre amato Paolo VI: “Che Gesù, Figlio di Dio, si sia fatto uomo tra di noi ha un’importanza enorme. Riguarda la nostra conoscenza di Dio e delle nostre relazioni con Lui. Riguarda la nostra concezione dell’uomo. Interessa direttamente i destini della vita. Riguarda di conseguenza il modo di definire i rapporti tra gli uomini: riforma la politica stessa e la storia. Ancora di conseguenza il valore da dare alle cose. Diventa la sapienza del mondo, l’entusiasmo delle anime. È l’affermazione che obbliga il mondo, ogni coscienza a prendere una posizione spirituale e morale decisiva sul significato e valore della propria esistenza. Ha incominciato a svegliare e a mettere in moto dei poveri pastori nel primo momento in cui è stato annunciato che Dio è con noi nel Natale. Non lascerà più indifferente nessuna generazione e alcuna manifestazione di vita. Sarà l’INSONNIA DEL MONDO. Sarà l’aspirazione somma della spiritualità. Sarà la segreta forza che consola, che guarisce, che nobilita l’uomo, la sua nascita, il suo amore, il suo dolore, la sua stessa morte. Sarà il dramma della salute e della rovina, della verità e dell’errore, del bene e del male. Sarà la vocazione del mondo all’unità e all’amore. Sarà la costante energia a perseverare in ogni secolo e in ogni circostanza nella ricerca del bene e della pace. Sarà lo spirito di pietà e di intelligenza, di santità e di forza, che solleva a grandezza e pienezza le anime migliori di questa misera terra. È un’affermazione troppo importante, questa, di Gesù, Figlio di Dio, che a Natale si fa uomo come uno di noi, per rimanere ignavi, superficiali, insinceri, frettolosi dinnanzi ad essa. Bisogna considerarla con l’umiltà e la vigilanza e la purezza di cuore di chi, riconoscendo la verità, è disposto a consacrarle la vita” (Paolo VI).

Vi è in questo meraviglioso discorso di Paolo VI, quel nascosto desiderio che vi è nelle anime di buona volontà - e ce ne sono ancora tante, per grazia di Dio - di conoscere tempi migliori, in cui noi davvero possiamo conoscere la gioia dei figli di Dio.

Siamo davvero stanchi del ‘nulla’, che la terra, orfana di Dio, offre, senza riuscire a restituirci la felicità per cui Dio ci ha creati.

Occorre allora vestirsi della povertà di spirito dei pastori che, nella notte di Natale, si fecero trovare svegli e aperti alla Buona Novella, che l’Angelo recava, quasi a loro insaputa, cancellando di colpo tristezze vuote o banali e vita senza senso, per fare spazio a tutta la gioia di poter contemplare il Bambino appena nato, così povero, più di noi, da essere costretto in una grotta e conoscere per culla una mangiatoia.

Davvero, quando l’amore vuole manifestarsi e farsi dono, ama ogni nudità del mondo, per fare spazio alla bellezza del dono.

Allora, quando Gesù nacque, nel silenzio della notte, trovò solo i pastori: nessun altro si accorse di Lui né lo accolse. Oggi vogliamo esserci noi e, come i pastori, vogliamo farci inondare dal canto: “Gloria a Dio nei cieli e pace in terra agli uomini che Egli ama”.

È certo che in questo Avvento Dio bussa alla nostra porta e chiede spazio per nascere in noi. In questo tempo di Avvento chiede: “Vegliate e vigilate”. Lui verrà. Troverà la porta aperta?



Antonio Riboldi – Vescovo –

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Messaggio da miriam bolfissimo » gio dic 07, 2006 8:16 am

      • Omelia del giorno 8 Dicembre 2006
        Immacolata Concezione della Beata Vergine Maria



        Nostalgia di innocenza
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Credo sia un dono per tutti i miei amici, il fare festa insieme per la solennità dell’Immacolata Concezione, nostra Mamma, Guida e Maestra.

Il pensiero, o ancora meglio lo stupore, corre verso questa ‘donna’, concepita senza peccato originale e, quindi donna tutta luce, intelligenza, dolcezza, profondità d’amore, bellezza, in una parola, la Donna dal volto e dall’ animo candido e innocente.

“Tota pulchra es”, Maria - sei bella in tutto o Maria - canta oggi la Chiesa. La solennità dell’Immacolata è una di quelle più sentite da tutti, anche non credenti. Pare impossibile che su questa terra, che non è proprio il ‘terreno’ adatto per questa totale bellezza, sia apparsa, vissuta - nella comune esperienza di creature fatte, come afferma il Concilio nella ‘Gaudium et Spes’, di gioie e di speranze, di sofferenze e di angosce - una donna unica, che ha condiviso con Gesù tutto quello che noi ogni giorno viviamo, senza tuttavia farsi sporcare da una sola zolla del nostro quotidiano fango.

Maria era la donna preservata dal peccato originale, ossia senza la conoscenza della triste eredità lasciataci dai nostri progenitori, per attuare quell’immenso disegno di amore del Padre, di recuperare noi alla santità, ossia a quel candore di vita, che è di chi è chiamato a fare parte della schiera celeste.

Maria ha visto in faccia e nella esperienza cosa significhi vivere tra di noi.

Basterebbe ripensare al Natale di Gesù nella grotta, già al suo nascere rifiutato da noi; alla vita pubblica di Gesù, contestato da alcuni, cercato per necessità da molti, osannato e subito abbandonato e rinnegato persino dai suoi; al Suo dono della vita sulla croce, la sola via per farci tornare a essere figli di Dio, recuperando la nostra bellezza interiore, e in quel momento così tragico al suo fianco ‘stava la Madre e il discepolo prediletto con alcune donne’ ...noi dove eravamo? Eppure chi di noi non ha in fondo un desiderio immenso a cui non sa dare forse neppure il nome e che si chiama: ‘nostalgia dell’amore del Padre’, ossia voglia di bellezza, dolcezza, luce, come in Maria?

Quando con estrema sincerità, ci guardiamo ‘dentro’, in quello specchio che è l’anima, ci vediamo talmente piagati e sporchi, da provare disgusto e, nello stesso tempo, desiderosi di essere ‘puliti’, innocenti, come quando siamo stati battezzati. Proviamo ribrezzo per il fango che pare sommergerci in ogni realtà della vita, personale e pubblica, deformando la voglia di verità, eppure a volte pare troviamo ‘gusto’ a continuare a sporcarci, anche se poi sentiamo che questa non è la vita che vorremmo.

E guardiamo con grande nostalgia i santi, quanti, attorno a noi, sembra portino i segni dell’autentica bellezza di vita.

Diceva, un giorno, il Cardinal Schuster: “La gente che non vive la fede, quando ci vede uscire da Messa, non ci guarda neppure, perché forse non portiamo i segni della Bellezza che Gesù Eucaristia ci dona nella Comunione. Così come non si ferma davanti a tante nostre manifestazioni: il mondo ne offre di più attraenti. Ma quando incontra un santo si ferma, quasi avesse trovato ciò che vorrebbe”. Ed è vero.

“Dobbiamo essere capaci - ci diceva il grande Paolo VI - di vivere da buoni cristiani e, direi, da santi, anche in mezzo ad un mondo corrotto e tentatore. Guarda che il mondo che incontri è pieno di stimoli malvagi e cattivi, è pieno di veleni: bisogna che noi stessi ci
difendiamo. E a questo proprio ci invita il mistero dell’Immacolata Concezione. La purezza di Maria è una purezza concepita dal primo istante, profondamente inserita nell’essere e nella storia di questa creatura eccezionale.

Dobbiamo portare la nostra purezza e il nostro amore della virtù, non tanto e non solo negli atti esteriori, ma nel cuore, dove nascono i nostri pensieri, dove veramente siamo noi stessi: lì dobbiamo essere amorosi di Dio, lì desiderosi di essere buoni e puri, lì cercare di filtrare le impressioni cattive che nascono dentro e fuori di noi e cercare che lì la fiamma del proposito cristiano sia tranquilla, luminosa, pura. E se non riusciamo da noi, ecco che il mistero di purezza e di vittoria, ci mette sulle labbra questa invocazione: ‘Madonna, dacci la forza, dacci la virtù: dacci Tu ciò che ci manca’, e Maria, che non è estranea e lontana da noi, ma che ci è Madre, a chi l’invoca dà questa forza e bellezza e gioia”. (Omelia del 13 dicembre 1966).

Non resta a noi che spalancare la nostra porta alla grande voglia di infinito, di bellezza, di santità, senza spaventarci se qualche volta cadiamo, sapendo che Lei, la Mamma, è pronta a darci una mano per sollevarci, ma che non si spenga mai in nessuno la
nostalgia della Bellezza, che è in fondo il senso della nostra creazione.

Vorrei con voi, oggi, Solennità dell’Immacolata, pregare la Mamma Celeste con una semplice preghiera di Papa Benedetto XVI, nostro amato Pontefice.“Ave Maria, piena di Grazia, il Signore è con te. Tu sei la Dimora di Dio con gli uomini. In te il Verbo ha unito in Sé la mia umanità. Ecco i tuoi figli, o Mamma: educaci ad accogliere pienamente la volontà del Padre e a vivere nello Spirito Santo, l’unità del Padre e del Figlio. Insegnaci a dire, con Te e come Te, il nostro sì, nelle grandi scelte, come nei piccoli atti del nostro vivere quotidiano. Conduci la Tua famiglia alla fonte dell’acqua della vita, perché bevendola possiamo essere figli di Dio e Dio sia il nostro Dio.

Asciuga ogni lacrima dai nostri occhi: consola ogni pena, lutto e lamento e rialza chi è caduto”.



Antonio Riboldi – Vescovo –

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Messaggio da miriam bolfissimo » lun dic 11, 2006 3:13 pm

      • Omelia del giorno 10 Dicembre 2006
        II Domenica di Avvento (Anno C)



        Preparate le vie del Signore
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Sono tante le voci che oggi si alzano e chiedono un cambiamento di vita.

Avvertiamo tutti che sono troppi i motivi che danno profonda tristezza mettono in discussione la stessa sopravvivenza del pianeta, ma, quello che più addolora, si ha come l’impressione di essere caduti in un turbine di disordini morali che, non solo sembra abbiano la pretesa di oscurare la presenza del Padre, come se Dio fosse un impedimento alla vita, ma, quello che è peggio, oscurano la bellezza dell’uomo.

È ora davvero che tutti ci mettiamo in ascolto della Parola del Signore e viviamo questo tempo prezioso di Avvento nell’atteggiamento di chi intende ridare fiato alla speranza della novità di vita che Gesù dona a chi Lo cerca o L’attende con buona volontà.

La via del rinnovamento ce la indica proprio oggi il Vangelo di Luca:
  • “Nell’anno decimoquinto dell’impero di Tiberio Cesare, mentre Ponzio Pilato era governatore della Giudea, Erode tetrarca della Galilea e Filippo, suo fratello, tetrarca della Iturèa, della Traconitide e Lisània, tetrarca dell’Abilène, sotto i sommi sacerdoti Anna e Caifa, la Parola di Dio scese su Giovanni, figlio di Zaccarìa, nel deserto. Ed egli percorse tutta la regione del Giordano, predicando un battesimo di conversione per il perdono dei peccati, com’è scritto nel libro degli oracoli del profeta Isaìa: Voce di uno che grida nel deserto, preparate la via del Signore, raddrizzate i suoi sentieri! Ogni burrone sia riempito, ogni monte e colle sia abbassato; i passi tortuosi siano diritti; i luoghi impervi spianati. Ogni uomo vedrà la salvezza di Dio” (Lc 3, 1-6)
Luca presenta con solennità il grande evento dell’ingresso di Dio nella storia dell’uomo: una storia che non si ferma ai tempi di Giovanni Battista, ma che è un ‘oggi’ , e quindi tocca ciascuno di noi.

A leggere la storia che viviamo - anche se in modi diversi - sembra proprio che quel ‘preparate la via del Signore’ sia sempre di grande attualità. Possono infatti cambiare i modelli che l’uomo si dà nel tempo, a volte segnati da grande ottimismo, altre, e più spesso, da tragico pessimismo, ma la nostra relazione con Dio, e quindi l’accettazione del Suo amore, il convertirsi a Lui, davvero è un problema che riguarda tutti e ciascuno.

Potremmo infatti chiederci oggi: ‘Davvero per noi il Natale di Gesù, e quindi di Dio tra di noi, che si veste dei nostri ‘panni’, entra nella nostra esistenza, come sola felicità, o, come avverte il Battista, dal deserto, luogo del silenzio e del dialogo con Dio, ci trova freddi, indifferenti, superficiali?’.

Vi confesso che visitando tante comunità, incontro sì tanta indifferenza, ma, per grazia di Dio, vedo ‘segni’ confortanti di tanti, ma tanti, che vorrebbero un cambiamento radicale di questo tempo, che non cessa di stupirci, da un lato per i tanti doni che Dio ci offre con la tecnica e il progresso, ma anche con l’impressione che proprio questi beni sono una ‘invasione dell’uomo intero’ e lasciano un vuoto che favorisce tanta tristezza, oltre che tanti sintomi di preoccupazione.

È davvero il momento, questo, di farci prendere il cuore dalla certezza che Dio ha ‘a cuore’ la nostra storia, quella personale e quella di tutti, e cerca di farsi strada... come fece con Adamo ed Eva, dopo che questi gli avevano voltato le spalle e si erano trovati ‘nudi’.

Quell’accorato grido di Dio - “Uomo dove sei?” - è il grido che va ascoltato, perché è il grido dell’amore del Padre che ci cerca.

Questo, carissimi, è proprio il tempo in cui si deve avere la forza interiore, che è già dono dello Spirito, e domandarsi se c’è spazio per Dio e ‘cosa’ impedisce a che Lui si faccia vicino.

S. Giovanni Battista in qualche modo ci offre una mappa degli ostacoli che sono dentro di noi:
- ‘raddrizzare i sentieri’, ossia quali sono le vie della nostra vita e quali sono le strade sbagliate che determinano le nostre scelte;
- ‘ogni burrone sia riempito, ogni monte e colle sia abbassato, i passi tortuosi siano diritti, i luoghi impervi spianati’.

Purtroppo a volte siamo noi a costruire ‘monti e colline’, che impediscono la visione di Dio, così come frenano i nostri passi o li fanno volgere in direzioni opposte a quella della felicità, dono di Dio.

Siamo disposti a ‘spianare la via’ a Gesù che viene?Ricordo sempre quel caro amico che, una volta, sapendo del mio amore grande per i poveri, mi mandò un assegno di 365mila lire: ‘Non mi dica grazie - mi scrisse - mi sento soffocare dal benessere che, se da una parte pare sia la sola ricerca che rincorro, dall’altra, a volte, mi soffoca, togliendomi il necessario dello spirito. Questo che dono è solo un piccolo graffio e spero di riuscire lentamente a togliermi di dosso questa mancanza di respiro, percorrendo le vie della libertà dello spirito, per aprire le porte alla gioia, che sono certo è fare posto a Dio’. E così avvenne.

Questo momento di gioia, di aprire le porte a Dio, così, oggi, lo descrive il profeta Baruc:
  • “Deponi, Gerusalemme, la veste del lutto e dell’afflizione.
    Rivestiti dello splendore della gloria che ti viene da Dio per sempre.
    Avvolgiti nel manto della giustizia di Dio, metti sul capo il diadema di gloria dell’Eterno,
    perché Dio mostrerà il tuo splendore ad ogni creatura sotto il cielo.
    Sarai chiamata da Dio per sempre: ‘Pace nella giustizia e gloria della pietà’.
    Sorgi, o Gerusalemme, e sta in piedi sull’altura e guarda verso oriente:
    vedi i tuoi figli riuniti da occidente a oriente,
    alla parola del Santo, esultanti per il ricordo di Dio.
    Si sono allontanati da te a piedi, incalzati dai nemici:
    ora Dio te li riconduce in trionfo come sopra un trono regale.
    Poiché Dio ha stabilito di spianare ogni alta montagna e le rupi secolari,
    di colmare le valli e di spianare la terra, perché Israele proceda sicuro sotto la gloria di Dio.
    Anche le selve e ogni albero odoroso faranno ombra ad Israele per comando di Dio.
    Perché Dio ricondurrà Israele con gioia alla Sua gloria con la misericordia e la giustizia, che vengono da Lui”. (Baruc, 5, 1-9).
Pare impossibile che Dio mostri interesse e amore per ciascuno di noi.

E se è così per te, per me, per tutti, viene subito da chiederci: Come mai questo incredibile amore, a volte, pare non interessi, come non ne avessimo bisogno o, come alcuni affermano, come non esistesse?. Come ci spieghiamo allora la vita dei santi di ogni tempo, anche oggi, che, invece, di questo Amore e Presenza vivono, e ce lo mostrano sul volto e sono felici, sereni: una serenità che svilisce e offusca l’apparente nostra gioia, fino a metterla in discussione? Com’è possibile che ci lasciamo affascinare dalle ‘mille luci del mondo’ che, per Natale, ‘a suo modo’, prepara la ‘sua via’: quella del consumo, uno dei tanti effimeri che, dopo un breve sorriso, lasciano la bocca amara, ma tanto amara?

Facciamoci senza timore scuotere dall’amore di Gesù, che sta venendo e cerca il Suo posto nella nostra vita.

Vorrei mettere sulle nostre labbra, come un sospiro, la preghiera del pagliaccio:
  • “Signore, sono un fallito, però ti amo.
    Ti amo terribilmente, pazzescamente,
    che è l’unica maniera che ho di amare,
    perché sono un pagliaccio.
    Sono vari anni che sto nelle tue mani e verrà il giorno che verrò da Te,
    perché Tu dal primo istante sei venuto da me.
    La mia bisaccia è vuota, i miei fiori appassiti e scoloriti.
    Solo il mio cuore è intatto.
    Mi spaventa la mia povertà, mi consola la Tua tenerezza.
    Sono davanti a Te come una brocca rotta
    e se Tu vuoi, però, con questa creta puoi farne un’altra come ti piace.
    Signore, accetta la mia offerta.
    La mia vita è come un flauto pieno di buchi.
    Ma Tu prendila nelle Tue divine mani.
    E che la Tua musica passi attraverso me e sollevi,
    da pagliaccio che ama, i miei fratelli
    sia per loro come un ritmo che accompagni il loro cammino:
    allegria semplice dei Tuoi e loro passi”.



Antonio Riboldi – Vescovo –

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Messaggio da miriam bolfissimo » gio dic 14, 2006 3:24 pm

      • Omelia del giorno 17 Dicembre 2006
        III Domenica di Avvento (Anno C)



        Cosa devo fare?
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Che il Natale si stia velocemente avvicinando forse lo vediamo dallo sfarzo con cui il mondo lo prepara, ‘alla sua maniera’, illuminando le vie di ‘stelle’, con negozi che sembrano dare l’idea che la felicità sia nelle ‘cose’, o doni. Tutte vanità che poco aiutano a capire il grande Dono che Dio ci sta facendo: il Suo Figlio Unigenito, Gesù.

È Lui il vero e solo Dono di cui l’uomo, ogni uomo, ha bisogno...anche se non lo sa o non vuole ammetterlo.

Il resto è cornice di festa che può fermarsi lì, senza farci salire di un palmo verso le stelle che fanno corona al Dio tra noi e con noi. La Chiesa, invece, sollecita a essere lieti, perché Gesù è vicino. Così infatti scrive Paolo ai Filippesi:
  • “Fratelli, rallegratevi nel Signore, ve lo ripeto ancora, rallegratevi. La vostra affabilità sia nota a tutti gli uomini. Il Signore è vicino! Non angustiatevi per nulla, ma in ogni necessità esponete a Dio le vostre richieste, con preghiere, suppliche e ringraziamenti: e la pace di Dio, che sorpassa ogni intelligenza, custodirà i vostri cuori e i vostri pensieri in Cristo” (Fil 4, 4-7).
Una volta, questa domenica era detta: ‘Laetare!’, ossia ‘Gioite!’: ‘Fatevi riempire di gioia perché Dio è vicino’.

Se riflettiamo bene, e vi invito a farlo, la nostra vita assomiglia tanto a un tempo di attesa, o avvento: attesa che Dio si faccia vicino a noi e ci tolga dalla tristezza che ci avvolge e che, a volte, tentiamo di soffocare, affidandoci forse a quanto non ha cuore,
ossia alle cose che hanno solo ‘l’apparente splendore dell’oro’. Per cui c’è davvero un Natale necessario per tutti, sempre che trovi in noi posto nella ‘nostra grotta’, lontana dal chiasso del mondo.

Diciamoci la verità: siamo davvero stanchi di feste che non sono feste; stanchi di correre dietro a mode che sono illusioni di poco tempo; stanchi forse del vuoto che c’è in noi o della pesantezza delle nostre colpe; stanchi di non sapere se qualcuno davvero esiste, in cui porre fiducia. Ma non sappiamo come scrollarci di dosso questa stanchezza, che può diventare pericoloso cancro dell’anima, quando questa ha bisogno di quella pienezza di salute che solo Dio può dare.

Mi scrive un coraggioso giovane: “Mi capita di frequentare e confrontarmi con giovani di varie parrocchie e, spesso, anche con giovani che non le frequentano proprio, ma mi accorgo che ovunque la sete e la fame di Dio è tanta… Tutti ci attendiamo risposte da Dio e non ci diamo pace, perché non vediamo o non vogliamo vedere.
Nonostante la ricerca di Dio nei giovani sia costante, in ognuno di noi, singolarmente, spesso è come se esistesse un muro tra noi e Dio.
Ma questo muro può essere abbattuto e credo si possa realmente amare Dio come Padre e come Madre, riconoscendo in ogni piccolo gesto, che viene donato al più piccolo fratello, quell’amore gratuito e infinito, che un Padre ed una Madre possono donare.
Siamo stanchi di vedere anche preti, suore, gente di Dio correre dietro al lusso del mondo, creando quella velenosa opinione che essere preti sia un buon mestiere. I giovani cercano testimoni, gente controcorrente, che mostri chi è Gesù.
Siamo stanchi di vedere la gente soffrire nella disperazione della ricerca di un lavoro dignitoso dove ogni diritto viene riconosciuto e che invece viene puntualmente lasciata da sola a lottare contro questo pessimo sistema del mondo del lavoro e magari senza una parola di conforto.
Siamo stanchi di sentirci avviliti e lasciati soli nei nostri guai. Come dice un vecchio proverbio: ‘mal comune mezzo gaudio’; è proprio questo che vorremmo dagli uomini di chiesa, che sappiano scendere nell’animo di quel fratello che in quel momento ha bisogno e sappiano realmente condividere lo stato d’animo di quella sofferenza e fargli capire con le parole e con mille gesti, che dicano NON SEI SOLO!
Insomma è dall’esempio che può nascere un vero legame tra il giovane e la Chiesa e quindi Dio. Questo è il solo ‘pane spezzato’ di cui noi giovani abbiamo bisogno: persone che ci rincorrano per strada a fermarci se stiamo prendendo una strada sbagliata; persone che ci siano di conforto costantemente quando una disgrazia ci colpisce, riuscendo ad immedesimarsi e a vederci realmente come dei fratelli, perché ai fratelli non si dà il contentino della parola ad effetto e poi lo si manda a casa, ma un fratello non lo lasci un istante e ti preoccupa, anche se semplicemente non riesci a prendere sonno, per il dramma che vive”.

Non posso che ringraziare questo giovane che mi scrive e che parla a nome di tutti i giovani. È bello raccogliere e fare proprio lo sfogo. Per entrare in questo spirito di attesa, per ‘cambiarci dentro’ ed essere testimoni, come chiede il giovane, ci aiuta oggi l’evangelista Luca:
  • “Le folle interrogavano Giovanni: Che cosa dobbiamo fare? Rispondeva: Chi ha due tuniche ne dia una a chi non ne ha; e chi ha da mangiare faccia altrettanto. Vennero anche dei pubblicani a farsi battezzare e gli dissero: Maestro, che dobbiamo fare? Ed egli disse: Non esigete nulla più di quanto vi è stato fissato. Lo interrogavano anche alcuni soldati: E noi che dobbiamo fare? Non maltrattate e non estorcete niente a nessuno, contentatevi delle vostre paghe. Poiché il popolo era in attesa e tutti si domandavano in cuor loro, riguardo a Giovanni, se non fosse lui il Cristo, Giovanni rispose a tutti dicendo: Io vi battezzo con acqua, ma viene uno che è più forte di me, al quale non sono degno di sciogliere neppure il legaccio dei sandali. Costui vi battezzerà in Spirito Santo e fuoco. Egli ha in mano il ventilabro per ripulire la sua aia e per raccogliere il frumento nel granaio, ma la pula la brucerà con fuoco inestinguibile. Con molte esortazioni annunziava al popolo la Buona Novella” (Lc 3, 10-18).
Una esortazione anche per noi ad uscire dal chiasso della vita e recarci ‘nel deserto’, luogo di riflessione, di confronto con la Parola, e quindi di esame di noi stessi con sincerità.

È un grande dono arrivare a chiederci: E io che devo fare?. Una domanda che credo ci poniamo tutti, ma proprio tutti, oggi, quando sentiamo il bisogno di trovare la luce, e quindi di capire, udire, sentire l’amore del Padre che ci sta cercando. Questo è il vero dono del Natale di Gesù.

Ma ci sono tanti atteggiamenti da cambiare. Un buon segno sulla ricerca di un cambiamento è quella, non tanto strana, richiesta di solidarietà verso chi è solo e cerca da noi amore e aiuto. È davvero forte l’eco della solidarietà oggi. Che non sia la strada buona che ci conduce a Betlemme?

D’altra parte, come si fa a rimanere insensibili alle tante voci di fratelli che non hanno più voce e non conoscono la gioia della vita, perché senza colpa sono condannati a morire di fame o a vivere un’esistenza che tale non è?

Ogni volta, vi confesso, sento parlare di Africa o delle ‘tante afriche’ che sono anche nelle nostre città, mi assale l’angoscia di non avere la possibilità di dare una risposta a tutti. Ed è come assistere a un pericoloso ‘sbarramento nell’egoismo’ di troppi, che pure si dicono cristiani, ma non sono disposti a ‘recarsi nel freddo’ e chiedere a Giovanni Battista: ‘Cosa devo fare?’.

Cosa ci risponderebbe per diventare degni di ‘fare Natale’? Bisogna non fermarsi ad un momentaneo e fugace sentimento di pietà, ma condividere. Forse ci vuole il coraggio della fede e della carità. Non si può conoscere e creare speranza senza queste due sorelle: fede e carità.

Facciamoci prendere dalle parole del giovane, che ho citato sopra: ‘siamo stanchi di parole’. Un giorno scrissi, in un momento di sconforto, poiché non riuscivo ad avere braccia che arrivassero a tutti, una preghiera che vi offro:
  • Signore, questa sera non ho più voce,
    se non per dirti parole vuote.
    Insegnami a pregare ed amare.
    Signore, non so più, in questo mondo pieno di voci che tradiscono,
    trovare la voce che giunge a Te.
    Insegnami a pregare. Signore, a volte non prego neanche più,
    perché quasi non so più che Tu sei vicino a me.
    Insegnami a pregare. Signore,
    ora ti sto gridando che la vita mia e di tanti
    è vuota di senso e, a volte, non vogliamo neppure riflettere
    che il vero senso della vita sei Tu, Signore.
    Signore, insegnami a pregare.
    Signore, ci rimproveriamo che siamo incapaci di amare
    e intanto non ci ricordiamo che ogni vero amore viene da Te, è un dono.
    Insegnami a pregare.
    Signore, stasera vorrei fare vedere a tanti
    che mi si fanno vicini, per dirmi sofferenze e povertà,
    fratelli e sorelle la cui vita è stata sbagliata,
    che il mio volto per le lacrime diventa davanti a loro
    come un grumo di ghiaccio, per il dolore che condivido con loro:
    ma Tu, Signore, insegnami a pregare.
    Signore, vorrei regalare a questi fratelli e sorelle
    un sorriso che dica: ‘Dio ti ama come la pupilla dei Suoi occhi’
    ed invece ritrovo i miei occhi pieni di lacrime perché non lo so fare.
    Signore insegnami come si asciugano le lacrime degli uomini,
    come la Veronica asciugò il Tuo Volto sulla via del Calvario.
    Il loro ritrovato sorriso sarebbe come il ritrovato Tuo sorriso.
    Signore, ti prego, insegnami a pregare.
Antonio Riboldi – Vescovo –

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Messaggio da miriam bolfissimo » ven dic 22, 2006 11:32 pm

      • Omelia del giorno 24 Dicembre 2006
        IV Domenica di Avvento (Anno C)



        L’irrepetibile notte
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Non è facile, almeno per chi davvero vede nel Natale di Gesù l’amore del Padre, che si fa vicino all’uomo, con il Dono del Figlio, trovare parole che esprimano la gioia, la profonda certezza che la nostra vita ha davanti a sé “i cieli aperti”.

Forse tante volte questa gioia, che toglie la parola e lascia il posto alla commozione, alla voglia di dire GRAZIE A DIO, viene appannata dalla corsa ai “doni di natale”, che non si sa quale gioia duratura possano portare.

Tanti lo hanno capito e, non potendo materialmente, come i Magi, portare i propri doni al Bambino Gesù, li destinano a chi, come il Bambino nella mangiatoia, non ha nulla.

Quando ero bambino la mia famiglia era davvero povera, ci fu un Natale in cui mamma non aveva nulla di particolare da mettere in tavola. Ricordo, come fosse oggi, la sera della vigilia, con papà andammo da una parente, che gestiva una macelleria, per vedere se aveva avanzato qualche briciola di carne “da fare Natale”. Ma aveva venduto tutto e se ne rammaricò. Le erano rimaste le ossa dei vari prosciutti, da cui, con molta buona volontà, si poteva forse cavare qualcosina, che era rimasta appiccicata. Tornammo a casa con quelle ossa e papà riuscì a mettere insieme briciole di prosciutto... ma bastarono per “fare Natale” anche noi!

Bastarono perché... la festa del Natale era altrove: era a mezzanotte, nella parrocchia. Messa di rara emozione.

Ricordo che papà, forse intuendo in me una tristezza, che non c’era, mi disse: “Che vuoi di più? Il Bambino è nato: Dio è ora con noi. E credo che Lui valga più di tutto per essere contenti”. Poi sorridendo, quasi svelasse un segreto, mi disse: “Guarda che mamma è riuscita, non so come, ad avere un piccolo panettone. Che vogliamo di più?”.

E fu un Natale di gioia, la gioia del cuore, e mi sembrava di essere anch’io come il Bambino Gesù, che aveva nulla in quella mangiatoia, ma era la felicità di Dio.

Oggi, in questa vigilia, la Chiesa ci prepara alla santa Notte, con il racconto della visita di Maria a santa Elisabetta:
  • “Maria si mise in viaggio verso la montagna e raggiunse in fretta la città di Giuda. Entrata nella casa di Zaccarìa, salutò Elisabetta. Quando Elisabetta ebbe udito il saluto di Maria, il bambino le sussultò nel grembo. Elisabetta fu piena di Spirito Santo ed esclamò a gran voce: Benedetta sei tu fra le donne e benedetto il frutto del tuo grembo! A che debbo che la madre del mio Signore venga a me? Ecco, appena la voce del tuo saluto è giunto ai miei orecchi, il bambino ha esultato di gioia nel mio grembo. E beata colei che ha creduto nell’adempimento delle parole del Signore. Allora Maria disse: L’anima mia magnifica il Signore e il mio spirito esulta in Dio, mio Salvatore, perché ha guardato l’umiltà della sua serva” (Lc 1,20-48).
Maria aveva avuto la visita dell’Arcangelo: “Ave piena di grazia, il Signore è con te”, che l’aveva portata a conoscenza del disegno del Padre di non abbandonare affatto chi lui aveva creato e sempre amato come figlio, noi tutti.

Il grande disegno dell’amore del Padre era quello di venire tra di noi, farsi uno di noi, per darci di nuovo la possibilità, se lo vogliamo, di diventare figli meravigliosi dell’Altissimo, ossia tornare a essere figli adottivi dell’immensa famiglia del Padre, per sempre.

Maria, dopo un momento di esitazione, aveva accettato “liberamente” la volontà di Dio, ossia “concepire il Figlio per opera dello Spirito Santo”, con le parole: “Si compia in me la Tua Parola”, L’Arcangelo Gabriele, come a confermarla della grandezza dell’annuncio, le aveva rivelato che anche Elisabetta, nonostante l’età matura, attendeva un figlio e sarebbe diventata madre.

L’incontro gioioso con la cugina Elisabetta, che coinvolge anche il suo bambino, Giovanni, “che sussultò nel suo grembo” è la conferma definitiva della potenza dell’Altissimo e Maria esclama: “L’anima mia magnifica il Signore, perché ha guardato l’umiltà della Sua serva”.

Gli scettici, davanti alle meraviglie di Dio, a queste realtà divine, possono sorridere. Hanno occhi e cuore che non sanno varcare i confini della povera terra... anche se sono confini troppo stretti e inaccettabili per chi è stato creato da Dio. Non così per le anime semplici, umili, i puri di cuore che “vedono Dio e le sue meraviglie”! Come fu per Elisabetta che, come tutte le anime grandi, attendeva l’aprirsi del Cielo e
comprese il Dono che Dio aveva fatto a Maria: Colei che “aveva creduto all’adempimento delle parole del Signore”.

Verrebbe voglia di prendere per mano, questa notte, tutti gli uomini semplici, aperti a Dio e farsi condurre dagli Angeli alla grotta di Gesù, per ritrovare quella gioia, che ci manca tanto, per fare conoscere a tutti l’amore che è il solo “Pane celeste per la vita del mondo”.

Vorrei rivolgere a voi, carissimi, l’invito che faceva Paolo VI, il 25 dicembre 1965:
  • “Adeste, fideles. Avvicinatevi, o fedeli.
    Il nostro invito si rivolge a voi fanciulli, a voi giovani. Poiché voi siete avidi di gioia e di vita. Cristo è il vero eroe che sognate, il vero amico che voi cercate. Venite. Venite tutti è l’invito di Cristo. È l’invito della pace. Cristo è la pace. Comprenderà un
    giorno il mondo quale profonda e unica relazione componga questo binomio, Cristo e la pace. Questa è la speranza del mondo e della civiltà. O uomini sapienti e uomini potenti, o uomini giovani e uomini sofferenti, venite, venite al Natale di Cristo, venite e cercate, cercate e trovate nel Vangelo, nella Buona Novella, annunciata per il Natale, ciò che è indispensabile alla prosperità e alla pace dell’umanità. E cioè: la scienza dell’uomo, la sua vera natura e il suo destino; la legge per l’uomo, la legge che deve forgiare ogni uomo e ogni comunità, la legge dell’amore, e perciò la fratellanza, la collaborazione, la pace. Venite, venite tutti!”
Forse quell’invito, che viene da Dio stesso con il canto degli Angeli: “Gloria a Dio in cielo e pace in terra agli uomini che Egli ama” rischia di restare inascoltato, perché storditi dai tanti “venite!” che, a suo modo, il natale pagano rivolge: un natale senza Gesù, un natale del nulla, che ci lascia insoddisfatti.

Quante volte, scorrendo la storia della mia vita da sacerdote, riscopro “il più bel Natale”. Era il 25 dicembre 1968, dopo il terremoto nel Belice. Un Natale in baracca, con tanto freddo. Un Natale celebrato sotto una grande tenda, che aveva la povertà della mangiatoia. Lì lo spazio era tutto per Gesù Bambino... perché il mondo non arrivava e non arriva mai dove c’è la sofferenza e il dolore. Ma eravamo felici: tutti stretti a occupare ogni minimo spazio, come a farci sentire “una cosa sola”, verso un’unica speranza, e con “un tesoro”, dono di Dio, che era la gioia di essere insieme.

QUESTA NOTTE PENSO A TUTTI VOI,
MIEI CARISSIMI AMICI,
INCAMMINATI VERSO LA GROTTA DI GESÙ,
NELLE VOSTRE CHIESE,
ANCORA UNA VOLTA A CERCARE LA GIOIA
CHE VIENE DAL BAMBINO.

E CHE SIA, INSIEME, TANTA, MA TANTA GIOIA.



Antonio Riboldi – Vescovo –

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Messaggio da miriam bolfissimo » gio dic 28, 2006 10:18 am

      • Omelia del giorno 31 Dicembre 2006

        Sacra Famiglia (Anno C)



        Festa della Santa Famiglia
Oggi, ultimo giorno dell’anno, il mondo impazza nel fare festa, e ovunque è gara spettacolare, che è come chiudere gli occhi alle tante sofferenze che, l’anno che lasciamo alle spalle, ci ha mostrato. Gioie e speranze, angosce e sofferenze sono la varietà che ha accompagnato tanti...non tutti certamente, se pensiamo, anche solo per un istante, ai tantissimi che proprio non hanno conosciuto gioia e speranza.

Milioni di fratelli in Africa sono ridotti alla fame o costretti a fuggire dalla violenza, che è nei loro paesi; milioni, ovunque, sono trucidati in nome di guerre inspiegabili, o meglio frutto di odio, che è il ‘paradiso di satana’. Pensiamo ai ‘calvari’, sparsi nel mondo, dove ogni giorno tanti vengono crocifissi, sfruttati per la sola legge del profitto di pochi. Ricordiamo i tanti ammalati, che hanno conosciuto solo la sofferenza o, restando in casa nostra, i tanti poveri, forse nascosti, ma che vivono alla giornata senza speranza, appellandosi alla solidarietà che, a volte, è cieca e pigra.

Eppure si fa grande festa questa notte. Se vi è una ragione ‘vera’ per fare festa è per ringraziare Dio della vita che ci ha donato. Sappiamo molto bene come ogni istante della nostra giornata è sempre un alito del Suo immenso amore, è sempre un ‘ti amo’, che è il vero senso, la vera gioia e la vera fonte della bontà.

Tutti, oggi, sentiamo il desiderio di dare uno sguardo al nostro ‘diario’, che è il racconto quotidiano della nostra esistenza, per cercare e sottolineare i ricordi belli, quelli, forse rari, in cui abbiamo conosciuto amore e felicità nel profondo.

E tutti abbiamo pagine che portano un fiume di lacrime e la storia della salita al nostro calvario, che non possiamo evitare, ma a cui dobbiamo dare un senso, quello di conoscere la speranza della resurrezione.

La nostra fede, che è sempre un atto di confidenza e di amore verso il Padre, ci apre il cuore alla riconoscenza per il dono della vita, che continua a farci, per la sua infinita Misericordia nel chiudere un occhio alle nostre infedeltà, al nostro capriccio di andare per le nostre strade, quasi volendo staccarci da Lui e così perderci.

Ma Lui ci è vicino anche negli ‘sbandamenti’. Quante volte, quando ci siamo persi, ci ha cercati, trovati e, con incredibile amore, ci ha riportati a casa sulle spalle. Doveroso quindi dirgli: Grazie.

Necessario pregarlo, non solo perché continui a farci dono della vita, finché sarà Sua volontà e quindi ‘bene’ per noi, ma anche perché ci tenga sempre nelle Sue braccia... per non perderci!... e faccia trovare a tutti gli uomini la voglia di pace che Lui dona a chi ama.

Questo il significato della preghiera di ringraziamento che oggi, in tutte le chiese, viene cantata e a cui partecipiamo, se non in chiesa, almeno nelle famiglie o nel proprio intimo.

Con un pensiero di amore particolare a chi non sa dire ‘grazie’, perché la sua vita è stata solo sofferenza.

Ma, oggi, la Chiesa, dopo il Natale, celebra la festa della Sacra Famiglia e il Vangelo pare ci inviti a riflettere su una realtà che - per altri versi - è di tutti i tempi, anche dei nostri figli. Racconta sempre Luca:
  • “I genitori di Gesù si recavano tutti gli anni a Gerusalemme (Chi è stato in Terra Santa conosce la grande distanza che c’è tra Nazareth e Gerusalemme, e può valutare i disagi che hanno dovuto affrontare). Si recavano a Gerusalemme per la festa di Pasqua. Quando Gesù ebbe dodici anni, vi salirono di nuovo secondo l’usanza, ma trascorsi i giorni della festa, mentre riprendevano la via del ritorno, il fanciullo Gesù rimase a Gerusalemme, senza che i genitori se ne accorgessero. Credendolo nella carovana, fecero una giornata di viaggio e poi si misero a cercarlo tra i parenti e i conoscenti, ma non avendolo trovato, tornarono in cerca di lui a Gerusalemme. Dopo tre giorni lo trovarono nel tempio, seduto in mezzo ai dottori, mentre li ascoltava e li interrogava. E tutti quelli che l’udivano erano pieni di stupore per la sua intelligenza e le sue risposte. Al vederlo, restarono stupiti e sua madre gli disse: Figlio, perché ci hai fatto così? Ecco, tuo padre e io, angosciati, ti cercavamo. E Gesù rispose: Perché mi cercavate? Non sapevate che io devo occuparmi delle cose del Padre mio? Ma essi non compresero le sue parole. Partì dunque con loro e tornò a Nazareth e stava loro sottomesso. Sua madre serbava tutte queste cose nel suo cuore. E Gesù cresceva in sapienza, età e grazia, davanti a Dio e agli uomini” (Lc 2,41-52).
Questo è l’unico episodio della vita da fanciullo di Gesù di Nazareth: di Lui si viene a sapere che ‘cresceva in sapienza, età e grazia davanti a Dio e agli uomini...ed era sottomesso a loro’ e poi...silenzio fino a 30 anni.

Ma pesa, e fortemente, sulla nostra coscienza, questo sapere che Gesù a 12 anni ‘prenda le distanze da ogni dipendenza da Maria e Giuseppe’, affermando la ragione della Sua presenza tra di noi: la missione ricevuta dal Padre. Insegna che il suo vivere nella Sacra Famiglia era davvero un crescere nella conoscenza quotidiana del Padre, certamente condotto per mano dal contatto continuo con la Sacra Scrittura, in cui Lui, piccolo, intravedeva quello che il Padre desiderava. Il suo staccarsi dai genitori a Gerusalemme, durante la Pasqua, la dice lunga sulle priorità che il fanciullo aveva nella sua esperienza terrena tra noi. Ma, tornando a casa, stupisce anche l’affermazione, oggi difficile a trovarsi: ‘...era loro sottomesso’, come pure le modalità di crescita: ‘...in sapienza, età e grazia’.

Tutti i genitori lo sanno, o almeno dovrebbero saperlo, che vi è un’età, quella dell’adolescenza, da tanti definita ‘età negata’, in cui il figlio comincia a ‘prendere le distanze dai genitori’, cercando di affermare la propria identità, autonomia e libertà di scelta. E vorrebbe trovare ‘la sua via alla vita’. Tutto questo però, il più delle volte, è come un avventurarsi in un mondo difficile, molto difficile ed insidioso, che si presta a continui inganni, senza ancora la capacità di discernere ciò che è bello, buono, giusto e adatto a lui. E ne abbiamo di ‘vite spezzate’, prima ancora che inizino il cammino vero, quello che Gesù definì: “Non sapete che io devo occuparmi delle cose del Padre mio?”.

C’è attorno una grande voglia di ‘liberarsi’ dai genitori, ma senza sapere a quali valori affidarsi. E nascono i tanti drammi, che sono la cronaca di tutti i giorni. Quante volte veniamo a conoscenza di sofferenze infinite di papà e mamme, nel vedersi come rifiutati dai loro figli, ancora minorenni!

Si sa che, fuori della famiglia, ci sono troppi che si offrono ‘come amici di strada’, con cui ci si può perdere, seguendo la storia del figlio prodigo. E non c’è dolore più grande di questo per un padre o una madre: perdere il figlio o averlo in casa più come ospite che come figlio, indifferente alle sofferenze che arreca, felice delle sue trasgressioni e dei suoi capricci.

Ma anche ricorderò sempre quella volta che, invitato ad un recital da un gruppo di giovani, alla domanda: ‘Perché è così importante che io sia qui tra di voi?’, la risposta, datami da uno di loro sul palco, davanti a quella sala stracolma di adolescenti e giovani, mi raggelò: ‘Abbiamo bisogno di un papà, che ci voglia bene’. ‘Ma non l’avete?’ … come una sferzata: ‘Li abbiamo, ma si curano materialmente di noi, non hanno tempo per ascoltarci e per amarci’.

Mentre scrivo è come se vedessi la grande platea di adolescenti e giovani che ‘si sentono orfani’ e vorrebbero un padre per imparare a crescere nella vita, senza essere traditi dalla vita, e vedo quei tanti genitori che non sanno cosa fare per catturare il cuore dei figli.

Mi resta solo la preghiera. Io sono stato fortunato, perché non mi è mancato il vero amore di papà e mamma. Quando dissi loro a dieci anni che volevo farmi prete, mi consigliarono di pregare, pregare tanto. Ma il loro amore era stato il segreto della mia crescita e si fece sostegno nella scelta della mia vita. Offro alla vostra riflessione quanto il Santo Padre disse alle famiglie nel Convegno internazionale di Valencia, il 9 luglio:
  • “Le famiglie sono chiamate a vivere la più alta qualità dell’amore, perché il Signore si fa garante che ciò è possibile per noi, attraverso l’amore umano, sensibile, affettuoso e misericordioso, come quello di Gesù. Insieme alla trasmissione della fede e dell’amore del Signore, uno dei compiti più grandi della Famiglia è quello di formare persone libere e responsabili. Perciò i genitori devono continuare a restituire ai loro figli la libertà, della quale per qualche tempo sono garanti. Se questi vedono che i loro genitori - e in generale gli adulti che li circondano - vivono la vita con gioia ed entusiasmo, nonostante le difficoltà, crescerà più facilmente in loro quella gioia profonda di vivere, che li aiuterà a superare con buon esito i possibili ostacoli e le contrarietà che comporta la vita umana. Inoltre quando la famiglia non si chiude in se stessa, i figli continuano a imparare che ogni persona è degna di essere amata”.
E il Santo Padre chiude il suo insegnamento con questa preghiera che affido alle famiglie:
  • “O Dio, nella Sacra Famiglia,
    ci lasciasti un modello perfetto di vita familiare,
    vissuta nella fede e nell’obbedienza alla Tua volontà.
    Aiutaci ad essere esempio di fede e di amore.
    Soccorrici nella nostra missione di trasmettere la fede ai nostri figli.
    Apri i loro cuori perché cresca in loro il seme della fede ricevuta nel Battesimo”.
A tutte le famiglie una grazie, una preghiera e una benedizione.



Antonio Riboldi – Vescovo –

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Messaggio da miriam bolfissimo » sab gen 06, 2007 5:23 pm

      • Omelia del giorno 6 gennaio 2007

        Epifania del Signore



        Abbiamo visto la stella
  • “Alzati, rivestiti di luce, perché viene la tua luce: la gloria del Signore brilla su di te. Poiché ecco le tenebre ricoprono la terra, nebbia fitta avvolge le nazioni, ma su di te risplende il Signore, la Sua Gloria appare su di te. Alza gli occhi intorno e guarda: tutti costoro si sono radunati, vengono a te” (Is 60, 1-5).
È la gioia che esplode nel profeta che vede il giorno in cui Dio si mostra qui sulla nostra terra. Il giorno unico, meraviglioso di Dio che si mostra agli uomini, di ogni parte del mondo.

Una manifestazione che ha luogo solennemente attraverso i Magi, i quali,
  • “quando entrarono nella casa, videro il Bambino con Maria sua madre e prostratisi, Lo adorarono” (Mt 2, 1-12).
“L’Epifania - afferma Paolo VI - occupa un posto importantissimo, perché presenta e celebra un avvenimento, o meglio una serie di avvenimenti, mediante i quali Dio si è rivelato in Gesù. È la festa della Rivelazione divina nella storia umana. È perciò la celebrazione che riguarda un fatto capitale, tanto nella successione delle vicende umane nel tempo, quanto negli avvenimenti interiori delle anime in ogni tempo. Dio esiste, ma è ineffabile, è misterioso. Ma Dio si è fatto conoscere. Da allora questa conoscenza si è proiettata sul panorama umano. Da allora questo panorama si è illuminato, l’umanità ha preso senso, coscienza, ordine, destino. Anzi, il destino dell’uomo è venuto a rallegrarsi con quel raggio di luce che Dio ha fatto discendere sopra la terra” (6 gennaio 1962).

È così grande l’evento Epifania, che la Chiesa ortodossa celebra il Natale oggi, perché è nei Magi, che rappresentano tutta l’umanità, senza alcuna esclusione, che Dio si mostra presente, vicino e chiama tutti. Da allora è davvero iniziata la storia tra Dio e l’uomo, la vera storia per cui siamo stati chiamati, la vera storia che definisce la nostra grandezza, la vera storia su cui tutti siamo chiamati a misurarci: Dio presente, vicino a noi, a ciascuno di noi.

E il Vangelo racconta questa manifestazione di Dio, ieri, oggi, sempre:
  • “Nato Gesù a Betlemme di Giudea, al tempo del re Erode, alcuni Magi giunsero da Oriente a Gerusalemme e domandavano: Dov’è il re dei Giudei, che è nato? Abbiamo visto sorgere la sua stella, e siamo venuti per adorarLo” (Mt 2,3-12).
Nel racconto del Vangelo risalta subito un fatto, che è il punto di partenza del cammino dei Magi. Forse conoscevano qualcosa della storia del popolo ebreo: storia in cui i Profeti annunciavano la venuta del Messia, destinato a dare un volto di verità, non solo alla storia, ma soprattutto alla vita dell’uomo. Diremmo oggi, che erano uomini assetati di verità, e quindi di Dio. Ed è in questa sete che si fa strada l’ineffabile chiamata di Dio. Dio si fa guida a questa sete...con una stella! Una stella che li accompagna ed indica la via verso Betlemme. E cosa o chi avrebbero trovato? Importante era mettersi in cammino.

È proprio degli uomini, delle donne di buona volontà, assetati di verità, cercare la fonte dell’acqua viva, che tolga la sete. Quanti giovani, uomini, donne, sempre, anche nel nostro tempo, avvertono a volte un desiderio di Infinito, di Qualcuno che possa davvero riempire la vita. Non si lasciano spaventare dalle difficoltà che chiede la ricerca. La loro felicità inizia quando finalmente avviene l’incontro tra loro e Dio.

Mi ha sempre colpito il libro confessione di un filosofo francese che, dopo aver cercato a lungo, finalmente incontra la Verità e scrive la sua esperienza nel libro: “Dio esiste, io l’ho incontrato”.

“È impressionante - scrive Paolo VI nell’Epifania del 1962 - come oggi questo problema, ossia il problema religioso, nella sua vera natura e nella sua concreta soluzione, lasci indifferenti, diffidenti, ostili, tanti spiriti del nostro tempo. È impressionante notare il progresso dell’ateismo, dell’irreligiosità, dell’apatia religiosa nella civiltà contemporanea, ed anche nella nostra società. C’è chi dice che la religione è storicamente superata, chi praticamente inutile, chi nell’esperienza moderna irrepetibile. Così vediamo una moltitudine di persone che non si interessa più della religione e vive come se Dio non esistesse e a nulla giovasse, anche se esistesse...mettendo tra le notizie degne di nessun conforto, la incredibile Presenza del Figlio di Dio, tra di noi”.

Chi di noi ha avuto il dono dei Magi, di fare un cammino di fede, oggi si chiede pensosamente che senso si può dare alla vita senza la presenza del Padre che ci ama.

La risposta è in quella solitudine che è un’amara esperienza di tanti. Non si può ignorare l’amore di Dio che, facendosi uomo, vuole diventare il solo sostegno e la sola gioia vera per l’uomo. “Questa vita cui non so dare un significato, è una croce che qualche maligno ha voluto mettermi in spalla... una croce ornata di tante cose inutili, che la rendono ancora più pesante. Non capisco chi me l’ha data”.

È il ripetersi della storia di quanto hanno trovato i Magi, entrando a Gerusalemme: la città che aveva rifiutato un luogo dove Gesù potesse nascere: “Per Lui non c’era posto”.

La stessa città che, addirittura, trova ‘pericolosa’ la richiesta dei Magi: “Dov’è il re dei Giudei, che è nato? Abbiamo visto sorgere la sua stella e siamo venuti ad adorarlo”.

È la storia di una città che rifiuta anche l’idea che ci sia Qualcuno che valga più di tutto e di tutti, che è come dichiarare che la presenza di Dio è ‘un pericolo’, è qualcuno che non può soddisfare l’uomo nella sua ricerca di ‘altro’, che è tutto qui sulla terra. Ma è mai possibile che Dio, Colui che ci ha creato e ci vuole veramente bene, discretamente, come quel Bambino nella grotta di Betlemme, possa essere inutile per
l’uomo?

Se ci guardiamo dentro, ma bene, non possiamo non scoprire che, anche se siamo coperti d’oro, ci sentiamo ‘nudi’.Ci vuole altro per riempire il nostro cuore. Ci vuole davvero Dio. E ce lo dimostrano i ‘tanti magi’, ossia i santi, le anime davvero piene di Dio, che sono tra di noi ed hanno un perenne sorriso sulle labbra, che racconta l’immensa gioia di sapersi amati da Dio.

Questa solennità di un Dio che si manifesta e chiama a Sé, nella sua grotta, inevitabilmente suggerisce a tutti come i Magi, provenienti dall’Oriente, studiosi degli astri, fossero dei ‘cercatori’ di Qualcuno che avesse sede in Cielo, ossia un Dio a loro sconosciuto. In loro Dio ha posto la fede, ossia la fiducia e la speranza che, se vi era questo ‘bisogno di risposte, questa aspirazione interiore, certamente in qualche modo questo Dio si sarebbe manifestato. E Dio manda la sua stella, che fa da guida e li accompagna fino alla grotta.

Così commenta il grande Paolo VI: “Potremmo fortunatamente fare un elenco di fatti, che ancora parlano come ‘stelle o segni’ del misterioso mondo religioso. Vi sono i segni a cui la mentalità moderna è ancora sensibile per trarre argomento della realtà religiosa nascosta e da quei segni fatta palese. La storia dei convertiti - ed anche il nostro tempo registra magnifiche storie di conversioni alla fede cattolica - documenta l’esistenza, la verità e l’efficacia di alcuni segni, i quali hanno svelato segreti e confermato avvenimenti di carattere religioso. Lo Spirito Santo vibra ancora nel tessuto della esperienza umana e di tanto in tanto ferisce con la Sua Luce amorosa il cuore degli uomini, specialmente se questi sono in stato di ‘buona volontà’ e cioè di retto ed onesto impiego delle loro facoltà spirituali. E i segni della manifestazione di Dio nel mondo sono tuttora molti per chi li sa e li vuole osservare. Grande e primo segno è la Chiesa, testimone perenne di Cristo, e fatto parlante della Sua realtà storica e spirituale. Grande segno oggi è la carità, la carità vera nelle sue più umane ed antiche manifestazioni, ed anche nelle sue umili e silenziose sembianze, quando tanta cordiale bontà e tanta gentile bellezza irradi attorno a sé da suscitare nell’osservatore la domanda: donde mai questa luce?” (Festa dell’Epifania, gennaio 1962).

Occorre veramente avere la capacità di chiudere una buona volta gli occhi alle false stelle del mondo, che attirano e non sai dove ti portano, ed alzarli al di sopra di questo povero mondo... e sarà facile vedere un cielo pieno di stelle, che conducono tutte a Gesù.

Potremmo essere anche noi, con la nostra fede, la nostra testimonianza, stelle per chi ci sta intorno. E non è forse stupendo anche solo pensare che qualcuno guardi a te e veda in te la stella che cercava e conduce a Gesù, e quindi a una vita che sia, come per i Magi, ‘una grandissima gioia’?

Noi siamo abituati a chiamare stelle le bellezze del cinema, della TV, della ricchezza, o di quanto altro. Ma sono vere stelle? Noi non abbiamo bisogno di cercare e trovare ciò che lascia solo un grande vuoto nell’anima. Credo proprio che tutti voi, miei carissimi amici, che mi siete vicini, sentiate la voglia di trovare ‘la stella di Dio’.

Ricordo una Epifania nel Belice, tra le baracche. Venne meno l’elettricità e la sola luce era un cielo incredibilmente stellato. Era difficile essere lieti. Passeggiando tra le baracche, come a condividere anche questa sofferenza, dissi ad un gruppo di persone, affacciate sulle porte: ‘Ci manca tutto’. Mi risposero: ‘Finchè lei è tra di noi, sappiamo di avere una buona stella’. Provai una gioia intensa e profonda.



Antonio Riboldi – Vescovo –

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Omelie di Monsignor Riboldi - Anno Liturgico 2006/2007

Messaggio da miriam bolfissimo » gio gen 11, 2007 9:39 pm

      • Omelia del giorno 14 Gennaio 2007

        II Domenica del Tempo Ordinario (Anno C)



        Un bene da difendere e promuovere
Dire che imperversa sul matrimonio una vera bufera che vorrebbe, sotto forme sottili, intaccarne la natura, è poco.

Se infatti dopo l’aborto e il divorzio si distrugge il matrimonio, che ci resta di veramente solido e sicuro in questa nostra civiltà?

Se c’era e c’è un dono immenso di Dio è proprio quello dell’amore, ossia la capacità di farsi dono l’uno per l’altro e, in questo dono meraviglioso, anche se chiede anche sacrificio, si attua la vocazione che Dio dà a tanti, per coniugare il segreto della felicità e della perfezione, e, nello stesso tempo, per mettere alla prova la nostra capacità di amare con fedeltà, nonostante le necessarie prove che si possono incontrare.

Non solo, ma conoscendo la nostra debolezza, per sostenere il matrimonio, lo ha reso Sacramento, ossia è Lui a suggellare, dare forza con la Grazia. Potremmo dire che, nel sacramento del matrimonio, al momento del ‘sì’, Gesù viene una volta per sempre, come amico, il forte amico che darà forza a quel ‘nostro sì’, che a volte è debole, a volte eroico, a volte fragile, a volte inconsistente.

Così disse il Santo Padre al Convegno internazionale di Valencia, lo scorso anno:
  • “La famiglia è l’antico privilegio dove ogni persona impara a dare e ricevere amore. Per questo motivo la Chiesa manifesta costantemente la sua sollecitudine pastorale in questo ambito fondamentale della persona umana. Così essa insegna nel suo magistero. Dio è amore e ha creato l’uomo per amore e lo ha chiamato ad amare. Creando l’uomo e la donna li ha chiamati al matrimonio, a un’intima comunione di vita e di amore fra di loro, ‘così che non siano più due, ma una cosa sola’. L’uomo diventa immagine di Dio non tanto nel momento della solitudine, quanto nel momento della comunione. Il matrimonio, e quindi la famiglia, si fonda soprattutto in una profonda mediazione interpersonale tra il marito e la moglie, sostenuta dall’affetto e dalla mutua comprensione. Perciò riceve l’abbondante aiuto di Dio nel sacramento del matrimonio che comporta una vera vocazione alla santità” (Discorso del S. Padre, Benedetto XVI).
Vi era un tempo in cui il matrimonio forse aveva minore apparenza esteriore, ma aveva una profondità di affetto e durata, che non conosceva interruzione.

Mi diceva un giorno papà: “Sono più di 30 anni che vivo con mamma. Abbiamo passato momenti di difficoltà economiche fino alla povertà, perché voi figli eravate nati, ma ci siamo voluti bene, sempre. E oggi ti dico che senza mamma mi mancherebbe il fondamento della mia felicità. Non basta un’eternità per sperimentare la ricchezza che è nell’amore”.

Ci sono ancora queste famiglie in cui lo sposo possa dire della sua unione con la sposa la stessa cosa?

Nonostante il grande rumore, che fanno i mass media, che sembra obbediscano alla voglia di egoismo che separa, ci sono coppie, e tante, che nel matrimonio sanno ancora vivere la vocazione alla santità, dando testimonianza di un amore che non ha limiti e confini. Chi di noi non ha visto, a volte, il marito o la moglie che, davanti alla malattia o alla perdita del coniuge, si sono sentiti come mancare la vita e chiedevano a Dio di morire loro al posto dell’amato o, almeno, morire insieme? Quante volte io stesso mi commuovo quando benedico le nozze d’oro o d’argento. Sempre, fissando gli occhi degli sposi, noto serenità e spesso una felicità, come se fosse il primo momento del loro amore.

Se crisi c’è oggi nel matrimonio, al punto da chiamare tale, anche ciò che non può esserlo per natura, credo che dipenda dall’aver sfrattato dalla vita l’Amore, ossia Dio, origine di ogni amore e vita.

Un materialismo ateo ha come rotto le dighe di quello stupendo ‘lago’ che è il matrimonio e cosi si cerca di svuotarlo. Ma quando la diga non avrà più acqua, cosa sarà la vita?

È sotto i nostri occhi l’immane tragedia dei matrimoni spezzati, donne e uomini allo sbaraglio, come traditi, figli che non sanno più chi è il loro papà o la mamma. Davvero un grande calvario, là dove si era chiamati a costruire giorno per giorno un paradiso con fedeltà all’amore.

La Chiesa giustamente, in questa domenica, ci propone significativamente la Parola di Isaia:
  • “Per amore di Sion non tacerò: per amore di Gerusalemme non mi darò pace, finché non sorga come stella la sua giustizia e la sua salvezza non risplenda come lampada” (Is 6, 21).
Il discepolo Giovanni, che conosceva bene l’amore (basta leggere il suo Vangelo e le sue Lettere), come primo atto della vita pubblica di Gesù, dopo i 30 anni vissuti a Nazareth, racconta il miracolo delle nozze di Cana.
  • “In quel tempo, ci fu uno sposalizio a Cana di Galilea e c’era la madre di Gesù. Fu invitato anche Gesù con i suoi discepoli. Nel frattempo, essendo venuto a mancare il vino, la madre di Gesù gli disse: Non hanno più vino. E Gesù rispose: Che ho da fare con te, donna? Non è ancora giunta la mia ora. La madre disse ai servi: Fate quello che vi dirà.Vi erano sei giare di pietra per la purificazione dei Giudei, contenenti ciascuna due o tre barili. E Gesù disse loro: Riempite d’acqua le giare. E le riempirono fino all’orlo. Disse loro di nuovo: Ora attingete e portatene al maestro di tavola. Ed essi gliene portarono. E come ebbe assaggiato l’acqua divenuta vino, il maestro di tavola, che non sapeva da dove venisse (ma lo sapevano i servi che avevano attinto l’acqua), chiamò lo sposo e disse: Tutti servono da principio il vino buono e quando sono brilli quello meno buono; tu invece hai conservato fino ad ora il vino buono. Così Gesù diede inizio ai suoi miracoli in Cana di Galilea, manifestò la sua gloria e i suoi discepoli credettero in Lui” (Gv 2, 1-12).
Viene subito da chiedersi: ma qual è il vino o felicità che, oggi, viene tante volte, a mancare nei matrimoni?

Credo proprio che sia quella Presenza di Dio che, quando c’è - e tanti lo sanno - è ‘il vino’ necessario.

Sono tante anche oggi le coppie che si sostengono ed ogni giorno aumentano la bontà della loro unione con il dono che Dio dà nella carità: una carità che a sua volta diventa ‘sapore e forza delle unioni e della vita’.

Ricordo che un giorno chiesero a Madre Teresa di Calcutta quale fosse il segreto del suo sorriso anche di fronte a uomini ridotti a relitti sui marciapiedi, là dove noi passiamo e schiviamo. ‘L’Eucarestia’ rispose. Ogni giorno infatti in tutte le case dove le sue discepole esercitano la carità, c’è l’impegno di due ore di adorazione.

Mamma non perdeva mai l’occasione, qualunque fosse il tempo, di iniziare la giornata con la partecipazione alla S. Messa. ‘Senza Gesù non so come farei a essere una buona sposa e mamma’.

Ho incontrato coppie che hanno creato un angolo nella loro casa dove con molta solennità hanno posto un leggio con la Bibbia sempre aperta e dove ogni giorno trovano il tempo per attingere dalla Parola la forza del matrimonio e della famiglia. Ci sono sì, credetemi, tante testimonianze di matrimoni che davvero narrano con la loro fedeltà e felicità, la gioia di amare e di essere amati.

È certamente necessario oggi saper formare quanti intendono celebrare il sacramento del Matrimonio, a scoprire il segreto della fedeltà e della felicità, con una seria preparazione. Il matrimonio non può infatti ridursi alla sola esteriorità, che sembra già nascere senz’anima e senza futuro.

Diceva il grande Giovanni Paolo II:
  • “E’ una necessità questa che la Chiesa sente ardere dentro di sé, perché sa che il compito che la qualifica in forza della sua missione annunciatrice, affidatale dal Suo Sposo e Signore, si ripropone oggi con inusitata impellenza. Non pochi fattori culturali, sociali e politici concorrono a provocare una crisi sempre più evidente della famiglia. Essi compromettono così in diversa misura la verità e la dignità della persona umana e mettono in discussione, svisandola, l’idea stessa della famiglia. Il valore della indissolubilità matrimoniale viene sempre più misconosciuto, e si chiedono nuove forme di riconoscimento legale delle convivenze di fatto, equiparandole a matrimoni legittimi: non mancano tentativi di accettare modelli di coppia, dove la differenza sessuale non risulta essenziale” (Ecclesia in Europa, n. 90).
Così vorrei pregare con Madre Teresa, per le giovani coppie, che si preparano al matrimonio:
  • “Mio Dio, aiuta questa coppia ad essere un solo cuore pieno di amore.
    Dà loro una vita bella, nella quale possano essere un solo cuore nella gioia e nel dolore,
    nella salute e nella malattia.
    Concedi loro amore per i figli che avranno,
    e fa’ che la loro casa abbia sempre una porta aperta per il povero.
    Insegna loro, Signore, a pregare insieme così che possano sempre restare uniti”.


Antonio Riboldi – Vescovo –

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Omelie di Monsignor Riboldi - Anno Liturgico 2006/2007

Messaggio da miriam bolfissimo » gio gen 18, 2007 6:31 pm

      • Omelia del giorno 21 Gennaio 2007

        III Domenica del Tempo Ordinario (Anno C)



        Gesù si presenta agli uomini
Credo che abbiano fatto impressione benefica le parole che il Santo Padre, in occasione del Messaggio Urbi et Orbi, ha lanciato agli uomini del nostro tempo. È bene leggerlo, in questa domenica, in cui Gesù, nel Vangelo, fa il suo ingresso nel mondo di allora, che non era troppo differente dal nostro.

I tempi, che l’uomo interpreta, portano sempre i segni della sua debolezza, come se Dio non avesse mai aperto le porte del Cielo, le porte della speranza che non è utopia, ma pietra angolare su cui porre le fondamenta dei nostri progetti di vita. La ragione di questo enorme disagio è che non ci si affida a Colui che può salvarci.

Benedetto XVI, nel messaggio di Natale, si domanda:
  • “Ha ancora valore e significato un ‘Salvatore’ per l’uomo del terzo millennio? È ancora necessario un ‘Salvatore’ per l’uomo che ha raggiunto la Luna e Marte e si dispone a conquistare l’Universo, per l’uomo che esplora senza limiti i segreti della natura e riesce a decifrare i codici meravigliosi del genoma umano? Ha bisogno di un ‘Salvatore’ l’uomo che ha inventato la comunicazione interattiva, che naviga nell’oceano virtuale di Internet (come faccio io) e grazie alle più moderne ed avanzate tecnologie massmediali ha ormai reso la terra, questa grande casa comune, un piccolo villaggio globale? Si presenta l’uomo come sicuro e autosufficiente, artefice del proprio destino, fabbricatore entusiasta di indiscussi successi.
    Sembra, ma non è così. Si muore ancora di fame e di sete, di malattie e di povertà in questo tempo di apparente abbondanza e di consumismo sfrenato. C’è chi vede il proprio corpo e quello dei propri cari, specialmente bambini, martoriato dall’uso delle armi, del terrorismo e da ogni genere di violenza in un’epoca in cui tutti invocano e proclamano il progresso, la solidarietà e la pace per tutti. E che dire di chi privo di speranza è costretto a lasciare la propria casa e la propria patria per cercare altrove condizioni di vita degne dell’uomo? Che fare per aiutare l’uomo che è ingannato da facili profeti di felicità, chi è fragile nelle relazioni e incapace di assumere responsabilità per il proprio presente e per il proprio futuro in questo tempo e si trova a camminare nel tunnel della solitudine e finisce spesso schiavo dell’alcool e della
    droga? Che pensare di chi sceglie la morte credendo di inneggiare alla vita? Come non sentire che proprio dal fondo di questa umanità gaudente e disperata si leva un’invocazione straziante di aiuto. Per questo oggi, proprio oggi, il Salvatore viene tra la sua gente, Lui, il Salvatore vero” (dal messaggio Urbi et Orbi).
Come non condividere l’accorata analisi del Santo Padre, che toglie dal volto dell’uomo ogni ipocrisia, ogni smorfia che chiama sorriso, svelando ciò che è: un grido alla salvezza, una preghiera che Qualcuno gli mostri la via della salvezza.

Per questo Gesù si presenta alla sua gente, dopo 30 anni vissuti nel silenzio della povera casa di Nazareth con Giuseppe e Maria, vera culla di gioia e santità, vera anima di una vita dono del Padre, e subito proclama la sua missione di salvezza.

Racconta S. Luca:
  • “In quel tempo Gesù ritornò in Galilea con la potenza dello Spirito Santo e la sua fama si diffondeva in tutta la regione. Insegnava nelle sinagoghe e tutti facevano grandi lodi. Si recò a Nazareth, dove era stato allevato ed entrò, secondo il suo solito, di sabato nella sinagoga e si alzò a leggere. Gli fu dato il rotolo del profeta Isaia. Apertolo trovò il passo dove era scritto: Lo Spirito del Signore è sopra di me. Per questo mi ha consacrato con l’unzione e mi ha mandato ad annunziare ai poveri un lieto messaggio, per proclamare ai prigionieri la liberazione e ai ciechi la vista; per rimettere in libertà gli oppressi e predicare un anno di grazia del Signore. Poi arrotolò il volume, lo consegnò all’inserviente e sedette. Gli occhi di tutta la sinagoga stavano sopra di lui. Allora cominciò a dire: Oggi si è adempiuta questa Scrittura che voi avete udita con i vostri orecchi” (Lc 4, 14-21).
È la risposta di Dio alla disperazione o sete di speranza degli uomini di tutti i tempi...come se quell’Oggi non avesse mai sera o mattino, ma fosse un proclama per tutti noi ‘gaudenti e disperati’ in cerca del Salvatore.

Quanta gente incontro, nel mio piccolo, che non è affatto contenta: cerca di placare la sua innegabile sete di felicità in cose o obiettivi che non possono essere il Salvatore, ossia Colui che toglie la sete del cuore. Ci si trova alle volte con gli occhi pieni di lacrime, che la dicono lunga sulla nostra insoddisfazione, come camminassimo nel nulla, quando vorremmo vedere i passi della nostra vita rivolti verso la gioia, che solo Dio dà in pienezza.

Verrebbe la voglia, tante volte, di gettare le braccia al collo di tanti, ma tanti, che attendono chi sappia dire una parola di vita o dare un abbraccio di speranza. E Gesù si propone, lo vogliamo o no, come l’Unico che ha braccia grandi, dolci, come quelle del Bambino, pronte ad accogliere tutti, senza alcuna distinzione, anche i peccatori, per far conoscere la dolcezza e la misericordia del Cielo.

Ed invece, a volte, abbiamo quasi paura di quelle braccia tese, di quel Cuore che si offre come una grande, immensa casa, quella di Dio. Ed è davvero strana questa paura di affidarci alla Parola del Salvatore, mentre senza prudenza ci si affida alle false promesse dei tanti fasulli e ingannevoli profeti del nostro tempo. Noi forse preferiamo le parole vuote degli uomini alla Parola del Verbo fatto Carne. C’è davvero bisogno di entrare in quell’Oggi, senza paura, per farci prendere dallo stesso stupore che fu dei compaesani di Gesù.

C’è un bel racconto, tratto dal libro di Neemia, che vale la pena leggere e meditare.
  • “In quel giorno il sacerdote Esdra portò la Legge davanti all’assemblea degli uomini, delle donne e di quanti erano capaci di intendere. Lesse il Libro sulla piazza davanti alla porta delle Acque, dallo spuntare della luce, fino a mezzogiorno, in presenza degli uomini, delle donne e di quelli che erano capaci di intendere. Tutto il popolo porgeva l’orecchio a sentire il Libro della Legge. Fedra lo scriba stava sopra una tribuna di legno, che avevano costruita per l’occorrenza. Esdra aprì il Libro in presenza di tutto il popolo, perché stava più in alto di tutto il popolo. Come ebbe aperto il Libro tutto il popolo si alzò in piedi. Esdra benedisse il Signore, Dio grande e tutto il popolo rispose: Amen, amen, alzando le mani. Si inginocchiarono e si prostrarono con la faccia a terra dinanzi al Signore. I leviti leggevano il Libro e alla fine dissero: Questo giorno è consacrato al Signore vostro Dio. Non fate lutto e non piangete. Perché tutto il popolo piangeva, mentre ascoltava la Parola della Legge. Neemia disse: Andate, mangiate carni grasse e bevete vino dolce e mandate porzioni a quelli che nulla hanno preparato, perché questo giorno è consacrato al Signore nostro Dio. Non vi rattristate, perché la gioia del Signore è la nostra forza” (Neemia, 6, 8-10).
La commozione della gente di Nazareth e del popolo d’Israele è anche la commozione che prende tante volte chi si accosta alla Parola del Signore, con la stessa fede o sete di salvezza. Quanta gente ho visto piangere di gioia, come se la Parola udita avesse sciolto il ghiaccio del cuore. Forse, a volte, quelle lacrime di gioia non ci sono per la trascuratezza o abitudinarietà con cui ci mettiamo in ascolto o ci accostiamo alla Parola...e lo si vede durante certe omelie, che dovrebbero essere proclamazione della Parola e, forse, sono solo ‘prediche’, con poca convinzione, fede e gioia. Ma c’è tanta gente che cerca e trova il Salvatore nella continua familiarità con il
Vangelo, a casa, in viaggio, come se senza quella lettura non potesse ‘vivere’.

Riusciremo noi a farci prendere dalla fame della Verità? Riusciremo a dare voce alla nostra necessità di un Salvatore che ci aiuti a uscire dalla ‘massa gaudente e disperata’ di oggi?

È quello che in fondo sto cercando di fare con queste riflessioni, che offro ai miei amici. E tante lettere mi dicono che sono molti coloro che si lasciano prendere cuore e mente dalla Luce della Parola e scoprono o riscoprono, in Gesù, il Salvatore...uscendo dalla ‘massa gaudente e disperata’.

Sono dunque grato a Dio ed alla vostra buona volontà, per questo incontro settimanale, pregando che Gesù, il Salvatore, mostri il Suo Volto, a chi Lo riconosce e ascolta con fede e stupore.



Antonio Riboldi – Vescovo –

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Omelie di Monsignor Riboldi - Anno Liturgico 2006/2007

Messaggio da miriam bolfissimo » gio gen 25, 2007 11:22 am

      • Omelia del giorno 28 Gennaio 2007

        IV Domenica del Tempo Ordinario (Anno C)



        Oggi faccio di te una fortezza
“Ci vuole un bel coraggio - mi diceva un giorno un giovane, che viaggiava con me in aereo - non solo a testimoniare la nostra fede di battezzati, ma a dichiararsi sinceramente tali. L’ambiente in cui si vive, dalla famiglia al posto di lavoro, ai vari luoghi di ritrovo, pare sopporti con disagio che qualcuno sia’ cristiano. Si preferisce vivere nell’anonimato o non avere alcuna fede. È triste, pensando che noi battezzati abbiamo da Cristo, proprio nel Battesimo, il dovere di evangelizzare i fratelli, a cominciare dalla nostre famiglie. Ma si preferisce tacere. Cosa fare del resto? Ammiro lei che viaggia portando Cristo a testa alta, anzi, come l’Unico cui affidare l’esistenza, e si muove sulle orme del Maestro. Ma ci vuole coraggio. Non ha paura, non prova disagio?”.

È vero. A volte sembra che il distintivo di cristiano, la Croce, sia destinato solo ad essere esibito per le cerimonie esterne, per poi ritornare nell’anonimato in cui si vorrebbe restasse. Come se Dio non ci fosse.

Ed è veramente incredibile che, in una società che fa pressante appello alle sue radici cristiane, si debba vivere la fede ‘come un martirio’... a volte, per questo, rifiutati dalla società stessa!

Il Vangelo di oggi presenta Gesù che, nell’istante in cui proclama la Sua missione di salvezza, subito è rifiutato dai ‘suoi concittadini’. Non solo, ma, preannunciando quella che sarà la Sua fine, la morte in croce sul Calvario, vede il rifiuto di coloro che vuole salvare.
  • “In quel tempo, Gesù prese a dire nella sinagoga: Oggi si è adempiuta questa Scrittura che voi avete udita con i vostri orecchi. Tutti gli rendevano testimonianza ed erano meravigliati dalle parole di Grazia che uscivano dalla sua bocca e dicevano: Non è il figlio di Giuseppe?. Ma egli rispose: Di certo voi mi citerete il proverbio: medico cura te stesso. Quanto abbiamo udito che accadde a Cafarnao, fallo anche qui, nella nostra patria! Poi aggiunse: Nessun profeta è bene accetto in patria. Vi dico anche: c’erano molte vedove in Israele al tempo di Elia, quando il cielo fu chiuso per tre anni e sei mesi, e ci fu una grande carestia in tutto il paese, ma a nessuna di esse fu mandato Elia, se non a una vedova in Zarepta di Sidone. C’erano molti lebbrosi in Israele al tempo del profeta Eliseo, ma nessuno di loro fu risanato se non Naaman il Siro. All’udire queste cose, tutti nella sinagoga furono pieni di sdegno, si levarono, lo cacciarono fuori della città, e lo condussero fin sul ciglio del monte, sul quale la loro città era situata, per gettarlo dal precipizio. Ma Gesù, passando in mezzo a loro, se ne andò”. (Lc 4,21-30).
Gesù capisce l’effimera ‘consistenza’ della loro fede, che, sentendolo parlare, si ferma alla soglia del battimano e, quando gli si chiede quasi una esibizione inopportuna del suo fare miracoli, come fosse un ciarlatano, toglie la loro maschera di ‘credenti senza fede’... La reazione è immediata: vogliono ‘metterlo a morte’.

Così avverrà alla fine della sua missione, quando dalla piazza, scordandosi dei tanti miracoli da lui compiuti e, come a vendicarsi di un ‘profeta’, che sempre aveva parlato chiaro nell’annunciare il Vangelo, chiederanno che ‘sia crocifisso’.

È l’epilogo non solo di un grande evento di amore per noi, ma anche la conferma che la Verità di Dio non piace a tanti uomini. Preferiscono il parlar bene, ma non la verità.

Ed è così che anche oggi tanti si spellano le mani nell’ascoltare i troppi falsi profeti del nostro tempo, che sanno come ‘prenderci’ per il lato debole, la nostra ignoranza e superficialità, per proporci ‘paradisi’, che tali non sono. Quante volte ho sentito dire dagli ex terroristi: ‘Sono diventato quello che sono perché ho dato retta a cattivi maestri’. E quante volte veniamo derisi perché non siamo ‘alla moda’, ossia non facciamo piazza pulita dei valori della persona, che sono la nostra veste di figli di Dio, per indossare gli stracci dell’effimero, che riduce a marionette che stanno al gioco, ma sono tremendamente infelici.

Oggi davvero occorrono ‘uomini e donne di fede’, che sappiano mostrare il Volto di Dio, senza paura e, senza disagi, con la semplicità dei santi, vestano l’abito della verità, costi quel che costi, rimanendo ciò che veramente siamo: figli di Dio.

Il mondo ci invita a idolatrare il benessere, il piacere ad ogni costo, il successo e il potere...non importa se questo ci chiede di calpestare la nostra meravigliosa identità di figli del Padre!

Così parla il profeta Geremia:
  • “Prima di formarti nel grembo materno ti conoscevo e prima che tu uscissi alla luce ti avevo consacrato. Ti ho stabilito profeta delle nazioni, tu, dunque, cingiti i fianchi, alzati e di’ loro tutto ciò che ti ordinerò. Non spaventarti alla loro vista, altrimenti ti farò temere davanti a loro. Ed ecco, oggi, io faccio di te come una fortezza, come un muro di bronzo contro tutto il paese, contro i re di Giuda e i suoi capi, contro i suoi sacerdoti e il popolo del paese. Ti muoveranno guerra, ma non ti vinceranno, perché Io sono con te per salvarti” (Ger 1, 17-19).
Leggendo queste parole e, prima ancora, quelle di Gesù a Nazareth, mi viene spontaneo chiedermi se, come vescovo, davanti all’uomo di oggi, facilmente ingannato, ho il coraggio del missionario, che non ha alcuna paura di annunciare la Verità di Dio, anche se è un contrastare le ‘comode verità’ del mondo, rischiando di essere emarginato.

Ho vissuto il mio mandato sacerdotale ed episcopale in un territorio dove a volte ‘gridare la verità’ poteva costare la vita. Ma ho sperimentato che davvero Dio mi ha aiutato ad essere ‘un muro di bronzo’ ...sapendo che Lui era sempre con me e che, per la mia missione di ministro di Dio, quindi della Verità e della Misericordia, era mio dovere non avere paura e indicare, a tempo opportuno e con forza, le vie del Bene. Quante volte ho dovuto alzare la voce contro i mali della criminalità organizzata e i mali del mondo, sempre mettendo in conto la possibilità del ‘martirio’.

Mi confortava la profonda amicizia che avevo con l’amato Papa Giovanni Paolo II che, sempre, incontrandomi, mi diceva con forza: ‘Non avere paura, mai!’. Come del resto era la sua missione nel mondo, ovunque. Con forza, ripeto, e carità.

Voglio ricordare - e mi confondo anche solo a narrarlo - un venerdì santo, giorno della Via Crucis in Diocesi, cui partecipavano migliaia di persone. Qualcuno del ‘gruppo di fuoco della criminalità’ mi invitò a non partecipare, perché era possibile un attentato. Non diedi ascolto neppure al Commissariato e, al momento opportuno, scesi tra la gente. Per tutelarmi le forze dell’ordine vollero che stessi nel mezzo della processione, isolato, con a fianco un carabiniere e un poliziotto a difendermi. Sempre mi fecero dolce compagnia le parole del Santo Padre: ‘Non abbiate paura’. Ma mi sentivo ‘poca cosa’ di fronte al grande vescovo di Shangai, Mons. Francis Xavier Ngunten Van Thuan, eletto poi Cardinale e Presidente del Pontificio Consiglio per la giustizia e la pace. Eravamo stati invitati insieme a partecipare alla marcia della Pace a Boves, vicino a Cuneo. Era stato in carcere, quello duro, dove è possibile solo vedere le sbarre e le guardie di custodia ed essere indottrinato ogni giorno. Portandolo in carcere, non gli avevano concesso alcunché di religioso: niente breviario, né Bibbia, nessun messale. Nudo di tutto ciò che era parte del suo ministero. Lui solo...con Dio. Così per 16 anni! Aveva chiesto di portare con sé una bottiglietta di vino ‘per la salute’ ed ogni giorno conservava un pezzetto di pane. A sera, quando era solo, celebrava la S. Messa - non so come facesse senza messale. Consacrava due gocce di vino sul palmo della mano e il pezzetto di pane. Racconti di santi martiri. Alla fine, alcune guardie, ammirandolo, chiesero di essere battezzate e partecipare a quella solenne Messa. Quando lo incontrai aveva al collo una croce composta con legno del carcere e la catena fatta con il filo spinato. Si accorse della mia ammirazione ed amicizia e voleva a tutti i costi donarmela. La rifiutai perché per lui era segno del martirio a lungo subito, per me solo un prezioso dono.

Di fronte a questi fratelli - ed oggi sono tanti, ovunque - che predicano il Vangelo sempre sul filo del martirio, confesso che mi assale come una grande malinconia, soprattutto se li paragono al disagio di molti nel testimoniare il Vangelo con la vita o alla paura di chi si rifugia nell’anonimato, che è come cancellare Dio dalla propria storia.

Viene da interrogarci sulla qualità della nostra fede e missione, in questo tempo assetato di Verità, in cui troppi però non trovano sorgenti di acqua viva. E che diranno di noi, dal Cielo, coloro che hanno dato la vita per essere cristiani?

Spero tanto e prego perché tutti possiamo diventare coraggiosi e gioiosi testimoni di Cristo... anche se sarà necessario andare contro corrente. Solo così si può costruire una civiltà di amore e di fede, di pace e di solidarietà, a misura di Cristo.



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Omelie di Monsignor Riboldi - Anno Liturgico 2006/2007

Messaggio da miriam bolfissimo » gio feb 01, 2007 2:25 pm

      • Omelia del giorno 4 febbraio 2007

        V Domenica del Tempo Ordinario (Anno C)



        L’invito ad “andare oltre”
Chi di noi, fin da ragazzo, e ancor più da giovane, non ha sognato grandi traguardi nella vita? A volte traguardi che sono rimasti solo sogni, perché impossibili o irraggiungibili? Ma guai se la nostra vita non avesse sogni! Sarebbe come un condannarsi a vivere alla giornata, senza mettere a frutto i tanti carismi che Dio, con generosità, ci ha donato.

È certo che Dio, per dare una immagine della Sua infinita potenza nell’amore e nel bene e per proclamare il Suo amore all’umanità, a tutti, ma proprio tutti, senza distinzione tra ricchi e poveri, sani e malati, semplici e colti, ha dotato gli uomini di capacità che a volte esplodono nelle meraviglie che possiamo contemplare nella vita dei santi, che sono, per la loro varietà, come un immenso cielo dai mille colori e disegni, o semplicemente nel dono di creare il bello e il buono, che viene sempre da Lui, come è nella poesia, letteratura, scienza, e tutto quello che volete.

Tutte queste doti hanno un solo fine: dare gloria al Padre, esprimere amore e servizio e suscitare il bene tra gli uomini.

Purtroppo sperimentiamo anche come, a volte, noi uomini usiamo le capacità che Dio ci ha donato per un’affermazione di superbia o addirittura per scoperte contro l’uomo. Basta un esempio. Quando gli scienziati scoprirono l’energia dell’atomo, certamente si trovarono di fronte ad una grande forza della natura. Sappiamo tutti che noi uomini, per la libertà, dono del Signore, possiamo usare i beni di Dio come gloria al Signore e aiuto all’uomo, o contro l’uomo. Fu così che la tecnologia usò l’atomo per costruire e usare, a fini bellici, la bomba atomica!... Abbiamo visto con i nostri occhi le atroci conseguenze eppure, ancora oggi, viviamo sotto l’incubo di poter venire letteralmente cancellati dalla terra, se scoppiasse una guerra nucleare! Ma è anche vero che l’energia atomica può essere usata a fini di bene. Così è lo stesso per la letteratura e l’arte in genere.

C’è sempre la possibilità di usare i beni di Dio per o contro il bene. Oggi il sogno di tanti è la ricchezza. Questa può essere un modo per liberare i poveri dalla miseria o per creare ancor più povertà e sfruttamento, quando la ricchezza è egoismo di possesso.
Quando ero ragazzo sognavo di essere missionario e, camminando per le strade, fantasticavo a mio modo l’Africa e io che la percorrevo in lungo e in largo, predicando.

Nelle famiglie di oggi difficilmente si suggeriscono sogni che siano quelli di Dio su di noi. Si alimentano piuttosto sogni vani o che falliscono miseramente, dopo aver consumato la vita.

È la situazione di cui narra il Vangelo di oggi, con la pesca notturna di Pietro: buoni ed esperti pescatori, che quella sera però tornarono a riva senza aver preso nulla, ed è duro accettare il fallimento. I veri sogni nell’uomo sono quelli che Dio ha fatto per noi e sono stupendi, se sappiano capirli e viverli. Come S. Francesco che, da ricco che era, sentendo la Parola di Gesù: “Va’, vendi quello che hai e dallo ai poveri, poi vieni e seguimi”, ebbe la rivelazione del grande sogno di Dio su di lui: un sogno che segna il bello per tutti i tempi e per tutti gli uomini.

Ed il Cielo e la storia è piena di questi sogni di Dio, che seppero trovare realizzazione in uomini e donne, che sono ora il grande affresco che fa onore a tutti e rende gloria a Dio. E Gesù manifesta i suoi disegni, a volte, proprio quando noi sperimentiamo tutta la nostra povertà. Così è nel Vangelo:
  • “In quel tempo, mentre, levato in piedi, stava presso il lago di Genèsaret e la folla gli faceva ressa intorno per ascoltare la parola di Dio, Gesù vide due barche ormeggiate alla sponda. I pescatori erano scesi a terra e lavavano le reti. Salì su una barca, che era di Simone, e lo pregò di scostarsi un poco da terra. Sedutosi, si mise ad ammaestrare le folle dalla barca. Quando ebbe finito di parlare, disse a Simone: Prendi il largo e calate le reti per la pesca. Simone rispose: Maestro, abbiamo faticato tutta la notte e non abbiamo preso nulla, ma sulla Tua parola getterò le reti. E avendolo fatto, presero una quantità enorme di pesci e le reti si rompevano. Allora fecero cenno ai compagni dell’altra barca, che venissero ad aiutarli. Essi vennero e riempirono tutte e due le barche, al punto che quasi affondavano. Al vedere questo, Simon Pietro si gettò alle ginocchia di Gesù dicendo: Signore, allontanati da me, che sono peccatore. Grande stupore infatti aveva preso lui e tutti quelli che erano insieme con lui per la pesca che avevano fatto: così pure Giacomo e Giovanni, figli di Zebedèo, che erano soci di Simone. Gesù disse a Simone: Non temere. D’ora in poi sarai pescatore di uomini. Tirate a terra le barche, lasciarono tutto e lo seguirono” (Lc 5, 1-11).
Fino a quel momento non erano grandi i sogni di Pietro. La sua vita si era come appiattita nell’ordinarietà, senza ‘andare oltre’. Ma giunge il momento in cui è totale il fallimento, e quindi la sua povertà di pescatore. Sono quei momenti che capitano a tutti, quando i nostri sogni cadono nel nulla, con la voglia di darsi per vinti nella vita e quindi rassegnarsi.

Ma la vita, secondo i disegni di Dio, non conosce questo lasciare cadere le braccia, rinunciando ad impegnarsi. È il momento dell’incontro con Gesù che fa sentire la sua voce: “Prendi il largo... va’ oltre questo fallimento, perché quello che ho preparato per te è grande e chiede umiltà ed abbandono”. Così fece Pietro, insieme con gli apostoli, e tutti sappiamo come, dopo la Pentecoste, ‘presero il largo’, con risultati allora impensabili e, ‘quella barca’ continua oggi a viaggiare, sia pure con altre mani, verso la costruzione del Regno di Dio.

Quando l’obbedienza mi chiese di andare parroco nel Belice, alla vista del ‘deserto di fede’, per tante cause, ebbi la sensazione di Pietro, come di lavorare a vuoto. Accettai, con i miei confratelli, di ‘prendere il largo’ e alla fine...Dio rivelò la sua potenza. Così fu come vescovo ad Acerra.

Ancora una volta Dio mi disse, tramite Paolo VI, che il mio mare da navigare era qui. Ancora una volta cedetti il timone della barca a Lui e presi il largo. E solo Dio sa il bene che Lui ha fatto.

Oggi molti hanno la sensazione che, nonostante la fatica del lavoro pastorale, troppe volte si torni a barche vuote!... Come remassimo a vuoto o in luoghi privi di frutti, ma forse è solo perché non abbiamo il coraggio di ‘andare oltre’ le nostre povertà, i nostri piccoli sogni, fidandoci ciecamente della Sua Potenza.

Il cambiamento di rotta nella vita riesce sempre, se ci si affida a Chi ha tracciato dall’eternità la rotta stessa. Ma se, dopo aver inseguito, con fatiche immani, sogni sbagliati, ci troviamo a mani vuote e non sappiamo interrogarci se quello che abbiamo cercato era davvero la ‘rotta’ di Dio, il fallimento è assicurato.

Siamo certi che Dio attende solo che gli affidiamo il timone per dirigere la rotta della nostra vita, non dove abbiamo sognato, ma dove Lui ha pensato e voluto. Ma abbiamo l’umiltà di mettere in discussione ciò che siamo e dove andiamo? Quali frutti cerchiamo e se questi sono frutti di santità o di delusione?

Occorre davvero sperimentare personalmente la confessione di Pietro: “Signore, allontanati da me, che sono un peccatore”. Isaia così spiega la sua esperienza:
  • “Mi trovai davanti al Signore seduto su un trono. Vibravano gli stipiti delle porte, alla voce di colui che gridava, mentre il tempio si riempiva di fumo e dissi: Ohimè, sono perduto, perché un uomo dalle labbra impure io sono e in mezzo ad un popolo dalle labbra impure io abito. Eppure i miei occhi hanno visto il Re, il Signore degli eserciti. Allora uno dei Serafini volò verso di me: teneva in mano un carbone ardente che aveva preso con le molle dall’altare. Egli mi toccò la bocca e mi disse: Ecco, questo ha toccato le tue labbra, perciò è scomparsa la tua iniquità e il tuo peccato è stato espiato. Poi udii la voce del Signore che diceva: Chi manderò e chi andrà per noi?. Ed io risposi: Signore, manda me!” (Is 6,1-8).
Credo che tutti voi che, con tanto amore, mi seguite, sappiate che il nostro tempo ha davvero bisogno del ‘Sì’ di Pietro e di Isaia. Ancora una volta pare di sentire Dio dirci: “Chi manderò?”.

Sono certo che ognuno di voi si chiederà che fare, per mettersi nei panni umili di Pietro e di Isaia, consci della nostra pochezza, ma con il coraggio di diventare strumenti dei ‘sogni di Dio’.

E chissà quanti sogni Dio ha per ciascuno di voi. Non custoditeli inutilmente nel cassetto, ma liberateli.

‘Andiamo oltre’ i pessimismi o le facili rese, nel vedere la nostra barca tornare vuota, dopo una notte di pesca. ‘Prendete il largo’ ci dice il Signore. ‘Andate oltre!’.

Era il grido, che deve essere anche nostro, del caro Giovanni Paolo II. E lui davvero ‘andò oltre’. Come tutti i veri cristiani.



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Messaggio da miriam bolfissimo » gio feb 08, 2007 9:40 pm

      • Omelia del giorno 11 Febbraio 2007

        VI Domenica del Tempo Ordinario (Anno C)



        Beati voi...il Paradiso della vita
Anzitutto il mio pensiero e la mia preghiera vanno a Lourdes, dove quest’anno si celebrano solennemente i 150 anni dalle Apparizioni. Chi di noi, almeno una volta, non ha fatto l’esperienza di stare a Lourdes in pellegrinaggio per qualche giorno? Si ha sempre l’impressione che da quella grotta la Madonna non si sia mai allontanata, pronta a riceverci e consolarci, convertirci, mostrarci la bellezza dell’Amore di Dio.

Ogni volta che si va a Lourdes, con fede, è come diventare bambini che finalmente incontrano la Mamma indispensabile, che sa capire, ascoltare, amare. Ed è veramente bello questo diventare bambini, che sentono la nostalgia della Mamma!

E lì, a Lourdes, la nostalgia si fa certezza di presenza, come quando si torna a casa e si trova mamma che ci attende. Lourdes lascia sempre in tutti il segno che noi non siamo orfani, che vaghiamo tristi in questa valle di tristezze, perché c’è la Mamma, che è sempre vicina.

Ho avuto l’occasione, anche lo scorso anno, di tornare a Lourdes insieme all’UNITALSI. Quando a sera l’esplanade si fa ‘fiaccola’, luce e speranza, scende tanta dolcezza e nostalgia di Cielo, che viene spontaneo cantare, come inno di fiducia: “Andrò a vederLa un dì”.

E il nostro pellegrinaggio qui sulla terra diventa più sereno, sapendo di non essere soli e di camminare verso la felicità, che è la realizzazione della nostra nostalgia del Paradiso.

Non so se avete fatto caso: passando tra la gente e fissandola in volto, quasi sempre si nota una profonda tristezza o un vuoto, che la dice lunga su come viviamo oggi. Sembriamo tutti privi di qualcosa che ci è necessario: la felicità del cuore. Osserviamo, desideriamo, rincorriamo, magari, le tante futili attrattive che il mondo ci offre, ma ci accorgiamo che, appena raggiunte, non saziano la nostra profonda sete di felicità.

Sorprende, ormai, incontrare chi esprime serenità sul volto, negli occhi, irradiandola da tutta la persona, tanto che sorge spontaneo un interrogativo: “Ma questi che vivono tra noi, con noi, come noi, come possono essere così sereni e soddisfatti di tutto?”. La risposta è nella nostra stessa natura di figli di Dio. Dio, il Padre, è immenso Amore e, quindi, Gioia, sempre, anche nei momenti difficili. Creandoci ci ha fatti “a sua immagine”, ossia nati per amare ed essere amati.

È il peccato che oscura questa nostra natura. Gesù, Figlio del Padre, venendo tra di noi ha voluto farci ritrovare la Via della Gioia. All’inizio della sua predicazione, sul monte, ce l’ha indicata.Ogni volta mi reco in Terrasanta, una delle mete che amo tanto è proprio il Monte delle Beatitudini. Su quella piccola altura, che si affaccia sul lago di Galilea, in uno splendido scenario della natura, cornice davvero adatta, fece il Discorso delle Beatitudini.
  • “C’era una gran folla di suoi discepoli e gran moltitudine di gente da tutta la Giudea, da Gerusalemme e dal litorale di Tiro e Sidone. Alzati gli occhi verso i suoi discepoli, Gesù diceva: Beati voi poveri, perché vostro è il Regno dei Cieli. Beati voi che ora avete fame, perché sarete saziati. Beati voi che ora piangete, perché riderete. Beati voi quando gli uomini vi odieranno e quando vi metteranno al bando e vi insulteranno e respingeranno il vostro nome come scellerato, a causa del Figlio dell’Uomo. Rallegratevi in quel giorno ed esultate, perché, ecco, la vostra ricompensa è grande nei Cieli. Ma guai a voi ricchi, perché avete già la vostra ricompensa. Guai a voi che siete sazi, perché avrete fame. Guai a voi che ora ridete, perché sarete afflitti e piangerete. Guai quando tutti diranno bene di voi. Allo stesso modo facevano i loro padri con i falsi profeti”. (Lc. 6, 20-26).
In quelle beatitudini possiamo leggere la vita, qui in terra, di Gesù, di Maria, dei Santi e dei cristiani convinti, che vivono in mezzo a noi, serenamente. La loro vita è stata ed è la professione di una meravigliosa libertà, che è il risultato della “povertà di spirito”: una libertà che non accetta di essere schiava di falsi idoli, come il culto del denaro o del piacere, dell’apparire, del potere o del successo. Una meravigliosa libertà da tutto e, in primo luogo da se stessi, per poter far posto all’amore di Dio e diventare dono ai fratelli.

Non è la ricchezza in se stessa che si condanna...anzi, questa, quando si ha, come la ricchezza di una buona salute può essere “ben spesa”. È il farsene schiavi, anziché dono, il vero peccato. La “ricchezza” diviene una schiavitù quando non si dà pane a chi non ne ha, sorriso a chi è triste, comprensione a chi soffre, vicinanza a chi è solo, completando ciò che manca alla passione di Gesù, come direbbe S. Paolo.

La “libertà da... e per...” è una vera beatitudine ed è il perché del sorriso e delle mani sempre tese verso tutti che, per fortuna, notiamo in molti cristiani. Difficilmente il mondo la rincorre e così si imbatte in quei terribili “guai”, di cui parla Gesù nel Vangelo.Cedo la parola di commento delle Beatitudini a Paolo VI:
  • “Beati noi se, poveri nello spirito, sappiamo liberarci dalla fallace fiducia nei beni economici e collocare i nostri primi desideri nei beni spirituali e religiosi e così abbiamo per i poveri riverenza ed amore, come fratelli ed immagine vivente di Cristo. Beati noi se, educati alla dolcezza dei forti, sappiamo rinunciare alla funesta potenza dell’odio e della vendetta ed abbiamo la sapienza di preferire al timore che incutono le armi, la generosità del perdono, l’accordo nella libertà e nel lavoro, la conquista della pace. Beati noi se non facciamo dell’egoismo il criterio direttivo della vita, e del piacere il suo scopo, ma sappiamo invece scoprire nella temperanza una fonte di energia, nel dolore uno strumento di redenzione e nel sacrificio la più alta grandezza. Beati noi se preferiamo essere oppressi che oppressori, e se abbiamo sempre fame di giustizia in continuo progresso. Beati noi se, per il Regno di Dio, sappiamo nel tempo e oltre il tempo, perdonare e lottare, operare e servire, soffrire e amare. Non saremo delusi in eterno” (1 Novembre 1960).
Quanti esempi viventi di queste beatitudini abbiamo nella storia della Chiesa: da San Francesco, che preferì sorella povertà alla ricchezza della propria famiglia, ai santi del nostro tempo.

Il Cottolengo che assisteva quelli che la società riteneva sgraditi, affidandosi totalmente alla Provvidenza, fino al punto di chiedere ai suoi confratelli di dare ai poveri quanto avanzava e “tenere nessun soldo in cassa, la sera”. I santi Orione e Calabria e, se volete, il mio fondatore, Antonio Rosmini, che era molto ricco a Rovereto e lasciò tutto, scegliendo come abitazione una cella di estrema povertà, che si può ancora visitare, oggi, al Sacro Monte Calvario di Domodossola. Una cella che ogni volta mi mette meravigliosamente in crisi. Rosmini volle che la povertà in spirito fosse custodita gelosamente, perché affermava con convinzione che “la povertà è il muro di sostegno della Chiesa”.

Quanta gente meravigliosa ho avuto modo di incontrare che, nelle beatitudini, a cominciare dalla povertà, ha trovato il segreto della felicità già qui in terra…perché la felicità è l’aspirazione di ogni uomo per vivere, ma per raggiungerla occorre il coraggio di fare terra bruciata di altro, che gioia non è.

Come quella anziana meravigliosa che un giorno, in sacrestia, volle darmi tutti i “suoi risparmi”, perché affermava che “erano un ingombro alla presenza della felicità di Gesù che, quando venne sulla terra, era nudo e lo fu fino alla croce”.

Come quel signore che, scrivendomi ed inviandomi per i poveri un assegno, mi disse: “Non mi lodi, la cifra sembra grande, ma è solo un graffio al mio egoismo e lentamente voglio levarmi tutta la pelle dell’egoismo che copre il volto della vita e non mi fa gustare la beatitudine vera”.

Quando mi si chiede quali furono gli anni più belli della mia vita pastorale dico sempre: i tempi dopo il terremoto nel Belice, quando avevo perso tutto e mi era stata donata una tenda tra le tende, prima, e una baracca tra le baracche, poi: condividevo tutto con tutti.

Solo la Beatitudine della povertà di spirito può essere la via per cancellare le tante povertà del nostro desolato mondo e renderci beati.

Come dovremmo desiderare che in ognuno di noi nasca il desiderio di vivere “il codice di vita” di Gesù, con il coraggio di voltare le spalle al culto dell’egoismo, che spegne il sorriso nostro e di chi ci sta vicino.

Non sia mai che a qualcuno il profeta Geremia debba dire:
  • “Maledetto l’uomo che confida nell’uomo, che pone nella carne il suo sostegno e il cui cuore si allontana dal Signore. Egli sarà come un tamerisco nella steppa, quando viene il bene non lo vede. Dimorerà in luoghi aridi nel deserto, in una terra di salsedine, dove nessuno può vivere” (Ger 17, 5-8).
Permettetemi, miei cari amici, che desideri che splenda sempre il sorriso sul vostro volto, perché, liberi da tutto, siate tutto per tutti. È la grande felicità che prego per voi.

Se il nostro mondo salisse sul Monte delle Beatitudini e ne accogliesse l’invito, facendolo proprio, scomparirebbero fame, violenze, guerre, sfruttamento, e tutto quello che toglie la voglia di vivere. Siate beati, cari amici.



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Messaggio da miriam bolfissimo » gio feb 15, 2007 5:01 pm

      • Omelia del giorno 18 Febbraio 2007

        VII Domenica del Tempo Ordinario (Anno C)



        Amare è il cuore della vita
Quando si legge l’inizio della creazione, nella Bibbia, questa ci parla con linguaggio simbolico, ma profondamente vero, dello stupore di Dio nel guardare ciò che la potenza del Suo Cuore aveva immaginato e voluto: “E vide che era bello”. È il commento presente al termine di ogni giorno della creazione.

E chi non direbbe lo stesso osservando la meraviglia che vi è in ogni realtà creata: i cieli, i fiori, la natura tutta? Sembra che davvero ogni essere, vivente e non, sia un grande grazie inespresso, ma visibile, a Chi lo ha creato.

Si racconta di uno che, passeggiando in mezzo ad un campo fiorito - come se ne vedono ancora tanti in primavera - osservando che i fiori si muovevano come in una danza, ne chiese loro la ragione. La risposta dei fiori fu: “È passato Dio, che ci ha creati, e cantiamo la nostra gioia e il nostro grazie”.

Ma tutto il creato, anche se meraviglioso, mancava dell’essere più bello, che solo può rispondere all’amore di Dio con un “Ti amo”, consapevole e libero. Se ci pensiamo bene è come se Dio avesse voluto prima creare l’ambiente, la casa, per poterla donare all’uomo: l’unica creatura che ha voce e volontà, nella libertà propria dell’amore, per poter, “vedendo Dio-Amore”, rispondergli: “anch’io Ti amo”.

Quel “ti amo” dell’uomo, agli occhi del Padre, vale più di tutto il creato. Ed è come dire che l’uomo, ogni uomo, agli occhi del Padre, è la più bella creatura, che Lui ama alla follia.

L’uomo, lo sappiamo tutti, non seppe resistere alla tentazione di satana, che suggeriva esserci grandezza nell’affermarsi, di fatto un inesistente paradiso che è egoismo. Infatti, rifiutando l’amore del Padre, fu come si fosse spenta, nell’uomo, la luce, la bellezza della sua creazione, riducendolo ad una creatura senza ragione, ma, ancor peggio, senza l’Amore.

Ed ogni uomo, tutti, senza distinzione, portiamo ‘dentro’, se siamo sinceri con noi stessi, la necessità di amare ed essere amati, ma poi...naufraghiamo nell’inferno dell’egoismo!

Quante volte il fratello ci sembra un ingombro alla vita, nonostante ne abbiamo ‘bisogno’ più di tutte le cose che possediamo e che il mondo ci offre! Nessuna cosa, fosse anche tutto l’oro del mondo, la bellezza, il potere, il successo, il piacere, può prendere il posto dell’amore...che poi è il posto di Dio.

Quando l’uomo ha drammaticamente cancellato l’amore, che è la sola grandezza di ciascuno di noi, riduce il fratello a merce, ne fa scempio orribile, come è nelle guerre, nell’Olocausto, nei tanti emarginati e sfruttati, che sono la maggioranza degli uomini sulla terra.

Del resto basta uscire per le strade di una qualsiasi città, per accorgersi della solitudine dell’uomo, che cammina, ignorando o evitando chi incontra, a volte avendone paura, diffidando, difficilmente rivolgendogli un sorriso.

Eppure tutti sono nostri fratelli e tutti, senza eccezioni, sono amati da Dio e attendono di sentirsi amati, ma per questo Dio ‘ha bisogno’ anche di noi. Pensiamo alle nostre esperienze: quando il nostro sguardo si incrocia con quello di un fratello o una sorella che ci sorride, come se il sorriso fosse un messaggio di amore, è come se il cuore riprendesse a battere e pare che in quel momento ricominci la vita. Ed è così.

Per questo Gesù diceva agli apostoli, nell’Ultima Cena, e sempre: ‘Amatevi gli uni gli altri, come Io ho amato voi”. Ma è difficile amarsi, senza esclusioni o divisioni o privilegi assurdi? Sì, eppure è necessario imparare l’amore, come vera educazione alla felicità.

Se si comincia a percorrere le vie stupende dell’amore con tutti, è come sentire l’amore di Dio che si fa strada in noi, perché il nostro amore ha origine, ascesi, dall’amore di Dio. A volte forse confondiamo i sentimenti con l’amore.

Scrive il Santo Padre, nella Enciclica “Deus Charitas est”:
  • “I sentimenti vanno e vengono. Il sentimento può essere una meravigliosa scintilla iniziale, ma non è la totalità dell’amore. Si rivela possibile l’amore del prossimo nel senso enunciato da Gesù. Consiste appunto nel fatto che io amo, in Dio e con Dio, anche le persone che non gradisco o neanche conosco. Questo può realizzarsi solo a partire dall’intimo incontro con Dio, un incontro che è diventato comunione di volontà, arrivando fino a toccare il sentimento. Allora imparo a guardare quest’altra persona non più con i miei occhi e con i miei sentimenti, ma secondo la prospettiva di Gesù Cristo. Il suo amico è mio amico. Al di là dell’apparenza esteriore dell’altro, scorgo la sua interiore attesa di un gesto di amore, di attenzione. Io lo vedo con gli occhi di Cristo e posso dare all’altro ben più che le cose esteriori. Posso donargli lo sguardo di amore di cui egli ha bisogno” (n. 48).
Solo in questa dimensione spirituale possiamo incontrare anche chi ci fa del male o ci odia: i nostri nemici. Sappiamo che Dio, il Padre, ha mostrato nel Figlio, che Lui non ha nemici, ma solo figli, che però sanno creare nemici. Lui è sempre fedele all’amore, anche quando noi Lo offendiamo o, addirittura, Lo rinneghiamo.

Lui ci attende sempre, come fece con il figlio prodigo, che aveva preferito l’inferno del mondo al Paradiso del Padre, finendo solo, povero, affamato, ridotto ‘a rubare le ghiande destinate ai porci’. Quando rientrò in se stesso e disse: “Tornerò da mio Padre...”, incerto e confuso, scoprì che il Padre, sempre fedele al Suo amore, sempre desiderando il suo ritorno, già lo attendeva sulla porta di casa e, quando da lontano lo vide arrivare, “gli corse incontro”, non chiese spiegazioni, ma “commosso gli gettò le braccia al collo e disse: Facciamo festa, perché questo figlio era morto ed è tornato in vita”.

In questa luce, allora, possiamo capire l’amore che Dio chiede a noi, oggi, nel Vangelo:
  • “Gesù disse ai suoi discepoli: A voi che mi ascoltate, io dico: amate i vostri nemici, fate del bene a coloro che vi odiano, benedite coloro che vi maledicono, pregate per coloro che vi maltrattano. A chi ti percuote sulla guancia, porgi anche l’altra. A chi ti leva il mantello, non rifiutargli la tunica. Ciò che volete che gli uomini facciano a voi, voi fatelo a loro. Se amate quelli che vi amano, che merito ne avete? Anche i peccatori fanno lo stesso. E se fate del bene a coloro che vi fanno del bene, che merito ne avrete? Anche i peccatori fanno lo stesso. Amate i vostri nemici e fate loro del bene. Siate misericordiosi, come è misericordioso il Padre vostro” (Lc 6,27-38).
Può sembrare duro questo Comandamento di Gesù, ma è la sola via che conosce l’amore vero, quello che ‘può donare lo sguardo di amore di cui il nemico ha bisogno’. La natura umana, intrisa di orgoglio, trova difficoltà a seguire questa meravigliosa via, ma è la sola che colma i fossati che si creano con il male ricevuto o commesso, distrugge le trincee che ci separano, creando quell’atmosfera di guerra in cui l’animo umano non può vivere.

Se ricordate il secondo Convegno della Chiesa Italiana, a Loreto, aveva come tema: “Comunione e Riconciliazione”. Era il tempo in cui, invitato dagli ex brigatisti, con quella stupenda apostola delle carceri, che era suor Tersilla e con il fratello del Prof. Bachelet, ucciso dalle BR, frequentavo le carceri, esortando alla riconciliazione. È stata una stupenda avventura della Grazia.

Ricordo come i giornali, allora, condannassero questa missione, anche con titoli pesanti: ‘Perdonopoli’. Nessuno certamente chiedeva di annullare la giusta pena per il male fatto: ma altro è la pena, altra è la riconciliazione, che era riconoscere il male e chiedere perdono, come avviene per tutti nel Sacramento della Riconciliazione.

Quello che mi faceva male era sentire commenti poco benevoli, e ancor più ridicolizzare questo ministero della riconciliazione, magari con posizioni da ‘giustizieri’. “Chi ha fatto del male deve pagare, punto e basta!” Ma noi volevamo andare oltre ed invitare tutti ad entrare nello spirito del Vangelo: vittime e carnefici.

Di fronte alla mia esitazione, se continuare o no in questo contesto di incomprensione una sera il grande vescovo Magrassi, prima di un convegno, mi disse: “Antonio, tu oggi rappresenti la punta di diamante, che tenta di perforare un antico e sempre esistito mondo di odio, di rivalsa e vendetta, che non conosce la gioia della misericordia. Tocca a te decidere se continuare in questa opera, con il rischio che la punta si rompa e allora la pagherai cara. Ma se riesci a perforare il muro, finalmente nel mondo spunterà la Luce della Croce, ossia della bellezza della Misericordia”.

Ho continuato ed ho incontrato tanti che, avendo compreso il messaggio evangelico, hanno saputo vedere nell’atteggiamento della Chiesa la via della speranza da dare alla vita: lo sguardo di amore di cui tanti avevano bisogno.

E credo proprio che, davanti al grande muro di separazione, che noi ogni giorno eleviamo, con il farci male a vicenda, senza tentare la via della riconciliazione e dell’amore, la Chiesa debba essere maestra di amore ai nemici, di perdono. Come hanno saputo darne testimonianza tanti fratelli ‘offesi’, allora come oggi: basti pensare, ultimamente, al papà di Erba, di fronte all’uccisione della figlia, del nipotino e della moglie!

Non si fa mai abbastanza per riportare, anche nei gesti quotidiani, negli incontri feriali, l’aria dell’amicizia che Gesù ci ha donato, che il Padre è pronto a comunicarci, per rendere più respirabile questa vita, che rischia di diventare, non solo difficile, ma drammatica...perché non sappiamo amare e, peggio ancora, non vogliamo intraprendere “la fatica di imparare ad amare”.



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Messaggio da miriam bolfissimo » gio feb 22, 2007 6:53 pm

      • Omelia del giorno 25 Febbraio 2007

        I Domenica di Quaresima (Anno C)



        Quaresima: “Uomo dove sei?”
Abbiamo lasciato alle spalle quella farsa, usata a volte per nascondere ciò che veramente siamo, che si chiama carnevale. Ma c’è proprio bisogno di ricorrere a finte maschere, che vorrebbero dare al nostro volto, e quindi alla vita, l’espressione di ciò che non è? Direi proprio di no.

Troppe volte tanti la maschera se la portano addosso tutti i giorni: un volto che non può essere ‘volto di bellezza divina’.

E la Chiesa giustamente ci chiama a farci prendere per mano ed entrare nella Quaresima, tempo di grande spiritualità, con una cerimonia, suggestiva se vogliamo, ma soprattutto piena di verità.

Il Mercoledì delle Ceneri, cessato il chiasso carnevalesco, sparge sul nostro capo la cenere e ci ammonisce: “Uomo, donna, ricordati che sei cenere e cenere diventerai”. E non è forse così, se guardiamo alla nostra natura di creature e a come finiamo? Quante volte recandomi al cimitero, questa verità mi si affaccia, vedendo come le ossa dei nostri cari, dopo qualche anno di sepoltura, finiscono in polvere, conservata in una teca, deposta nei loculi. Ma non è semplice togliersi la maschera.

Gesù, prima di iniziare la sua missione tra di noi, ci ha dato esempio di come entrare nella verità, affrontando a viso aperto chi ci mette la maschera, ossia l’autore di ogni inganno, satana.

Racconta il Vangelo di Luca:
  • Gesù, pieno di Spirito Santo, si allontanò dal Giordano e fu condotto dallo Spirito nel deserto dove, per quaranta giorni, fu tentato dal diavolo. Non mangiò nulla in quei giorni, ma quando furono terminati ebbe fame. Allora il diavolo gli disse: Se tu sei il Figlio di Dio, dì a questa pietra che diventi pane. E Gesù gli rispose: Sta scritto: Non di solo pane vivrà l’uomo, ma di ogni Parola che esce dalla bocca di Dio. Il diavolo lo condusse allora su di un alto monte: Ti darò tutta questa potenza e la gloria di questi regni, perché è stata messa nelle mie mani e io la do a chi voglio. Se ti prostri dinnanzi a me, tutto sarà tuo. Gesù gli rispose: Sta scritto: Solo al Signore tuo Dio ti prostrerai, lui solo adorerai. Lo condusse allora a Gerusalemme e lo pose sul pinnacolo del tempio e gli disse: Se tu sei il Figlio di Dio buttati giù, sta scritto infatti: Ai suoi angeli darà ordine per te, perché essi ti custodiscano, e anche: Essi ti sosterranno con le mani, perché il tuo piede non inciampi in una pietra. Gesù gli rispose: È stato detto: Non tenterai il Signore tuo Dio. Dopo aver esaurito ogni specie di tentazione il diavolo si allontanò da Lui per ritornare al tempo fissato” (Lc 4, 1-13).
E sappiamo tutti come Gesù, nella sua missione, avuta dal Padre, non ricorse né al potere, morte del servizio, né a ‘fare colpo’, con quella passione dell’apparire tanto frequente oggi, ma visse nell’umile povertà: uomo ultimo di tutti e fra tutti.

Non cercò il successo, ‘vendendo l’anima al diavolo’, come oggi a volte accade... ma, in un’annientata umiltà, sulla Croce, divenne veramente ‘nulla’. Era venuto, Gesù, per portarci l’Amore del Padre, per aiutarci ad uscire da ogni inganno e vivere la verità e usò la sola arma dell’Amore, che è farsi nulla per ricrearci totalmente. Volle così indicarci la via per essere davvero ‘santi’.

Ma è facile seguire Gesù? C’è una bella pagina di un ‘quaresimalè di Paolo VI, che invito tutti a leggere attentamente.
  • “Siamo circondati da qualcosa di funesto, cattivo, perverso, che eccita le nostre passioni, approfitta delle nostre debolezze, si insinua nelle nostre abitudini, segue i nostri passi e ci suggerisce il male. La tentazione è dunque l’incontro fra la buona coscienza e l’attrattiva del male e nella forma più insidiosa di tutte. Il male, infatti, non ci si presenta con il suo vero volto, che è nemico, orribile e spaventoso. Accade proprio il contrario. La tentazione è la simulazione del bene, è l’inganno per cui il male assume la maschera del bene. E così l’uomo ha perduto il senso del peccato. L’uomo moderno si adatta ad ogni cosa: è capace di fare l’avvocato delle cose cattive pur di sostenere la libertà del proprio piacimento, e che tutto può e deve manifestarsi senza alcuna preclusione nei confronti del male: una libertà indiscriminata per ciò che è illecito. Si finisce così per teorizzare tutte le espressioni della vita interiore: l’istinto prende il sopravvento sulla ragione, l’interesse sul dovere, il vantaggio personale sul benessere comune. L’egoismo diviene perciò sovrano della vita dell’individuo e di quella sociale. Perché? Perché si è dimenticato ciò che è bene e ciò che è male. Non si conosce più la norma assoluta per tale distinzione, vale a dire la legge di Dio. Chi non tiene più conto della legge del Signore, dei suoi comandamenti e precetti e non li tiene più riflessi nella propria coscienza, vive in una grande confusione e diventa nemico di se stesso. È innegabile infatti che tanti malanni nostri sono procurati dalle nostre stesse mani, dalla sciocca cattiveria, ostinata nel ricercare non quello che giova, ma quello che è nocivo all’esistenza. Bisogna dunque rinnovare, rinvigorire la nostra capacità di giudicare, di discernere il bene dal male. In conseguenza, allorché il male si presenta attraente, lusinghiero, seducente, utile, facile, piacevole, noi dobbiamo dimostrare tanta energia e sapienza, da dire recisamente e risolutamente: no. Questo è il modo per respingere e superare la tentazione…il cristiano è forte, coerente, leale, coraggioso, eroico, se occorre” (discorso Quaresima 1965).
È un discorso ‘duro’, ma necessario, quello che ci offre Paolo VI. Necessario per ritrovare la via del bene, frutto della giustizia e dell’amore, in fondo frutto della nostra vittoria sugli inganni del demonio, sempre pronto a sedurci. È bene ricordare che satana, il male, lotta contro Dio, aggredendo noi: offrendoci qualcosa di impossibile, nocivo, cerca di far sì che ‘voltiamo le spalle a Dio.

Ricordate il suo subdolo agire con i nostri progenitori, come viene narrato nella Bibbia? Erano stati creati da Dio e portavano tutti i segni della Bellezza e del Bene, che è nel Padre. Dio mise alla prova il loro amore: la scelta tra Lui e ‘altro’. E si affaccia subito satana, ‘il più astuto degli animali’, intelligente nel sedurre, proponendo qualcosa di ‘bello’: ‘diventare dio’! Un’onnipotenza che sbalordisce la donna, attira l’uomo: ‘vogliono essere come Dio’, ma contro Dio e, alla fine, si trovarono ‘nudi’.

Come risuona ieri e per tutta la storia degli uomini quella Voce del Padre, piena di dolore, nel vedersi rifiutato e preferito al nulla: “Uomo dove sei?”. La risposta la dice lunga, ieri, oggi, sempre: “Mi sono nascosto perché sono nudo”. Quella storia di confronto tra l’amore di Dio e l’amore a se stessi, suggerita con astuzia, sempre, da satana, è la nostra storia.

In questi ultimi tempi gli scienziati ci avvertono che stiamo andando incontro a veri cataclismi. Ci invitano a cambiare stile di vita. Ci fanno paura...apparentemente! Infatti l’uomo continua a preferire e perseverare nel suo stile di vita, affrettando così quello che teme. Che contraddizione! L’uomo è davvero incomprensibile nel suo agire? O solo ignorante? O incapace di mettersi in discussione per fare scelte di serietà e di vero benessere?

Non abbiamo più parole per descrivere gli orrori morali, in tutti i campi: dalla guerra alle torture, all’uomo ‘mercificato’ del consumismo, non più persona libera, alle violenze sociali e familiari, ma poi, praticamente, nel nostro vivere quotidiano, sosteniamo ciò che condanniamo, ci sgomenta e ci fa paura!

Da qui la serietà della Quaresima: tempo in cui Dio si fa vicino, ancora una volta, cercando di strapparci una maschera inaccettabile dell’anima.

Un giorno, a Roma, uscendo dalla Chiesa di S. Carlo al Corso, posta di fronte ad un Hotel, vidi uscire dall’albergo un uomo che si trascinava a stento, con il volto solcato da rughe: mostrava una vecchiaia precoce. Chi era con me mi disse il nome di quell’uomo disfatto: un grande artista della TV. Lo rividi alla sera condurre la sua trasmissione, famosa. Era letteralmente ringiovanito... per opera del cerone! Ma l’uomo vero era quello incontrato nel pomeriggio, alla luce del sole. Quante volte anche noi, per le tante ‘cremè che ci mettiamo sul volto dell’anima, appariamo ciò che non siamo.

Nella Quaresima, vorremmo tutti riacquistare la bellezza del cuore, che Dio ci dona, se torniamo a Lui. Ma per ottenere questo occorre:

- mettersi davanti allo specchio della Parola di Dio e lasciarsi plasmare da Lui. È difficile, nella nostra vita caotica, ritagliarsi un momento per stare con Dio, ma è necessario, perché da soli non riusciremo mai a darci la Luce, che sola proviene da Dio.

- Dialogare con Dio, nella preghiera, perché solo il Padre ci educa alla santità, ci aiuta a sottrarci all’inganno del demonio, pronto a farci vedere ‘lucciole per lanternè, sicura strada verso l’infelicità!

- Vestire ‘il sacco’ della penitenza. Cosa costerebbe ogni giorno toglierci un po’ di superfluo, e ne abbiamo troppo, per un gesto di carità verso chi è povero e ha bisogno di noi? Provate. È una grande gioia quella che si prova nel rendere felice chi non lo è. La capacità di rinuncia è gioia.

È difficile ‘fare Quaresima’ così? Direi proprio di no.

È offrire a questo mondo, popolato ‘di gaudenti e disperati’, la via per ritrovare la vera Gioia della Resurrezione, profonda e duratura.

Ogni volta che incontro un fratello o una sorella, che si sono liberati dall’inganno del demonio ed hanno scelto con fortezza, coerenza, di farsi illuminare il viso dalla bellezza di Dio, provo gioia. Non mi resta; carissimi, che augurarvi una Santa Quaresima. Insieme.

Ai miei giovani che, a volte, mi confessavano la difficoltà di uscire ‘dal gregge del mondo’, dicevo che vivere di Dio è andare contro corrente, come sanno fare i santi. Così dico a voi, carissimi, che volete andare incontro a Cristo Risorto, senza maschere e ‘a viso aperto’!



Antonio Riboldi – Vescovo –

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Omelie di Monsignor Riboldi - Anno Liturgico 2006/2007

Messaggio da miriam bolfissimo » mar mar 06, 2007 10:11 pm

      • Omelia del giorno 4 Marzo 2007

        II Domenica di Quaresima (Anno C)



        Maestro, com’è bello stare qui
Il dolore, la delusione, il senso del vuoto d’animo, la disperazione e tutto quello che volete, è come se lasciasse la sua impronta sul viso di tutti. Facile leggervi quel che uno sta vivendo, sempre che abbiamo occhi per leggere l’anima di chi ci sta vicino.

Non si può nascondere l’anima. A volte si cerca una maschera, ma si capisce subito il tormento di un cuore.

Quando incontro qualcuno o, ancor più, quando qualcuno viene a trovarmi per esporre i suoi problemi, soprattutto se angosciano, è come se quello che dicono fosse scritto sul volto. Inutile nasconderlo o fingere. Almeno tra amici.

Così come a volte si legge la grande gioia o la grande bontà, che è in una persona. Il volto si illumina: “si trasfigura”. Ho nei miei ricordi “volti trasfigurati”, che facevano e fanno trasparire, senza che loro se ne accorgano, il bello che vivono. Di alcuni di essi porto un ricordo indelebile. Come quello del grande Giovanni Paolo II. Quando incontrava qualcuno, e soprattutto i bambini, o viveva eventi come le Giornate Mondiali della Gioventù, si veniva rapiti da quel volto radioso, come se vivesse in Cielo.

Ho avuto il dono di celebrare qualche volta la S. Messa con lui, nella sua cappella, in Vaticano. Mi distraeva o coinvolgeva il suo volto: immerso totalmente nel Mistero che viveva. Come il volto di un sacerdote “santo” che, quando era in adorazione, - e la sua vita sembrava una continua adorazione, ossia un parlare bocca a bocca con Gesù - era solo luce, tanta luce. Così come il volto trasfigurato di mamma, quando mi abbracciò nella ordinazione sacerdotale.

Chi di noi vive l’esistenza in pienezza di fede e carità conosce questi momenti di “trasfigurazione”, a volte per la gioia, a volte per il dolore. Questo lo considero un grande dono del Padre.

Il Vangelo di oggi ci racconta appunto “la Trasfigurazione” sul monte Tabor. Posso immaginare il volto di Gesù, che non conosceva certamente il buio delle nostre debolezze, ma che doveva essere sempre “bello come il sole”, quando parlava alle folle, che si lasciavano catturare dalle Sue Parole illuminanti e dal Fascino della Sua Persona, fino a dimenticare stanchezza e fame, al punto da commuoverLo.

Gesù stava lasciando la Galilea per inoltrarsi nella Giudea. Nella Giudea non solo c’era la bellezza della città santa, Gerusalemme, ma c’era il rifiuto della Sua presenza e lo attendeva la sua prossima morte in croce.

Credo che anche in Gesù, il pensiero di quello che lo attendeva, velasse il viso di grande tristezza, accolta però con serenità, perché sapeva che sulla croce, avrebbe dato la sua vita, come supremo atto di amore al Padre, per farci tornare figli. Ma sapeva anche che quella morte avrebbe scandalizzato i suoi, che si sarebbero sentiti traditi, come ingannati. Voleva quindi rassicurarli.

È proprio l’atteggiamento che Gesù ha verso di noi, quando siamo tentati di abbandonarLo, perché quello che ci accade non sembra proprio, all’apparenza, un atto di amore...come la sofferenza o la morte di una persona cara. I momenti di tanti “abbandoni di Dio”. E allora Gesù cerca di rassicurare i suoi con la testimonianza di chi era presente, perché quanto avrebbero visto doveva rimanere impresso nei momenti della prova. Racconta Luca:
  • “Gesù prese con sé Pietro, Giacomo e Giovanni e salì sul monte a pregare. E mentre pregava il suo volto cambiò d’aspetto, la sua veste divenne candida e sfolgorante. Ed ecco due uomini parlavano con Lui: erano Mosè ed Elia, apparsi nella loro gloria e parlavano della sua dipartita, che avrebbe portato a termine a Gerusalemme. Pietro e i suoi compagni erano oppressi dal sonno, tuttavia restarono svegli e videro la sua gloria e i due uomini che stavano con Lui. Mentre questi si separavano da Lui, Pietro disse a Gesù: Maestro, è bello per noi stare qui. Facciamo tre tende, una per te, una per Mosè e una per Elia. Egli non sapeva quello che diceva. Mentre parlava così, venne una nube e li avvolse: all’entrare in quella nube, ebbero paura. E dalla nube uscì una voce che diceva: Questi è il Figlio mio: ascoltatelo. Appena la voce cessò, Gesù restò solo. Essi tacquero e in quei giorni non riferirono ad alcuno nulla di quello che avevano visto” (Lc 9,28-36).
Sappiamo tutti come, al momento della cattura di Gesù, nell’orto del Getsemani, tutti fuggirono. Per paura di essere coinvolti? Per paura dell’odio che esprimevano quanti erano venuti a catturare Gesù? Forse perché delusi, confusi, di fronte ad un Maestro, un Figlio di Dio debole, che non sapeva resistere alla brutalità degli uomini? Che era rimasto della Trasfigurazione sul Tabor?

Questa è la storia di ogni uomo, molto simile a quella dei discepoli, se non a volte peggiore: abbandonare Dio, quando si fa buio nella vita. Diceva Paolo VI - che cito spesso perché è davvero un grande maestro, che Dio ha donato a noi, come del resto ogni Papa dei nostri tempi –
  • “Se io domandassi agli uomini del nostro tempo: chi ritenete che sia Gesù Cristo? Come lo pensate? Ditemi: chi è il Signore? Chi è questo Gesù, che noi andiamo predicando da tanti secoli e che riteniamo sia ancora più necessario della nostra vita annunciarlo? Chi è Gesù? Alla domanda, alcuni, molti forse, non risponderebbero, non saprebbero che dire. Esiste come una nube - e questa sì che è pesante, ben diversa da quella scesa sul monte Tabor - di ignoranza che oscura tanti intelletti. Si ha una cognizione vaga del Cristo, non lo si conosce bene, si cerca anzi di respingerlo: Al punto che, all’offerta del Signore che vuole essere per tutti guida e maestro, si risponde di non averne bisogno e si preferisce tenerlo lontano. Quante volte gli uomini non vogliono che Gesù regni su di loro e cercano in ogni modo di allontanarlo! Lo vogliono quasi cancellare e togliere dalla faccia della civiltà moderna. Non si vuole più l’immagine di Cristo. Ma noi che crediamo in Cristo, noi sappiamo bene chi è il Signore? Sapremo dirgli una parola diretta ed esatta, chiamarlo veramente per nome: Maestro, Pastore?” (14 marzo 1965)
Sono domande che dovrebbero diventare guida nella nostra Quaresima, meglio ancora diventare nostra vera vita.

È incredibile davvero come troppi si lascino sedurre dall’inganno del mondo, che cerca di farci credere che la vera nostra “trasfigurazione” stia nel possesso dei beni della terra, nella superbia o quant’altro ci attira. Ma può mai l’idolatria delle cose donarci quella luce sul volto che è nelle persone buone, magari povere, ma vicine a Dio?

Si può forse confrontare il volto “radioso” di un santo, di una persona buona, con la smorfia che è in tanti per la delusione che provano dopo un momento di superficiale felicità?

“Non so cosa pagherei - mi diceva un giorno un signore - per capire come fa certa gente ad avere un volto così bello che riflette una gioia sincera che noi non conosciamo. Sembriamo tutti felici, ma ogni giorno dobbiamo conoscere la tristezza profonda della delusione”.

Una spiegazione a questa incapacità di accedere alla gioia del cuore, ce la dà oggi San Paolo nella lettera ai Filippesi:
  • “Fatevi miei imitatori, fratelli, e guardate a quelli che si comportano secondo l’esempio che avete in noi. Perché molti, ve l’ho detto più volte e ora con le lacrime agli occhi ve lo ripeto, si comportano da nemici della croce di Cristo: la perdizione però sarà la loro fine, perché essi, che hanno come dio il loro ventre, si vantano di ciò di cui dovrebbero vergognarsi, tutti intenti alle cose della terra. La nostra patria invece è nei Cieli” (Fil 3,4-1).
Parole dure, ma dette con le lacrime agli occhi, perché chiunque ha conservato nel cuore almeno il desiderio della bellezza dell’anima, sa cosa vuol dire soffrire per chi si perde, in famiglia o nella società.

Così come tutti conosciamo lo stupore quando incontriamo qualcuno il cui cuore pare essersi fermato sul Tabor...anche se il Tabor, a volte, è il Calvario.

In un Convegno di giovani, eravamo stati invitati a soffermarci sui vari loro ambiti ed interessi: chiesa, musica, cultura, politica, tempo libero... Tra gli oratori, di alto profilo, vi era una bellissima giovane americana. Tutto in lei era davvero luce: il volto, il corpo, le parole, il sorriso. Volle raccontarmi la sua vita. Americana, modella per tanti anni, ad un certo momento era caduta in depressione, che è davvero l’inferno dell’anima. Seppe incontrare chi l’aiutò ad uscirne: un sacerdote santo. Lentamente riemerse in lei la nostalgia del Padre. Ed entrò, anche se con fatica, nel cielo della fede. Scoprì un talento artistico: il canto. Percorse il mondo con le sue canzoni, trasmettendo voglia di gioia: la gioia che Dio le aveva ridonato.

I giovani che incontrava, e non sapevano della sua storia, rimanevano colpiti non solo dalle sue belle canzoni, ma soprattutto dal sorriso che dava uno splendore diverso alle parole e alla notte.

La Quaresima, carissimi, è entrare in questo splendore, come sul Tabor.

Ma dobbiamo salire il monte, ossia farci catturare dalla luce di Dio e strapparci le tante ombre che fanno male... tanto male. Non resta che pregare, affidarsi alla Parola ed amare.



Antonio Riboldi – Vescovo –

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Omelie di Monsignor Riboldi - Anno Liturgico 2006/2007

Messaggio da miriam bolfissimo » gio mar 08, 2007 6:24 pm

      • Omelia del giorno 11 marzo 2007

        III Domenica di Quaresima (Anno C)



        Se non vi convertirete…
C’è una diffusa mentalità che nei fatti, soprattutto dolorosi, che ci succedono e ci toccano da vicino, fa pronunciare la frase: “Ma Dio dov’era?”. Come se Dio, il Padre, potesse concedersi anche solo un attimo di distrazione sulla sorte degli uomini, tutti e ognuno, che Egli ama, come noi difficilmente possiamo, ora, anche solo immaginare, ma che un giorno, se ce lo saremo meritato, “conosceremo”, perché lo vedremo “faccia a faccia”.

Non è assolutamente concepibile che Dio non si curi di noi. Ricordate le parole di Gesù: “Guardate gli uccelli dell’aria, non seminano né mietono, e Dio li mantiene. Anche i capelli del vostro capo ai Suoi occhi sono contati”. Eppure c’è la mentalità che dietro ogni “disastro” ci sia un Dio disinteressato...che è un dimenticare la preghiera di Gesù: “Padre nostro...”!

Penso che tanti di voi ricordino la catastrofe nella scuola di S. Giuliano, che vide cadere sopra gli scolari parte della struttura, uccidendone tanti con la loro maestra. In quell’occasione partecipai ad una trasmissione televisiva. Vi erano tre esperti, tra cui un opinionista che si dichiarava ateo ed il sottoscritto. Per più di un quarto d’ora i tre esperti, non sapendosi dare una ragione del crollo della scuola, misero in discussione l’esistenza di Dio, come non ci fosse. “E se c’è - si chiedevano - dov’era? Se c’era non poteva intervenire miracolosamente ad evitare la calamità? Non possiamo - dicevano - anche solo pensare che ci sia un Dio che non veda o, se vede, non intervenga. La sola cosa che possiamo affermare è che tutto è dovuto al caso, che interviene nella nostra storia: un caso che a volte sfugge dalle mani dell’uomo, ma che altre volte l’uomo può prevenire”. Confesso che rimasi per un certo tempo a sentirli ‘sbeffeggiarè Dio, ma alla fine chiesi al conduttore la parola. “Se foste rispettosi del pensiero e della fede di ciascuno, da saggi dovreste almeno tacere e non deridere quanto per tanti è di grande sacralità, ossia la propria fede. Non saperlo fare, manifesta poco rispetto all’intelligenza e libertà. Voi affermate che tutto è nelle mani del caso. Ed allora vi chiedo: il caso è come il destino, un oggetto che vaga capricciosamente nella vita, ma non è persona? O è una persona che si prende gioco di noi? Insomma il caso è una cosa o un chi?”. Non seppero rispondere. Soltanto l’opinionista ateo invitò coraggiosamente al rispetto della fede altrui e ad attenersi alle ragioni del crollo della scuola, non certamente dovute a Dio. “Ha ragione il vescovo - disse - non si fa chiarezza con parole fuori senso, ma con approfondimento”.

Così come ricordo quel padre di famiglia, che aveva appena costruito la sua casa vicino alla mia canonica, nel Belice. Dopo il terremoto, che distrusse tutto, vedendo che la sua fatica era valsa a nulla, si voltò verso il cielo, con una scarpa in mano, gridando la sua rabbia. Accorgendosi della mia presenza - io davo le spalle alla mia bellissima Chiesa madre andata in frantumi - mi guardò e, piangendo, mi chiese scusa: “Quando scoppia la rabbia e senti che la terra ti manca sotto i piedi, non sai più quello che dici. Ma a Dio io credo e Lo prego”. Povero, caro fratello, come lo capivo e, certamente, come lo capiva il Padre!

Nel Vangelo di oggi si narra qualcosa di simile e viene posta la stessa domanda a Gesù:
  • “In quel tempo, si presentarono alcuni a riferire a Gesù circa quei Galilei, il cui sangue Pilato aveva mescolato con quello dei loro sacrifici. Prendendo la parola, Gesù rispose: Credete che quei Galilei fossero più peccatori di tutti i Galilei, per avere subito quella sorte? No, vi dico, ma se non vi convertite, perirete tutti allo stesso modo. o quei diciotto, sopra i quali rovinò la torre di Siloe e li uccise, credete che fossero più colpevoli di tutti gli abitanti di Gerusalemme? No, vi dico, ma se non vi convertite, perirete tutti allo stesso modo” (Lc 13, 1-9).
Con le sue parole, pare proprio che Gesù risponda ai tanti interrogativi che, a volte, ci poniamo di fronte ai drammi che succedono o nelle nostre famiglie o nel mondo, magari vicino a noi. Quanti ne raccontano ogni giorno i mass media!

Si parla tanto in questi tempi, e giustamente, del grande pericolo che il pianeta terra corre, fino a rischiare l’estinzione. Descrizioni a volte da apocalisse. Giustamente noi ci preoccupiamo. Sappiamo che questa ‘catastrofè non guarderà in faccia nessuno: è colpa del nostro dissennato sistema economico che, per avere sempre più benessere, giorno per giorno contribuisce a provocare ‘danni irreversibili’. Tutto potrebbe cambiare e guarire, solo se gli uomini rinunciassero a quanto concorre al disastro ecologico. Ma...si rimane fermi alla sola paura, facendo scongiuri, senza minimamente tentare almeno di cambiare stile di vita, coltivando un maggior rispetto verso l’ambiente, che è la nostra ‘casa qui’.

Ci si indigna per i fatti di bullismo nei giovani, sempre più frequenti, ovunque, nelle periferie degradate come nei quartieri ‘benè,...ma non si fa nulla, o poco, per dare, nelle famiglie o nella scuola, quell’educazione del cuore che è la pedagogia della fede e dell’amore.

Proviamo orrore, sdegno, al solo leggere la sorte di due terzi dell’umanità, costretta ad emigrare, perché la loro terra è fonte di ricchezza, ma per speculatori che rubano al popolo o al massimo gli danno in compenso solo armi…, ma non ci convertiamo alla giustizia e all’amore, andando così incontro alla rabbia dei poveri, come affermava Giovanni Paolo II.

Rimaniamo senza respiro di fronte alle tante tragedie nelle famiglie, ai milioni di bambini rifiutati o svenduti..., ma non ci convertiamo ad amare la bellezza e la bontà, che lasciano libero il passo all’amore, soprattutto verso il più debole ed indifeso.

E potremmo continuare l’elenco delle nostre contraddizioni... e poi avere magari anche ‘il coraggio’ di scaricarsi la coscienza con la stessa domanda che i Giudei posero a Gesù: “Di chi è la colpa?”. La risposta è sempre la stessa: “Se non vi convertite, perirete tutti allo stesso modo”.

È proprio la Quaresima, che stiamo vivendo, il tempo propizio, alla luce della Parola di Gesù e della storia che viviamo, per chiederci se siamo disposti a cambiare in noi, tra di noi, tutto ciò che porta alla rovina e ai drammi sopra ricordati.

E direi che, alla luce dei fatti, ‘l’umanità gaudente e disperata’ non ha più tempo per continuare a correre verso il dolore, il non senso, il disastro. È tempo di invertire la rotta della coscienza, ossia convertirsi. Qui possiamo capire il significato urgente di ‘cambiare stile di vita’, a cominciare dalla coscienza, per fare spazio alla speranza di un tempo a misura dell’amore di Dio e degli uomini.

E come a stimolarci ancora di più, e quindi renderci responsabili di quello che operiamo, per un invito alla conversione, Gesù, nello stesso Vangelo di oggi, denuncia un’altra possibile ‘piaga dell’anima’.
  • “Disse anche questa parabola: Un tale aveva un fico piantato nella vigna, venne a cercarvi frutti, ma non ne trovò. Allora disse al vignaiolo: Ecco, sono tre anni che vengo a cercare frutti su questo fico, ma non ne trovo. Taglialo. Perché deve sfruttare il terreno? Ma quegli gli rispose: Padrone, lascialo ancora quest’anno, affinché io gli zappi intorno e vi metta il concime e vedremo sé porterà frutto per l’avvenire, se no, lo taglierai” (Lc 13, 1-9).
È un ‘duro’ invito, se vogliamo, a guardare nel profondo della nostra vita, di ieri, di oggi e chiederci cosa abbia fruttato di buono, per la vita eterna, quanto abbiamo realizzato o siamo impegnati a realizzare.

Quante volte, affaccendandoci in tante cose, alla fine ci sembra di non aver concluso nulla di valido, solo ‘un pugno di moschè: tante esteriorità, ‘fogliè, ma poco o nessun ‘frutto’.

È il profondo senso di amarezza che sentono tanti, quando seriamente entrano nel profondo dell’esistenza e si chiedono: ‘Perché ho vissuto?’ o ancora ‘Per cosa o per chi ho vissuto?’ ‘Quale tesoro per l’eternità ho coltivato?’. Il più delle volte si ha come l’impressione di aver ‘fatto nulla’, di aver solo ‘perso o sprecato il tempo’ e si prova una grande amarezza e tristezza. Può essere vero che abbiamo buttato via un’esistenza correndo dietro a ‘fogliame senza frutto’, ossia a tutte quelle ‘vanità delle vanità, che a nulla giovano per la felicità di Dio e che già lasciano tanto amaro in bocca anche ‘qui’?

Purtroppo, lasciando a Dio ogni giudizio, si ha l’impressione che ci sia attorno a noi tanta gente che veramente ‘usa il bene della vita’ per ragioni che non sono la fede e la felicità vera. Avranno forse accumulato soldi, e quanto volete, … ma, nella solitudine e nel silenzio, proprio quando vorremmo avessero voce le cose buone agli occhi di Dio, li assale un’amarezza infinita, che, in alcuni, sfocia in depressione.

Davvero, carissimi, non si può conoscere la ‘pienezza di vita’, che Dio dona, se la nostra esistenza è guidata solo dal capriccio o, peggio ancora, da quel disinteresse e superficialità che fa male ed è in tanti, in troppi. Tranne poi a meravigliarsi del male!

Ma per grazia di Dio ci sono tanti e tante, ovunque, che fanno della vita un continuo esercizio di amore, nelle grandi e piccole scelte, come se la vita fosse quella pianta di fico dalle molte foglie, sì, ma incoronata da tanti frutti... perché zappata e coltivata.

Dovremmo, miei cari, questa Quaresima, e sempre, abituarci a dare un senso di bontà, quella che scaturisce dal Cuore di Dio, a ciò che facciamo. Soprattutto sapendo mettere in primo piano la carità, ossia la solidarietà, l’amore, a cominciare dagli ultimi: un amore che nasca dalla preghiera... e vedremo allora spuntare una grande gioia, sentiremo che vivere è grande felicità: ha senso!

La vita diventerà ‘l’albero di fico’, che non sfoggia solo foglie, ma queste sono ‘cornice per i frutti’!.

Non facciamo cadere la Parola di Gesù, oggi, ma approfondiamola, per non sentire quel ‘vuoto dell’anima’, che davvero è un vuoto che la vita non sopporta.…



Antonio Riboldi – Vescovo –

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Omelie di Monsignor Riboldi - Anno Liturgico 2006/2007

Messaggio da miriam bolfissimo » gio mar 15, 2007 4:23 pm

      • Omelia del giorno 18 marzo 2007

        IV Domenica di Quaresima (Anno C)



        Lasciatevi riconciliare con Dio
Questi ultimi tempi sono stati segnati dal dibattito sulla sacralità della famiglia in contrapposizione al riconoscimento delle unioni di fatto, che, partendo da una solidarietà per chi convive senza matrimonio, rischia domani di mettere a repentaglio la stessa famiglia, così come è stata pensata e voluta da Dio stesso. Si sono dette e scritte tante, ma tante, parole, con il pericolo di creare lacerazioni, che non dovrebbero esistere quando si dibatte su un bene che riguarda l’uomo.

Domani è la solennità di S. Giuseppe, Sposo di Maria Vergine, Madre di Dio, e Giuseppe padre putativo di Gesù. La testimonianza di una famiglia, chiamata ‘sacra’, che dovrebbe ispirare tutti, politici e noi semplici cittadini, che non possiamo lavarci le mani di fronte a questi vitali problemi. Credo che più delle tante parole, sia efficace guardare alla Sacra Famiglia e pregarla perché ogni nucleo familiare abbia origine e sostegno da loro.

Ma ci vuole davvero una preghiera profonda e sincera, perché in gioco c’è ‘la vera pietra angolare’ della società di sempre.

Alla Sacra Famiglia affido tutte le famiglie ed in modo particolare quelle che con me vivono la Quaresima, tempo di ritorno alla Verità, che è Dio.

Credo che tutti noi conosciamo la parabola del Figlio prodigo.

È la stupenda rivelazione di un Padre che, davanti a chi sbaglia - e tutti sbagliamo nella vita, ogni volta voltiamo le spalle a Dio, offendendolo - nel momento in cui rientra in se stesso e ritorna a Lui, smette la toga del Giudice e veste l’incredibile ‘abito’ del ‘papà’, che gioisce fino alla commozione.

È in questa parabola la certezza per tutti noi che è possibile ritrovare ‘il paradiso’ perduto nel peccato. Non rimane che viverla insieme, come punto di riferimento, meditazione, conversione e quindi Gioia pasquale, perché è il vero cuore della Quaresima che stiamo vivendo.

Leggiamola e meditiamola insieme, cercando con l’aiuto dello Spirito di ritrovare la nostra storia di ‘figli prodighi’, che vogliono tornare a casa.
  • “Un uomo aveva due figli. Il più giovane disse al padre. Padre, dammi la parte del patrimonio che mi spetta. E il padre divise le sue sostanze. Dopo non molti giorni, il figlio più giovane, raccolte le sue cose, partì per un paese lontano...”.
Viene da chiederci: Ma che cosa abbiamo noi di ‘nostro’, da chiedere che ci sia restituita una parte? Di nostro c’è solo il cattivo uso dei tanti doni, dalla vita alla vocazione al Paradiso, alla capacità di mostrare il volto di Dio nell’amore, ai tanti ‘carismi’ ricevuti.

Quando noi, forse con troppa leggerezza parliamo di peccato, a volte, con un senso di derisione che ancora se ne parli, altro non facciamo che rinnegare la felicità del Padre, offendendolo, come del resto ci sentiremmo delusi e offesi, se il nostro amore fosse rifiutato per dare la preferenza ad altro che non è amore.

Il mio caro Padre Rebora - un grande convertito - amava affermare che tante volte noi uomini siamo ‘i beni di Dio contro Dio’! E Paolo VI, da vescovo di Milano, nel Giovedì santo del 1963, dichiarava:
  • “Ci può essere un abisso invalicabile anche ai passi di Dio che vengono verso di noi: questo abisso, questa separazione, è la morte, meglio, è il peccato. Il peccato è lo stato di inimicizia con Dio, il rifiuto di Lui, è la repulsione, il distacco da Lui. Il peccato è la nostra morte, perché interrompe la circolazione di Dio in noi. Dio è la vita e, quando noi pecchiamo, tronchiamo la vena vitale che da Dio parte e viene a noi”.
Mi chiedo spesso come possiamo convivere con il peccato, ossia con il rifiuto di Dio, senza sentire una profonda amarezza, che viene dal sentirsi ‘soli’, ‘nudi’.

Mi viene alla mente il disagio, la profonda tristezza, simile ad una morte dell’anima, come viene descritta nella Bibbia, riguardo ai nostri progenitori: Creati per la gioia e la vita con Dio, ingannati, si rivolgono verso ‘un altro bene’: sentirsi ‘dio’ essi stessi, ‘liberi da’ Dio... un’autorealizzazione impossibile! Subito cade ‘questo sogno di satana’ e... si nascosero agli occhi di Dio, perché ‘nudi’. Ma Dio conosce il dramma che nasce nell’uomo dal suo stesso rifiuto, l’inferno del peccato in cui viene a trovarsi, e lo cerca.: “Uomo, dove sei?”. “Mi sono nascosto perché sono nudo”. Ieri, oggi, sempre. È la situazione raccontata dalla parabola del figlio prodigo.

Cerchiamo di entrare in questa ‘nudità’, che è l’esatta fotografia di tanti che scommettono la vita ‘fuori della casa del Padre’, credendo di trovare ‘il paradiso’ in questo mondo, cancellando anche solo l’idea del peccato e divenendo...idoli di se stessi.

  • “… e là sperperò le sue sostanze, vivendo da dissoluto. Quando ebbe speso tutto, in quel paese venne una grande carestia ed egli cominciò a trovarsi nel bisogno. Allora andò e si mise a servizio di uno degli abitanti di quella regione, che lo mandò nei campi a pascolare i porci. Avrebbe voluto saziarsi con le carrube che mangiavano i porci, ma nessuno gliene diede”.
Deve essere stata grande la delusione di quel giovane, che aveva sperimentato la bellezza di vivere nel calore e nella sicurezza di casa, dove non mancava di nulla ed era circondato dall’affetto paterno. Era nato in quella casa ed ‘era fatto’ per quella casa.

Altre case... il mondo, che aveva scelto, credendo di trovarvi maggiore gioia, lo aveva illuso per un momento, ma... per abbandonarlo subito, lasciandolo senza cibo, senza affetto, in una condizione di umiliazione... ‘tra i porci’, negandogli persino ‘il cibo dei porci’!

Come ha pagato caro la sua scelta del mondo, convinto che ‘offrisse di più’ di quanto dava la casa del padre!

È la storia di chi di noi, a volte, speriamo mai, nelle ‘proposte del mondo’, crede di trovare, ‘la libertà’, senza rendersi conto che hanno la loro sostanza nel rifiuto del bene, ossia dell’amore del Padre e sono strade che conducono alla carestia, al degrado... si diventa ‘custode di porci’! Quante storie come quella del figlio prodigo ho conosciuto. Quanta meravigliosa gente, giovani, ragazze, uomini, donne, hanno creduto di trovare la felicità fuori della casa, che è la sola che può darci ‘pienezza di vita’, per la nostra natura di figli di Dio, e si sono trovati con l’inferno nel cuore, che nulla può addolcire.

Suscita tanta compassione quel figlio prodigo, come la suscitano quanti di noi, dopo scelte sbagliate, si trovano alla fine insoddisfatti, affamati di vera gioia, di pace interiore, ma ‘abbandonati’ da chi o da ciò in cui hanno creduto.Che triste solitudine... senza Padre...senza casa...con amici falsi ... o lasciati da tutti. Un inferno.

Ma si può uscirne? Si può risalire la china e ritornare alla Casa del Padre?Leggiamo - se volete con le lacrime agli occhi per la commozione che suscita - non solo l’attesa del Padre, ma il momento della svolta del figlio, la sua volontà di tornare a casa, pur con tante paure e dubbi, e soprattutto l’incontro con il Padre.

Il ‘voler tornare’ è il momento della conversione, opera dello Spirito Santo.
  • “Allora rientrò in se stesso e disse: Quanti salariati in casa di mio padre hanno pane in abbondanza e io qui muoio di fame! Mi leverò e andrò da mio padre e gli dirò: Padre, ho peccato contro il Cielo e contro di te, non sono più degno di essere chiamato tuo figlio, trattami come uno dei tuoi garzoni. Partì e si incamminò verso suo padre”.
Chi di noi ha davvero a cuore ritrovare la sua ‘innocenza’, la sua pace interiore, che è nel sacramento della Penitenza, è necessario chieda la Grazia di ‘mettersi in discussione’ ed abbia il coraggio di ‘rimettersi in cammino’, con la sicurezza di trovare aperta la porta di casa, il Cuore di Dio.

La Quaresima è proprio il tempo - per chi di noi ama la Gioia pasquale, la vera gioia dei santi, dei buoni, di quelli che vivono in pace con Dio e quindi con se stessi e gli altri - di chiedere la Grazia allo Spirito di saper ‘rientrare in se stessi’, ossia fare chiarezza nella propria vita ed avere fiducia di avere un Padre misericordioso.

L’incontro del figlio con il Padre, Gesù lo descrive con parole che davvero commuovono. Un vero peccato non farsi coinvolgere e, per paura o, peggio ancora, perché si è spento il ‘bello della vita’, dono di Dio, o per un assurdo chiudersi in se stessi…rinunciare all’incontro, quando tutti dovremmo sentire il desiderio della vera Gioia, che viene dall’amore del Padre, sapendo come ritrovarla, quando l’abbiamo perduta...con il Sacramento della Penitenza.

E se nasce l’incertezza: ‘Il Padre come ci accoglierà?’…ascoltiamo Gesù e fidiamoci!
  • “Quando era ancora lontano, il padre lo vide e commosso gli corse incontro, gli gettò le braccia al collo e lo baciò. Il figlio gli disse: Padre, ho peccato contro il Cielo e contro di te, non sono più degno di essere chiamato tuo figlio. Ma il Padre disse ai servi: Portate qui il vestito più bello e vestitelo, ... facciamo festa, perché questo mio figlio era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato” (Lc 15, 11-32).
Questa è davvero la vera Pasqua: il ritorno a casa e conoscere la festa del Padre.

Come vorrei per me, per voi, miei amici, che conoscessimo, sperimentassimo e sentissimo la dolcezza sicura, sempre, di quelle braccia al collo del Padre commosso!

Quanta gioia provo ogni volta il Signore mi dà la Grazia di essere io, nel sacramento della Penitenza, il padre, per poter gettare le braccia al collo di un figlio ritrovato!



Antonio Riboldi – Vescovo –

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Omelie di Monsignor Riboldi - Anno Liturgico 2006/2007

Messaggio da miriam bolfissimo » gio mar 22, 2007 2:49 pm

      • Omelia del giorno 25 Marzo 2007

        V Domenica di Quaresima (Anno C)



        Donna, nessuno ti ha condannata
Non si può leggere il brano, che il Vangelo ci propone in questa domenica di Quaresima, senza provare una grande emozione per la delicatezza, l’amore che Gesù mostra davanti alla donna adultera, che scribi e farisei gli avevano condotto davanti, Soprattutto per vedere come si sarebbe comportato, se seguendo la legge di Mosè o contro.

Possiamo facilmente immaginare lo stato d’animo di quella donna ‘colta in flagrante adulterio’. Già l’essere stata scoperta sul fatto, deve essere stato umiliante. Ma vedersi poi strattonata e portata per le vie, sotto il disprezzo di tutti, verso il monte degli Ulivi, dove anche Gesù presto avrebbe subito la stessa vergogna, come condannato alla crocifissione, era sapere che presto il senso di ‘morte interiore’, che già provava, sarebbe stata una realtà definitiva: posta in mezzo tra gli scribi e i farisei da una parte e Gesù dall’altra sarebbe stata lapidata per la sua colpa.

Chi di noi non ricorda il tempo, non tanto lontano, di ‘tangentopoli’, quando era all’ordine del giorno la sfilata con le manette ai polsi, sotto i riflettori impietosi della TV e il disprezzo generale? Ho conosciuto parecchie di queste persone, che finirono in manette, per quel reato.

Ne ricordo in particolare una, che ricopriva un alto incarico. Viveva in uno stato di ansia, da quando gli era giunto l’avviso di garanzia, pronta ad essere prelevata dalle forze dell’ordine e portata in tribunale, additata come un ignobile corrotto. “Mi sembrava di vivere nell’anticamera della morte. Morivo ogni giorno un poco, per il disprezzo che sempre più saliva nell’opinione pubblica e la vergogna di essere finito nella polvere. E non avevo alcuna colpa. Chi non ha provato ‘il tintinnio delle manette’, sotto i riflettori, con la sensazione di essere calpestato da tutti, come fosse un cencio, non può capire cosa abbia voluto dire la posizione di quella donna evangelica, in piazza, in attesa della sentenza di morte da parte di Gesù...perché chi l’aveva trascinata in quella piazza, aveva già decretato la sua condanna”.

Ho rivisto quell’amico dopo quella esperienza. Anche se dichiarato innocente, era un uomo provato, come un semivivo, segnato da un dolore che non riusciva a superare, a nascondere. Non era più la persona ‘importante’, che avevo conosciuto, ma ‘un relitto umano’, che si trascinava a stento, evitando tutto e tutti, per schivare il disprezzo che gli si era appiccicato alla pelle, come una lebbra inguaribile.

Ed anche se non in quella forma, siccome tutti siamo fragili e quindi facili a sbagliare, a volte la nostra debolezza, più o meno grave, quando si manifesta agli occhi della gente, subito fa scattare il disprezzo o la condanna. E difficilmente riusciamo a cancellarne il ricordo.

È un ‘sentirsi’ privati della stima o del perdono, che sono la forza che ci consente di andare avanti. Ma per fortuna la meraviglia del Cuore di Dio è diversa.

Lui è ‘un papà‘ e i papà non si concedono la disistima del figlio, anche quando sbaglia.

Il cuore di un papà non glielo consente, magari strilla, ammonisce, ma poi perdona, sempre, il figlio. Il cuore di un papà ama sempre. Come quello della mamma che era con me, quando visitavo i terroristi nelle carceri. Ci divideva da loro uno spesso vetro, che non permetteva alcun contatto. Ci si parlava con un microfono. Quella mamma meravigliosa, davanti alla figlia terrorista, piangendo e bagnando il vetro con le lacrime, continuava a recitare come un rosario: “Ti voglio bene...sei sempre mia figlia...ti voglio bene”. Di fronte a questa immagine di amore, mi venne da piangere con lei.

Il perdono, e lo abbiamo meditato nel Vangelo del figlio prodigo, è davvero il grande Cuore di Dio, che non si fa scoraggiare dai nostri sbagli: neppure ci toglie un briciolo di stima, come si fa con i figli...ma conosce solo la commozione e ‘le braccia al collo’, quando il figlio si ravvede e rientra in se stesso.

C’era un tempo, in cui si pensava a Dio, non come un Padre che per perdonarci sacrifica Suo Figlio, Gesù, ma come un Giudice pronto a condannarci o punirci. E le nostre ‘confessioni’, tante volte, risentivano di questo carattere di ‘giudizio’, non di incontro gioioso.

Ma gustiamo, parola per parola, il Vangelo di oggi:
  • “Gesù si avviò verso il Monte degli Ulivi. Ma all’alba si recò di nuovo nel tempio e tutto il popolo andava da Lui ed Egli, sedutosi, li ammaestrava. Allora gli scribi e i farisei gli conducono una donna sorpresa in adulterio e, postala nel mezzo, gli dicono: Maestro, questa donna è stata sorpresa in flagrante adulterio. Ora Mosè, nella Legge, ci ha comandato di lapidare donne come questa. Tu che ne dici? Questo dicevano per metterlo alla prova e per avere di che accusarlo. Ma Gesù, chinatosi, si mise a scrivere col dito per terra. E siccome insistevano nell’interrogarlo, alzò il capo e disse loro: Chi di voi è senza peccato, scagli per primo la pietra contro di lei. E, chinatosi di nuovo, scriveva per terra. Ma quelli, udito ciò, se ne andarono uno per uno, cominciando dai più anziani fino agli ultimi. Rimase solo Gesù con la donna là in mezzo. Alzatosi allora Gesù le disse: Donna, dove sono? Nessuno ti ha condannata? Ed essa rispose: Nessuno, Signore. E Gesù le disse: Neanche io ti condanno: va’ e non peccare più” (Gv 8, 1-11).
Se la settimana scorsa Gesù, con la parabola del figlio prodigo, rivelava la incredibile ampiezza della Misericordia del Padre, e Sua: “commosso gli corse incontro, gli gettò le braccia al collo e disse: Facciamo festa perché questo mio figlio era morto ed è tornato in vita”, ancor più, nell’episodio della donna adultera, colta in flagrante adulterio e da condannarsi, secondo la Legge, alla lapidazione, mostra quanto in Lui prevalga la Misericordia su quella che noi, a volte, non so con quale diritto, chiamiamo giustizia.

La differenza, rispetto a noi, è che Dio non ama la morte del peccatore, ma desidera solo che si converta e viva. Noi, invece, a volte, preferiamo la morte del peccatore o la pena, disinteressati rispetto alla sua vita.

Quante volte, forse anche noi, per qualche sbaglio, dovuto alla debolezza umana, sorpresi nel fallo, ci siamo trovati come quella donna: al centro dell’attenzione, con tanti che gridavano chiedendo giustizia, terribilmente soli?

Se Dio ci vede ‘caduti’, qualunque sia la nostra colpa, preferisce darci una mano per rialzarci e aiutarci a tornare a vita nuova, come il figlio prodigo.

Fa davvero impressione, intorno a quella donna, da un lato la folla di giudici che ne invocano la morte e, ‘con una raffinata malizia’, vogliono anche condannare Gesù, e la sua sentenza, mentre dall’altra parte c’è proprio Lui, Gesù, che davanti al peccato tace, si china per terra, prendendo un netto distacco da loro, da noi, forse triste proprio per la nostra condotta di giudici senza pietà, che proprio non ci spetta. E come a confermare questa immensa Bontà e Misericordia di Dio, scrive il profeta Isaia:
  • “Non ricordate più le cose passate, non pensate più alle cose antiche! Ecco faccio una cosa nuova: proprio ora germoglia, non ve ne accorgete? Aprirò una strada nel deserto, immetterò fiumi nella steppa, mi glorieranno le bestie selvatiche, sciacalli e struzzi, perché avrò fornito acqua nel deserto, fiumi alla steppa per dissetare il mio popolo, il mio eletto. Il popolo, che lo ho plasmato per me, celebrerà le mie lodi” (Is 43, 16-22).
Davvero meraviglioso è l’Amore di Dio... e noi abbiamo paura a gettarci nelle Sue braccia?!

Come ce la spieghiamo questa paura o vergogna? La Pasqua, che è ormai alle nostre porte, ci invita a sperimentare la Bontà del Signore, che ci aspetta tutti sulla porta di casa Sua, attende che rientriamo in noi stessi e, attraverso il sacramento della Penitenza, vuole poterci correre incontro e gettarci le braccia al collo. Dinnanzi alla nostra coscienza che, a volte, si oscura per la vergogna o paura, o di fronte ad una mentalità che preferisce affidarsi alla giustizia umana, che a volte chiude gli orizzonti della vita, ci attende Gesù che ci dice: “Io non ti condanno! Va’ in pace e non peccare più”.

Scriveva Paolo VI, commentando questo Amore:
  • “In un mondo che si divora nell’egoismo, individuale e collettivo, che genera gli antagonismi, le inimicizie, le gelosie, le lotte di interesse, le lotte di classe, le guerre, l’odio in una parola, noi proclameremo la Legge dell’Amore, che si diffonde e si dona, che sa allargare il cuore ad amare gli altri, a perdonare le offese, a servire gli altrui bisogni, a sacrificarsi senza calcoli, a farsi povero per i poveri, fratello per i fratelli, a creare un mondo nuovo di concordia, di giustizia e di pace” (28.6.1956).
Non mi resta, cari amici, che pregare ed augurare a tutti che la Pasqua, che è alle porte, ci faccia conoscere i passi verso il ritorno al Padre, per insieme cantare la Gioia dell’Alleluja!



Antonio Riboldi – Vescovo –

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Omelie di Monsignor Riboldi - Anno Liturgico 2006/2007

Messaggio da miriam bolfissimo » ven mar 30, 2007 3:06 pm

      • Omelia del giorno 1 aprile 2007

        Domenica delle Palme



        Settimana Santa: Dio rivela quanto ci ama
Non credo lasci indifferenti quanto la Chiesa celebra oggi, chiamata ‘Domenica delle Palme’, e immediatamente, è come se il sipario del cielo si aprisse per mostrarci dal vivo, in Gesù, Suo Figlio, quanto il Padre ci ami.

Come davanti ai grandi eventi che colpiscono, ciò che si celebra da oggi a Pasqua, è l’Evento per eccellenza, che dovrebbe zittire le voci della nostra vita chiassosa e, a volte, senza senso, per non perdere una sola briciola dell’Amore che si svela. È l’Evento, quasi incomprensibile, di Gesù che ‘inventa’ un paradossale trionfo, secondo i nostri poveri criteri umani, ma che è un’epifania di Chi Lui veramente è.

Un trionfo avvolto nella umiltà e recitato da gente semplice, che ha conservato ancora lo spazio per lo stupore e la capacità di riconoscere il divino che è tra noi.

Quell’asinello, il più umile e, se vogliamo, ‘ridicolo’ degli animali, è ‘il carro del trionfo’. Nulla a che fare con i trionfi cui siamo abituati tra noi uomini. Quello di Gesù è vera proclamazione dell’amore, che è semplicità, umiltà meravigliosa, come un ‘ti amo’ detto sospirando. I nostri trionfi sono invece frutto dell’apparenza o, peggio, della superbia, ben lontana dal donare amore.

La gente, oggi, è ancora sensibile al fascino di quelle palme, che vengono benedette e date; come un invito ad accodarci ai semplici, che “stendevano i loro mantelli al passaggio di Gesù, acclamando: Benedetto colui che viene nel nome del Signore, pace in cielo e gioia nel più alto dei cieli”? E quel ramoscello d’ulivo, che riceviamo oggi, è per noi il segno della gioia di accogliere Gesù che passa, per donarci quella pace del cuore, di cui abbiamo bisogno, tutti e tutto il mondo?

Non ci importano le tante voci di gente incapace di seguire la folla dei festanti. Forse assomigliano ai ‘farisei’, che dissero a Gesù: “Maestro, rimprovera i tuoi discepoli”. E Gesù rispose: “Vi dico che se questi taceranno, grideranno le pietre” (Lc 19,28-40).

Noi vogliamo, se possibile, entrare nella mente e nel cuore di Gesù che, se da una parte gioiva della fede dei semplici, dall’altra certamente già ‘vedeva’ la folla del sinedrio, davanti a Pilato, che, con urla scomposte e piene di odio, griderà: “Crocifiggilo!”.

Per loro non sarebbe più stato il Maestro pieno di dolcezza e di umiltà, che si faceva vicino ai semplici, spargendo gioia e pace, ma lì, davanti a Pilato, irriconoscibile per la corona di spine sulla testa, il manto rosso sulle spalle per irriderlo, esposto all’odio dei suoi nemici, come dirà Pilato, sarà: “Ecce Homo”. “Che male ha fatto?, chiederà Pilato. La risposta sarà sempre la stessa: “Crocifiggilo”.

Non è davvero facile che l’uomo di tutti i tempi sappia riconoscere, in Gesù, ‘Colui che viene nel nome del Signore e porta Pace’. Non ci basta sapere che Dio viene tra noi, è vicino, in mezzo a noi, sempre, con la semplicità e l’umiltà di chi non cerca da noi un trionfo, ma vuole solo donarci serenità.

Siamo malati di tanto egoismo, che ci impedisce di vedere ciò che vedono i semplici, gli umili: il Cielo. Troppe volte ci facciamo abbagliare dai trionfi del mondo, che chiama gloria e festa i carri di carnevale, che sgomita per salire sul ‘carro del vincitore’, senza neppure rendersi conto di cadere spesso nel ridicolo. Bisogna essere davvero ciechi per non capire ciò che è davvero la gioia del cuore, da Chi viene, per poter ‘entrare’ nella festa della domenica delle Palme.

Sempre l’evangelista Luca, immediatamente dopo l’entrata trionfale in Gerusalemme, racconta un particolare che svela come Gesù sappia leggere nei cuori e, scoprendo di essere rifiutato dall’uomo che Egli tanto ama, provi una profonda amarezza e tristezza. Chi di noi ha avuto il dono di un pellegrinaggio in Terrasanta, credo che abbia bene nel ricordo, nella discesa ripida verso l’Orto degli Ulivi, un angolo che si stacca dalla strada e che è chiamato ‘Dominus flevit’: ‘Il Signore pianse’. È un luogo suggestivo, da cui si può vedere Gerusalemme e, in particolare, la spianata del tempio. È da lì che Luca racconta:
  • “Quando fu vicino alla città, Gesù la guardò e si mise a piangere per lei. Diceva: Gerusalemme, se tu sapessi, almeno oggi, quello che occorre alla tua pace! Ma non riesci a vederlo. Ecco, Gerusalemme, per te verrà un tempo nel quale i tuoi nemici ti circonderanno di trincee. Ti assedieranno e premeranno su di te da ogni parte. Distruggeranno te e i tuoi abitanti e sarai rasa al suolo, poiché tu non hai saputo riconoscere il tempo nel quale Dio è venuto a salvarti” (Lc 19,41-44).
Gesù, sentendosi non accolto dagli uomini, per i quali stava donando l’intera vita, non ha parole di vendetta. Lui è l’Amore del Padre misericordioso, che ha cercato di fare breccia nel nostro cuore. In fondo siamo noi uomini a essere i diretti destinatari di questo incredibile amore, che può davvero ridare senso e valore alla nostra vita, troppe volte chiusa al bene. Visitando quel luogo; il ‘Dominus flevit’, come Gesù, osservando l’atteggiamento del mondo nei Suoi confronti, viene davvero da piangere.

Quanto siamo stolti, noi uomini, che voltiamo le spalle a Chi ci ama, per abbandonarci a chi fa di tutto per sradicare da noi ogni seme di bene e di gioia! Meraviglioso amore di Dio, che non punisce chi gli volta le spalle, ma sa spingere il suo amore fino a versare prima le lacrime e poi il suo sangue, per far breccia nel cuore degli uomini! Ma poteva e può Dio amarci di più? Pare quasi incredibile che Dio ci ami tanto, da versare lacrime nel vedersi non capito, non accolto o respinto! E questo perché Lui sa bene che l’uomo può conoscere la vera pace e gioia, il vero senso della vita, solo se sa accogliere il Suo Amore.

Credere di poter trovare felicità altrove, voltandogli le spalle, è andare incontro ad una tragica realtà, che si esprime in quel gemito inenarrabile: “Gerusalemme (e siamo noi!) se tu sapessi, almeno oggi quello che occorre alla tua pace! Ma tu non riesci a vederlo. Ecco, verrà il giorno in cui i tuoi nemici ti circonderanno e sarai rasa al suolo, perché non hai saputo riconoscere il tempo in cui Dio è venuto a salvarti”.

Abbiamo forse tante volte pensato ad un Dio indifferente alla nostra vita, lontano da noi…non abbiamo tenuto conto che Lui invece ci ama ‘da morire di amore’! E come a ricordarci tanto Amore, che si fa Dolore e Lacrime, oggi la Chiesa ci presenta il racconto della passione di Gesù, secondo Luca. Quanti di noi ‘vivono di Gesù’, come affermava l’apostolo Paolo, fanno della lettura della Passione, il centro della ‘loro passione’.

E chi non avrebbe voluto raccogliere quelle lacrime di Gesù, lacrime di amore che hanno un valore davvero immenso, per farle proprie, ed essergli così di conforto? Chi non vorrebbe essere come lavato da quelle lacrime, sicuro di ritrovare la bellezza della vita? Pensando alle lacrime di Gesù, pare di vedere l’oceano di lacrime della nostra umanità.

Chi non ha conosciuto le lacrime per essersi visto respinto nell’amore?

Quanti uomini, donne, giovani, che avevano trovato il bello della propria vita nel sentirsi amati e nel poter amare, nel vedersi rifiutati, per seguire altri, hanno davvero versato fiumi di lacrime! Quante mamme, quanti papà hanno pianto di nascosto nel vedere i figli preferire l’inganno del mondo alla loro casa!

Quante lacrime, oggi, si versano per le violenze della guerra: popoli in fuga senza domani, incapaci forse di piangere, ma solo perché ‘sono finite le lacrime’!

Questa settimana santa è proprio il tempo di meditare a fondo se, per caso, Gesù non pianga per noi, per la nostra rovina o come asciugare le lacrime di chi, per un lutto dei propri cari, per una malattia, vive piangendo.

È l’augurio che vorrei fare a tutti i miei lettori: meditiamo a lungo su quelle lacrime di Gesù, per capire non solo quanto ci voglia bene, ma anche per accorgerci se, forse, piange proprio per noi. E, dopo esserci lasciati ‘lavare’ dalle lacrime di amore di Dio, impariamo a farci vicini a tanti, ma tanti, che piangono e cercano conforto, affetto e comprensione.

Ma impariamo anche a dire ‘Grazie al nostro Dio’, che ha un cuore così grande, che non nasconde il dolore, quando non Lo amiamo e sa piangere per ognuno di noi, per me...

Qui è il vero Volto del Padre. Qui è la vera Pasqua. Che sia così per ognuno di noi.



Antonio Riboldi – Vescovo –

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Omelie di Monsignor Riboldi - Anno Liturgico 2006/2007

Messaggio da miriam bolfissimo » gio apr 05, 2007 1:16 pm

      • Omelia del giorno 5 aprile 2007

        Giovedì Santo



        L’Amore che si fa Comunione di Vita
Credo sia un atto di grande carità aiutare i miei amici a condividere l’Amore di Dio per noi, in questi giorni davvero santi. Lo faccio, offrendo brevi riflessioni di partecipazione.

Oggi, Giovedì Santo, in mattinata, in tutte le cattedrali della Chiesa nel mondo, ogni vescovo raduna, in modo particolare, tutti i sacerdoti della sua diocesi, per quella suggestiva celebrazione definita ‘Messa del Crisma’, ossia la benedizione degli Oli sacri: dei catecumeni, degli infermi e del Sacro crisma. Quest’ultimo viene usato per ungere la fronte dei cresimandi, le mani dei sacerdoti ed, infine, il capo nell’ordinazione a vescovo.

Momenti, grandi momenti, Cresima, Sacerdozio, Consacrazione episcopale, che sono, non solo la designazione e consacrazione di noi uomini nel nostro cammino vocazionale, ma sono espressioni della Forza dello Spirito. Davvero siamo ‘unti del Signore’.

Al termine della S. Messa i parroci attingono gli oli da portare nella parrocchia per il Battesimo, l’Unzione degli infermi e la Cresima. Ed è un momento, questo, che ‘fa vedere’ come davvero la Chiesa è Corpo di Cristo, visibile nella grande Comunione dei sacerdoti con il vescovo: è la Festa dei sacerdoti e di tutti i fedeli, uniti in comunità con il proprio vescovo. Un evento davvero grande e commovente.

A sera: con grande solennità, come a continuare ‘la Cena del Signore’, ossia il dono dell’Eucarestia, nelle parrocchie viene celebrata la S: Messa definita ‘In Coena Domini’, ossia ‘nella Cena del Signore’. È la solennità della ‘prima Comunione’ della Chiesa, rappresentata dagli Apostoli, con il Corpo e Sangue di Gesù, donato per sempre quella sera. Una Cena che da allora non finisce mai ed è la grande manifestazione di Dio che si fa Dono, Pane di Vita, per noi: ‘Mistero grande della fede’.

È qui che si misura quanto conta l’Eucarestia per noi: se poco o se tanto. Ognuno deve chiederselo.Così commenta, il caro Giovanni Paolo II, il suo rapporto con l’Eucarestia, nell’Enciclica ‘Ecclesia et Eucarestia’.
  • “Ave, verum corpus, natum de Maria Virgine. Pochi anni or sono ho celebrato il cinquantesimo del mio sacerdozio. Sperimento oggi la grazia di offrire alla Chiesa questa Enciclica sulla Eucaristia, nel Giovedì Santo, che cade nel mio 25° anno di ministero petrino. Lo faccio con il cuore colmo di gratitudine. Da oltre mezzo secolo, ogni giorno, da quel 2 novembre 1946, in cui celebrai la prima Messa, nella cripta di San Leonardo, della cattedrale del Wawel di Cracovia, i miei occhi si sono raccolti sull’ostia e sul calice in cui il tempo e lo spazio si sono in qualche modo ‘contratti’ e il dramma del Golgota si è ripresentato vivo, rivelando la sua misteriosa ‘contemporaneità’.Ogni giorno la mia fede ha potuto riconoscere nel Pane e nel Vino consacrati, il divino Viandante che un giorno si mise al fianco dei due discepoli di Emmaus per aprire loro gli occhi alla luce e il cuore alla speranza.Lasciate, carissimi fratelli e sorelle, che io renda con intimo trasporto, in compagnia e a conforto della vostra fede, la mia testimonianza di fede nella Santissima Eucaristia. ‘Ave verum corpus, natum de Maria Virgine / vere passum, immolatum, in croce pro homine’.Qui c’è il tesoro della Chiesa, il cuore del mondo, il pegno del traguardo a cui ciascun uomo, anche inconsapevolmente, anela.Mistero grande che supera, certo, e mette a dura prova la capacità della nostra mente di andare oltre le apparenze, ma la fede ci basta. Lasciate che, come Pietro, alla fine del discorso eucaristico, nel Vangelo di Giovanni, io ripeta a Cristo, a nome di ciascuno di voi: Signore, da chi andremo? Tu solo hai parole di vita eterna” (Dall’Enciclica sull’Eucarestia).
Come vescovo, ho avuto il dono qualche volta di celebrare con il Santo Padre, Giovanni Paolo II, la S. Messa nella sua cappella privata. Era come una sinfonia divina, che rapiva e si scolpiva nella memoria e nel cuore. Oggi, siamo chiamati a vivere questo
dono.Ci saremo tutti?

Vorrei che fossero nostre le parole di Pietro, davanti alle nostre difficoltà nel credere: “Signore, da chi andremo? Tu solo hai parole di vita eterna...Conferma la nostra fede!”



Antonio Riboldi – Vescovo –

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Messaggio da miriam bolfissimo » ven apr 06, 2007 10:31 am

      • Omelia del giorno 6 aprile 2007

        Venerdì Santo



        Il trionfo dell’amore che si fa dono
Da ieri sera, dopo la S. Messa ‘in Coena Domini’, deposto Gesù in quello che siamo abituati a chiamare ‘sepolcro’, la Chiesa si è raccolta nel silenzio, a cominciare dalle campane ‘mute’. Come si volesse rispettare l’amore che si sacrifica totalmente sulla croce per ridare a noi, che davvero con i nostri peccati viviamo ‘come morti’, quella resurrezione che l’unica vera speranza per tutti.

E, in tanti, quel silenzio della Chiesa fa impressione. Noi, abituati quasi a ‘sentire la presenza di Dio nel suono delle campane’, siamo proiettati nel silenzio, che regnò sul Calvario, quando Gesù ‘spirò’.

Ci passa davanti all’anima la visione di quel Crocifisso, che è anche l’Amore che noi continuiamo a negare a tanti ‘crocifissi’, con le nostre ingiustizie, violenze, indifferenze. È un’immensa selva quella dei Calvari nel mondo! Come a continuare la storia di Gesù, messo a morte per odio e cattiveria, per indifferenza e ignoranza!

E quante volte anche noi, per tante ragioni, ci sentiamo in croce...ed è come sentirsi morti. Ma Gesù, per non lasciarci orfani, sotto la Sua Croce, ci ha donato la Mamma: “Donna, ecco tuo figlio”. Così l’Amore non conosce sosta.

Possiamo facilmente comprendere i sentimenti di Maria, la Madre, di Giovanni, il prediletto, e delle donne che stavano sotto la Croce. Non era facile accettare che ‘il più bello tra gli uomini’, la Bontà senza fine, li avesse lasciati soli. Era un vuoto incolmabile. Ma non è un carattere dell’amore conoscere la fine: l’amore valica tempi e difficoltà.

E certamente, a sostenere il dolore di Maria, era la fede e la speranza incrollabili che Suo Figlio, il Crocifisso, sarebbe tornato. Lo aveva promesso. Una tale certezza sappiamo che non vi era stata nei Suoi discepoli. Gli apostoli avevano mostrato tutta la loro debolezza, nel momento della prova, facendosi prendere dalla paura e fuggendo. Una fuga senza speranza.

Dove andare senza il Maestro?

La massa - e ce n’è tanta, oggi, anche tra di noi - aveva partecipato alla passione e morte come fosse uno spettacolo, se tale può chiamarsi un uomo che soffre e viene ucciso!

Noi con chi siamo, oggi, Venerdì Santo? Con Maria, Giovanni e le donne a ricordare in Chiesa la passione e baciare il Crocifisso, in attesa della speranza...della resurrezione? O siamo vittime della paura, propria di chi fugge perché non trova più una ragione nella speranza e nel perdono? Ma dove andremo?

Oppure, Dio non voglia, siamo tra quelli cui non interessa più che Dio abbia fatto dono del Figlio, per permetterci di uscire dal sepolcro dei nostri peccati e tornare a conoscere la vera vita? Siamo tra quei fratelli e sorelle che stanno giocando la vita sull’egoismo? Tra coloro a cui ‘Dio non interessa più’, inconsapevoli che è proprio questa la strada per crocifiggersi...ma senza speranza?

Non si può conoscere la bellezza della vita, se non si conosce l’amore… e Colui che è l’Amore!

Con voi, carissimi, vorrei condividere il silenzio del Venerdì santo, accanto a Maria, accogliendo il dono di Gesù: sentiamola nostra Madre! Con voi adorare, ringraziare, baciare quel Crocifisso, che è davvero tutto Amore dato. Mi resta solo di pregare per voi e con voi e così ‘gustare i doni’, che sono nel silenzio della Passione.



Antonio Riboldi – Vescovo –

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Omelie di Monsignor Riboldi - Anno Liturgico 2006/2007

Messaggio da miriam bolfissimo » sab apr 07, 2007 5:00 pm

      • Omelia del giorno 8 aprile 2007

        Resurrezione del Signore



        Cristo è risorto! Alleluia!
Credo sia un prezioso atto di amicizia iniziare questa mia riflessione con un augurio di Santa Pasqua. È davvero “il giorno che ha fatto il Signore, alleluia!” e, per noi che, insieme, come guidati dallo Spirito, abbiamo cercato di vivere la Quaresima per essere degni di partecipare al dono della Resurrezione, quel silenzio, che ha caratterizzato il Venerdì santo e il Sabato santo, dà l’impressione che Dio abbia voluto dimenticare il passato, iniziato bene con la nostra creazione, ma interrotto drammaticamente dal peccato dei nostri progenitori.

Un peccato che è stato il rifiuto del dono dell’Amore del Padre, per affidarsi all’egoismo, la terribile tentazione di satana, che proprio non vuole la nostra felicità.

Un silenzio che era come un ‘ricominciare da capo’ la storia incredibile del Padre che ci perdona tutto e vuole spalancarci le sue braccia per il nostro ritorno a casa... da ‘risorti con Cristo!’. La Chiesa celebra questa ‘nuova creazione’ con la veglia pasquale, che si celebra in tutte le parrocchie.

Una veglia che inizia con l’accendere il cero pasquale: ‘la Luce che riappare’; riporta alla memoria, con la Parola di Dio, la storia dell’uomo che, come il figlio prodigo ha lasciato la casa paterna; la storia del Padre che nei secoli non smette di cercarci; la storia di un amore che alla fine rompe gli indugi e fa dono della vita del Figlio, Gesù, che si fa carico di tutte le nostre colpe, che ci separano da Dio, e le cancella con un atto di amore che è donazione totale, impensabile per noi uomini, sacrificandosi sulla croce.

E la Chiesa, nella notte in cui torna la Luce, suona a festa le campane, esprime la pienezza di vita ritrovata, cantando l’inno pasquale di S. Agostino. Chissà quante volte l’abbiamo sentito e ogni volta rinasce la Gioia, dono del Cielo, che torna ad aprirsi e sorridere.
  • “Questa è la notte in cui Cristo, spezzando i vincoli della morte,
    risorge vittorioso dal sepolcro.
    Nessun vantaggio per noi essere nati, se Lui non ci avesse redenti.
    O immensità del Tuo amore per noi!
    O inestimabile segno di bontà: per riscattare lo schiavo, hai sacrificato il tuo Figlio. Felice colpa, che meritò di avere un così grande Redentore!
    O notte beata, tu sola hai meritato di conoscere il tempo e l’ora
    in cui Cristo è risorto dagli inferi. Di questa notte è stato scritto:
    la notte splenderà come il giorno
    e sarà fonte di Luce per la mia delizia.
    Il santo Mistero di questa notte sconfigge il male,
    lava le colpe, restituisce l’innocenza ai peccatori, la gioia agli afflitti.
    Dissipa l’odio, piega la durezza dei potenti, promuove la concordia e la pace.
    O notte veramente gloriosa, che ricongiunge la terra al Cielo
    e l’uomo al suo Creatore!” (Inno di S. Agostino)
La Chiesa benedice l’acqua, che poi verrà usata per i battesimi e per la benedizione delle nostre case, come a raffigurare quella beata notte, in cui tutto il creato e l’uomo vengono chiamati a vita nuova con Gesù Risorto.

In tante chiese, durante la veglia, per ricordarci che tutti siamo ‘stati fatti partecipi della rinascita’ con il santo Battesimo, la Chiesa celebra i battesimi.

La Chiesa ci ricorda che, in quella notte, con la Resurrezione, è iniziata l’era di ‘un mondo nuovo’. È una notte di immensa gioia, che apre il cuore di noi tutti, troppe volte come oscurato dalla notte del mondo, che si diverte a crocifiggere ogni seme di speranza.

Ci lascia nel cuore la Gioia vera e duratura che conobbero Maria, la Mamma di Gesù, Maria di Magdala, gli apostoli, che esultarono nel vedere Gesù Risorto. Chi non ricorda lo smarrimento del Venerdì santo, così ben narrato dall’evangelista Luca?
  • “Era verso mezzogiorno, quando il sole si oscurò e si fece buio su tutta la terra fino alle tre del pomeriggio. Il velo del tempio si squarciò nel mezzo. Gesù, gridando a gran voce, disse: Padre, nelle tue mani consegno il mio spirito. E detto questo spirò. Visto ciò che era accaduto, il centurione glorificava Dio: Veramente quest’uomo era giusto. Anche le folle che erano accorse a questo spettacolo, ripensando a quanto era accaduto, se ne tornavano percuotendosi il petto”.
Quel momento di immenso e totale amore era stato condiviso, fino in fondo, solo dalla Mamma, da Giovanni il prediletto e da alcune donne. Gli apostoli, presi da paura, erano fuggiti, temendo di essere coinvolti nell’odio dei farisei.

Ma fanno pensare, e molto, ‘quelle folle accorse allo spettacolo, che tornavano battendosi il petto’. Ci fanno pensare a tanti che oggi, come ieri, come sempre, parlano di ‘eclissi di Dio’, tranne poi accorgersi che senza Dio ‘si fa buio su tutta la terra’ e, ancora di più, nella speranza e nel cuore! Ma c’era stato chi aveva provato un angosciante dolore nel vedere l’Amore crocifisso: una Croce necessaria per liberarci dalla croce.

Penso alla Madonna del Sabato santo, alla Maddalena e ai tanti che amavano veramente il Maestro. Gesù era la loro sola ragione di vita. Certamente non si erano rassegnati a pensarlo sepolto, come non esistesse più. Tutto si può seppellire, ma non l’amore, che genera sempre speranza.

E così il Sabato era diventato il tempo dell’Attesa, come è il ‘sabato’ di quanti, raggiunti dalla Grazia del Perdono, attendono che l’Amore mostri il volto di una storia nuova. Si scrive tanto, oggi, del bisogno di molti di tornare alla fede smarrita, e quindi alla speranza. Ed è vero. Se si è sinceri, tornano sulle labbra le parole di S. Agostino:
  • “Nessun vantaggio per noi essere nati, se Lui non ci avesse redenti!”
Per noi diventa icona della Pasqua il racconto che Giovanni l’Evangelista fa dell’incontro di Maria Maddalena con il Risorto:
  • “Maria era andata a piangere vicino alla tomba. A un tratto, chinandosi verso il sepolcro, vide due angeli vestiti di bianco. Stavano seduti dove prima c’era il corpo di Gesù, una dalla parte della testa e uno dalla parte dei piedi. Gli angeli le dissero: Donna, perché piangi? Maria rispose: Hanno portato via il mio Signore e non so dove lo hanno messo. Mentre parlava si voltò e vide Gesù in piedi, ma non sapeva che era Lui. Gesù le disse: Perché piangi? Chi cerchi? Maria pensò che fosse il giardiniere e gli disse: Signore, se tu l’hai portato via, dimmi dove l’hai messo e io andrò a prenderlo. Gesù le disse: Maria! Lei subito si voltò e gli disse. Rabbunì! Che in ebraico vuol dire. Maestro! Gesù le disse: Lasciami, perché io non sono ancora tornato al Padre. Va’ e dì ai miei fratelli che io torno al Padre mio e Padre vostro, Dio mio e Dio vostro. Allora Maria andò dai discepoli e disse: Ho visto il Signore!” (Gv 20, 11-18).
Quel semplice chiamarsi o, se preferiamo, ‘ritrovarsi’ di Gesù e Maria, contiene tutta la Gioia della Resurrezione. L’Amore non ha bisogno di tante parole! Basta ‘chiamarsi’ per trasmettere l’intensità indescrivibile della Gioia, come quando ci si incontra dopo una lunga lontananza, con l’intenso desiderio di vedersi: basta uno sguardo. Qui due parole: ‘Maria!’ ‘Maestro!’. Chi di noi non vorrebbe ‘ritrovare la gioia della vita’ nell’Incontro?

La conoscono questa gioia, quanti, dopo una vita in cui ‘Gesù era come morto, sepolto’, nella conversione, Lo ritrovano, come accade ogni volta nel perdono della Riconciliazione. Noi cerchiamo Colui che ci cerca, Lo ritroviamo e...ci sentiamo chiamati per nome!

Vorrei augurarla e, più ancora, pregarla per tutti la Gioia di Maria. Una Gioia che la Chiesa così racconta, nella ‘sequenza’ della S. Messa di Pasqua:
  • “Raccontaci, Maria, che hai visto per la via?
    La tomba del Cristo Vivente, la gloria del Cristo Risorto,
    gli angeli suoi testimoni, il sudario e le vesti.
    Cristo, mia speranza, è Risorto e vi precede in Galilea”.
L’esplosione di Gioia celeste, uscita dal cuore di Maria, nel trovarsi di fronte a Gesù Risorto, Vivo, da allora ha attraversato tempi ed anime. Sono venti secoli che quell’annuncio si ripete, come un ‘oggi senza tramonto’. Ha raggiunto tantissimi nella storia: meglio, è la stessa storia della Chiesa.

E anche oggi possiamo risentirlo...sempre se, come Maria, siamo animati dal desiderio di trovarLo...perché senza di Lui, senza Resurrezione, direbbe S. Agostino: “a nulla varrebbe vivere!”. Ma occorre vivere seguendo le parole che S. Paolo scrive ai cristiani di Colossi:
  • “Fratelli, se siete risorti con Cristo, cercate le cose di lassù, dove si trova Cristo assiso alla destra di Dio: pensate alle cose di lassù, non a quelle della terra. Voi infatti siete morti e la vostra vita è ormai nascosta con Cristo in Dio! Quando si manifesterà Cristo, la vostra vita, allora anche voi sarete manifestati con Lui nella gloria” (Col 3, 1-4).
L’augurio è che il nostro tempo conosca la bellezza del Cristo Risorto, esca dalla notte che fa paura e voi, che con me camminate, come Maria verso il sepolcro, possiate essere ‘testimoni di Gesù Risorto’ e, quindi ‘con Lui e per Lui, speranza del mondo’.



Antonio Riboldi – Vescovo –

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Messaggio da miriam bolfissimo » ven apr 13, 2007 9:03 am

      • Omelia del giorno 15 Aprile 2007

        II Domenica di Pasqua (Anno C)



        Abbiamo visto il Signore
Quello che colpisce tutti, credo, è il pessimismo dilagante, che si nota nelle parole e sul volto di troppi, anche tra noi cristiani, come se Cristo, nostra Gioia e Speranza, non fosse mai risorto, ma fosse rimasto sempre là, immobile e senza vita, nel sepolcro.

E vicino al pessimismo si respira tanta paura, di cui non si sa nemmeno spiegare le ragioni. Una paura che mette addosso tanta, ma tanta, insicurezza in quanto facciamo e viviamo. Pare che tutte le speranze che, nel tempo, ci eravamo costruite, lentamente si sciolgano come neve al sole. Ed abbiamo ragione, perché di nulla possiamo essere certi qui sulla terra.

Successe lo stesso agli apostoli, dopo la crocifissione del Maestro, che era la sola loro speranza. Scelti, lo avevano seguito senza opporre resistenza e senza neppure sapere, all’inizio, a cosa erano destinati: essere apostoli, ossia quelli che dopo la Pasqua, avrebbero avuto il meraviglioso ed impegnativo compito di dare al mondo la vera speranza, che è Cristo Risorto, vera Luce del mondo. E la daranno, con la passione che sa infondere lo Spirito Santo a quelli che Lo accolgono e Lo seguono.

Ma, subito dopo la crocifissione, gli apostoli, ancora ‘poveri uomini’, anche se fedeli al Maestro, erano stati presi dalla paura e si erano nascosti, delusi, anche se, forse, con nel cuore un’ansia, ‘un sentire che non poteva finire tutto così’. Gesù non era e non è uno che ti lascia per strada, abbandonandoti al tuo destino. Se ti chiama e tu lo segui, Lui non ti lascia mai. In chi davvero Lo segue, a volte pare che scompaia, dandoti l’impressione di avere riposto il tuo amore nel ‘nulla’. Ma se c’è una meraviglia, che è dono di Dio stesso ed è la sua stessa natura, è proprio l’amore. E l’amore negli apostoli era davvero grande. Gesù lo aveva coltivato per tre anni, sapendo di deporlo in cuori generosi.

Come capita a tutti quelli, come noi, che seguono Gesù: a volte rimaniamo come sorpresi dalla Sua apparente assenza nelle nostre difficoltà, che sono il buio della vita. Ed è tanto, oggi, il ‘buio’, ma, diceva il Santo Padre, tempo fa: “E’ più utile in questi casi, accendere un cerino, che maledire il buio”.

A farci entrare nel mondo della speranza, che sa superare i momenti di buio, ci viene incontro il Vangelo di oggi:
  • “La sera dello stesso giorno - racconta l’evangelista Giovanni - il primo dopo il sabato, mentre erano chiuse le porte del luogo dove si trovavano i discepoli per timore dei Giudei, venne Gesù, si fermò in mezzo a loro e disse: Pace a voi! Detto questo mostrò loro le mani e il costato. E i discepoli gioirono nel vedere il Signore. Gesù disse loro di nuovo: Pace a voi! Come il Padre ha mandato me, anch’io mando voi. Dopo aver detto questo, alitò su di loro e disse: Ricevete lo Spirito Santo: a chi rimetterete i peccati saranno rimessi e a chi non li rimetterete, resteranno non rimessi. Tommaso, uno dei Dodici, chiamato Didimo, non era con loro quando venne Gesù. Gli dissero allora gli altri apostoli: Abbiamo visto il Signore! Ma egli disse loro: Se non vedo nelle sue mani il segno dei chiodi e non metto il dito nel posto dei chiodi e non metto la mia mano nel suo costato, non crederò.Otto giorni dopo (come oggi), i discepoli erano di nuovo in casa e c’era con loro anche Tommaso. Venne Gesù, a porte chiuse, si fermò in mezzo a loro e disse: Pace a voi! Poi disse a Tommaso: Metti qua il tuo dito e guarda le mie mani: stendi la tua mano e mettila nel mio costato, e non essere più incredulo, ma credente! Rispose Tommaso: Mio Signore e mio Dio! Gesù rispose: Perché mi hai visto, hai creduto: beati quelli che pur non avendo visto, crederanno” (Gv 20, 19-31).
Possiamo facilmente immaginare lo stupore di vedersi di fronte Colui che amavano tanto e di cui avevano accolto l’invito a seguirLo, quando erano stati scelti e chiamati...senza nemmeno sapere ancora Chi fosse veramente e, soprattutto, ‘dove’ li avrebbe portati, cosa avrebbe riservato per loro e a che cosa li avrebbe destinati! VederseLo lì davanti, Glorioso, Lui, che credevano sepolto per sempre, come tocca a noi uomini, certamente deve averli sconvolti: “Pace a voi!”

Quell’irrompere improvvisamente nella loro vita, Risorto, ha ‘cambiato’ la loro esistenza! Niente era più come prima! Gesù li portava in ‘un altro mondo’, dove la morte non ha più posto: c’è posto solo per la Gioia, la Vita.

Viene da chiederci se anche per noi la Pasqua, cioè l’inaspettato e atteso Dio che riappare nella nostra vita per dirci: “Pace a voi!”, è sorpresa e gioia.
  • “Non pochi cristiani - affermava Paolo VI – hanno della religione concetti imprecisi: forse pensano della fede ciò che decisamente non è, ossia offesa al pensiero, catena al progresso, umiliazione dell’uomo, tristezza della vita. Della luce pasquale noi vogliamo cogliere un raggio per tutti (come fu per gli Apostoli): per tutti quelli che lo vogliono ricevere, come dono, come segno almeno della nostra dilezione. Cristo risorto è il raggio primo della Pasqua, cioè della vita risorta in Cristo e in noi che vogliano essere cristiani. Ed è la Gioia. Il cristianesimo è gioia. La fede è gioia. La Grazia è gioia. Ricordate questo, o uomini, o amici, Cristo è la vera Gioia del mondo. La vita cristiana, sì, è austera, conosce la rinuncia e il dolore, fa proprio il sacrificio, accetta la croce, e quando occorre affronta la sofferenza. Ma nella sua espressione è sempre ‘beatitudine’: Gioia” (28 marzo 1964).
Ma... c’è sempre un ‘ma’, che oscura la nostra fede che cerca, quando le cerca, certezze che non appartengono a Dio, ma al nostro modo di cercare qui. Occorre cercare secondo lo stile di Dio che si presenta, attraversando le ‘pareti’ della nostra debolezza, e si manifesta dicendoci: ‘Pace a voi!’. È quella esperienza di fede che accompagna la vita dei santi, di coloro che davvero ‘sono’ cristiani, più che ‘dirsi’ cristiani.

Dio conosce la nostra innata debolezza a riconoscerLo... come fu per Tommaso, che voleva ‘segni chiari’: “Se non metto il dito nelle sue mani, la mano nel suo costato, non credo!”. Appartiene proprio alla nostra natura umana questa debolezza e Dio la conosce bene. E allora Lui fa il primo passo verso di noi. Sempre che in noi, come negli Apostoli, ci sia almeno una ricerca, una voglia di seguirLo, un vago desiderio di vederLo e quindi di stare con Lui.

Viviamo un tempo di tale consumismo, che lascia poco posto al desiderio del divino… come se fossimo ben ‘sepolti’ alla gioia, preferendo il buio delle creature senza vita, quando non sono il veleno della vita e della gioia!

Una mamma mi confidava, un giorno, il suo immenso dolore: “Ho due figli che ho cresciuto nella fede, quella vera. Sembrava che avessero trovato la vera via della vita in Cristo, nella Chiesa. Eravamo felici, come ‘pasque’. Poi il mondo li ha come inghiottiti e sembra dia fastidio anche solo essere cristiani. Come se tra loro e Dio fosse sceso un muro insuperabile. Non interessa più la gioia del Risorto: cercano disperatamente la gioia in altro, che nulla ha di Dio. A volte, a sera, nei momenti di silenzio, senza che loro si accorgano, guardando i loro occhi, vedo come una tristezza da ‘sepolti alla gioia’. Come vorrei che quella pietra, che li tiene sepolti, fosse rimossa e così tornassero a godere della vera gioia che è Cristo!”.

Certamente non è cosa da poco saper accogliere Cristo, che cerca in tutti i modi di ‘apparire a noi’. A volte, Lo fa, straordinariamente, con coloro, tanti, che, come Tommaso, sono convinti di non riuscire a ritrovare la Sua strada: Lo credono ‘sepolto’! Ma Lui li sorprende...viene, toglie la pericolosa ‘nube’ che lo nascondeva, come non ci fosse, Lo ‘vedono’... Lui c’è! Ne conosco tanti.

Ma è altrettanto miracoloso e vero quello che Gesù afferma, contraddicendo la posizione di Tommaso: ‘Se non vedo, non credo!’. “Tommaso tu hai creduto perché hai visto: beati quelli che pur non avendo visto, crederanno!”.

E tutti questi ‘beati’ sanno molto bene che nella Resurrezione di Gesù, non c’è solo una conferma della loro fede, ma vi è qualcosa di infinitamente più grande: l’aver ritrovato ‘la vera Via, Verità e Vita’. Quella Via che non porta ad una negazione del domani, che è la nostra resurrezione con Cristo, ma dà senso di futuro anche al presente! Vivere è così avere un piede su questa esperienza terrena ed un piede nell’eternità. E vivere con gli occhi fissi al Paradiso, credetemi, è il motivo della Gioia che è in tanti, che sono con noi e tra di noi. È quello che prego per tutti voi, miei amici, sempre.



Antonio Riboldi – Vescovo –

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Messaggio da miriam bolfissimo » gio apr 19, 2007 11:37 am

      • Omelia del giorno 22 Aprile 2007

        III Domenica di Pasqua (Anno C)



        Una domanda da paradiso: “Mi ami tu?”
Ci sono delle domande che misteriosamente il Cielo ci pone.

Forse ci colgono all’improvviso e svelano la verità dei nostri rapporti con Dio o, se vogliamo, i nostri rapporti con il vero senso della vita. Domande che, a volte, suscitano imbarazzo, soprattutto quando vanno diritte alla coscienza, che non può mettere un velo alla verità.

Meditiamo con accuratezza il Vangelo di Giovanni, facendoci aiutare dallo Spirito Santo, perché da soli non ce la facciamo. Lasciamoci prendere la mano e il cuore dalle domande di Gesù, rivolte a Pietro, ma, oggi, a ciascuno di noi.

Racconta Giovanni che i discepoli, dopo la grande paura, avevano lasciato Gerusalemme ed erano tornati all’antico loro lavoro: la pesca. Avevano abbandonato tutto per stare vicino a Gesù, ma, dopo la crocifissione, si erano ritrovati come orfani nella vita. Erano tornati alla pesca, forse per riprendere un filo della vita, che offre speranza, sentendosi vittime della rassegnazione.

Eppure Gesù, giorni prima, era apparso a loro nel cenacolo, aveva offerto la Pace, non solo, ma aveva lasciato una missione: “Come il Padre ha mandato me, anch’io mando voi”. E aveva alitato su di loro e detto: “Ricevete lo Spirito Santo, a chi rimetterete i peccati saranno rimessi, e a chi non li rimetterete non saranno rimessi” (Gv 20, 19). Ma è sempre duro il cammino della fede…per tutti!

Così, nonostante quella apparizione, che si era ripetuta una settimana dopo, per fugare i dubbi di Tommaso, nei discepoli era rimasta un’ombra. Da qui il ritorno al vecchio mestiere di pescatori sul mare di Tiberiade. Ed ancora lì, Gesù li raggiunge, sempre non facendosi riconoscere a prima vista.
  • “Quando era già l’alba, Gesù si presentò sulla riva, ma i discepoli non si erano accorti che era Gesù. Gesù disse loro: Figlioli, non avete nulla da mangiare? Gli risposero: No. Allora disse loro: Gettate la rete dalla parte destra della barca e troverete. La gettarono e non potevano tirarla su per la grande quantità di pesci. Allora quel discepolo che Gesù amava disse a Pietro: E’ il Signore! Simon Pietro appena udì che era il Signore, si cinse ai fianchi la sopravveste, perché era spogliato e si gettò in mare. Lo seguirono gli altri, tirando a terra la rete con i pesci. Gesù disse loro: Venite a mangiar. E nessuno dei discepoli osava domandarGli: Chi sei?, poiché sapevano che era il Signore” (Gv 21, 4-12).
È davvero l’incontro della debolezza umana nella fede, come forse è la nostra: una debolezza che Gesù comprende e ...apprezza! Gesù, infatti, ama i ‘deboli’, i ‘poveri’, quelli cioè che non chiudono le porte alla verità di Dio, per fare spazio ad una loro presunta certezza di sapere tutto e...sanno nulla!

Ed è davvero meraviglioso come Gesù si rivolga spesso ai ‘semplici di cuore’, perché sa che ascoltano. Lo vediamo nella storia dei santi e di tanti uomini, donne e giovani, che si pongono davanti alla fede con l’arrendevolezza del bambino, che ama affidarsi e non teme di rivolgere le domande più impegnative.

Gesù sapeva molto bene quanto i suoi lo avessero amato e Lo amavano e quanto fossero amareggiati, come quando si perde il punto di riferimento nella vita, specie se è una persona che si è amata tanto. Ci doveva essere tanta nostalgia di Gesù nei Suoi.

Ma, come per sfuggire alla tentazione di considerare ‘chiuso’ un capitolo della vita, che aveva spalancato le porte della speranza...li troviamo a pescare sul lago di Tiberiade! Quel lago era stato ‘il luogo di vita con Gesù’: l’aveva scelto per la sua missione tra di noi. Lì aveva annunciato la Buona Novella del Vangelo al mondo: quella Buona Novella che è giunta intatta a noi, dopo essere stato ‘il luogo di vita’ di tanti, ma tanti, nei secoli: “Passerà il cielo e la terra, ma le mie Parole non passeranno”.

Era attorno a quel lago di Galilea, che Gesù aveva dato prova del suo grande amore, non solo annunciando il Vangelo, ma avendo sempre ‘compassione delle folle, pecore senza pastore’. Quel ‘luogo’ è un ‘richiamo interiore’ per gli Apostoli. E Gesù non li delude!

Sceglie il lago di Tiberiade come ‘incontro dopo la resurrezione’, per continuare la missione che è giunta fino ai nostri giorni. Si presenta come ‘viandante’, seduto, stanco ed in cerca di cibo. Vede i Suoi che tornano a riva con le loro barche, dopo una pesca andata totalmente a vuoto.

È proprio lo stile di Dio mostrarci, anche nei fatti semplici della nostra vita quotidiana, che, quando si è soli nelle scelte o nell’operare, si prova sempre la sensazione di chi torna ‘a mani vuote’. È la confessione della nostra debolezza, che tanti forse non sanno vivere, affidandosi a ‘risultati umani’, che possono soddisfare, ma il più delle volte lasciano l’amaro in bocca, come se...i nostri ‘impegni’ alla fine risultassero ‘barche che tornano vuote, nonostante la fatica’.

Gesù si presenta come uno che ha fame e dice: “Non avete nulla da darmi da mangiare?”. E quando tornano dalla pesca miracolosa li invita: “Venite a mangiare.” “E nessuno, racconta Giovanni, osava domandargli chi fosse... poiché sapevano bene che era il Signore!” Qui inizia un dialogo con Pietro, che lascia stupiti, come si respirasse aria veramente di resurrezione: uno di quei dialoghi tra Dio e l’uomo, che forse vorremmo avvenisse anche tra Lui e noi, se davvero abbiamo la fede di Pietro.
  • “Quand’ebbero finito di mangiare, Gesù disse a Simon Pietro: Simone di Giovanni, mi ami tu più di costoro? Gli rispose: Certo, Signore, tu lo sai che io ti amo. Gli disse: Pasci i miei agnelli. Gli disse di nuovo: Simone di Giovanni, mi ami? Gli rispose: Certo, Signore, tu sai che io ti amo. Gli disse: Pasci le mie pecorelle. Gli disse per la terza volta: Simone di Giovanni, mi ami? Pietro rimase addolorato che per la terza volta gli dicesse: Mi ami? e gli disse: Signore, tu sai tutto, tu sai che io ti amo. Gli rispose Gesù: Pasci le mie pecorelle. In verità in verità ti dico, quando eri giovane ti cingevi la veste da solo e andavi dove volevi; ma quando sarai vecchio tenderai le tue mani e un altro ti cingerà le vesti e ti porterà dove tu non vuoi. Questo gli disse per indicare con quale morte egli avrebbe glorificato Dio. E detto questo aggiunse: Seguimi” (Gv 21, 1-19).
Si rimane senza parole, meditando questa inaspettata irruzione di Gesù nel cuore di Pietro.

Sappiamo, leggendo il Vangelo, come Pietro avesse, fin dal primo momento della chiamata, mostrato tutta la sua generosità nel donarsi totalmente a Gesù, al punto che, quando i discepoli che seguivano il Maestro, davanti al discorso dell’Eucarestia: “Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue avrà la vita eterna” se ne erano andati e non erano più tornati, Gesù, vedendo che il suo amore totale non era stato capito ed accolto, si era rivolto agli Apostoli, che ‘stavano con Lui fin dall’inizio’ e, proprio da Simon Pietro, che pure forse non capiva il Dono, aveva avuto la risposta sicura: ‘Signore da chi andremo?’.

Ma è anche lo stesso Pietro che, pur avendo giurato di difendere il Maestro a costo della vita, nel momento del processo si era poi di fatto dato alla fuga. Una strana fuga, non voluta dall’amore, ma causata dalla paura, al punto di negare l’evidenza: Gesù non l’aveva mai conosciuto e lo aveva giurato...fino al canto del gallo! In quel momento aveva ricordato le parole di Gesù: “Quando il gallo canterà, tu mi avrai rinnegato tre volte”. E il Vangelo riportando quel momento drammatico della vita di Pietro afferma: ‘Pianse amaramente’.

L’amore di Pietro era sempre stato sincero e profondo, nonostante le debolezze che venivano a galla nelle difficoltà. Pietro è il vero testimone della fragilità che ci portiamo addosso, tutti. Da qui la domanda di Gesù: “Mi ami?”. Una domanda che, di fronte alle difficoltà o alle nostre debolezze, a volte, mette in imbarazzo anche noi nel rispondere: “Signore, tu sai che ti amo”.
Ma è davvero grande l’Amore di Dio, pronto a tendere la sua mano per farci continuare il cammino della fede, spesso fragile. Incredibile.

E se questa domanda ce la facesse ora? Cosa risponderebbe ciascuno di noi?

Ma la domanda rivolta a Pietro, non è solo per una conferma di amore, ma per potergli affidare una missione: ‘Pasci le mie pecorelle’, ossia il mandato di guidare la Sua Chiesa, la missione del nostro Sommo Pontefice. E verrà il momento in cui Pietro risponderà con totale generosità, dopo la Pentecoste, senza più tentennamenti, confermando con la vita le parole pronunciate: ‘Signore, tu sai che ti voglio bene’.

Raccontano gli Atti degli Apostoli: il sommo sacerdote aveva proibito agli apostoli di parlare di Gesù, ma...
  • “Pietro rispose: Bisogna obbedire prima a Dio, piuttosto che agli uomini. Il Dio dei nostri padri ha risuscitato Gesù, che voi avete ucciso, appendendolo alla croce. Dio lo ha innalzato con la sua destra, facendolo capo e Salvatore, per dare ad Israele la grazia della conversione e il perdono dei peccati. E di quei fatti, siamo testimoni noi e lo Spirito Santo, che Dio ha dato a coloro che si sottomettono a Lui. Allora li fecero fustigare. Ma essi se ne andarono dal sinedrio lieti di essere stati oltraggiati per amore del Nome di Gesù” (At 5, 29).
Con Gesù Risorto ogni paura è scomparsa... ogni paura scompare!

Anche OGGI Gesù continua ad interpellarci: “Mi ami tu?” Cosa Gli rispondiamo?



Antonio Riboldi – Vescovo –

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Omelie di Monsignor Riboldi - Anno Liturgico 2006/2007

Messaggio da miriam bolfissimo » gio apr 26, 2007 3:18 pm

      • Omelia del giorno 29 Aprile 2007

        IV Domenica di Pasqua (Anno C)



        Io sono il Buon Pastore
Avevo solo dodici anni quando, a settembre, nella festa dell’Addolorata, papà e mamma mi accompagnarono nel piccolo seminario dei Padri Rosminiani a Pusiano. Era il primo impatto con la vocazione. Credo che questa ebbe le sue radici nella grande fede e religione vissuta all’interno della mia famiglia. A farsi voce di Dio che si chinava su di me, per indicarmi la Sua volontà, fu il mio vescovo, il Card. Schuster. Ero orgoglioso chierichetto. E non mi sembrava vero, il giorno della Cresima, poter servire il mio vescovo, che stimavo e amavo tanto, come si fa da ragazzi quando si è colpiti dalla grandezza umana e spirituale di un sacerdote o vescovo.

Tutto questo, credo, lo capì il Cardinale, che alla fine mi chiese: “Non ti piacerebbe essere sacerdote?”. Sul momento, colto di sorpresa, gli risposi un “sì”, ma che aveva tutta l’aria di compiacere un vescovo che amavo. Incontrandolo tre anni dopo, per la consacrazione della nuova chiesa parrocchiale, riconoscendomi, alla fine, mi disse: “Allora, Antonio, è sì o no?”. “Non so”. “Rifletti e prega”. Ma da quel ripetuto e convinto invito, nacque l’inquietudine.

Mi chiedevo: “Se è vero che Dio mi vuole per Sé, come dirGli di no? Ma come faccio ad essere certo?”. E per due anni i miei pensieri ebbero il loro centro in questa domanda, che attendeva una risposta. Mi furono di aiuto mamma e il parroco. Alla fine mi lasciai prendere per mano da Dio e iniziò il lungo cammino. Era l’anno 1935. Furono duri, come erano un tempo, gli anni della preparazione al sacerdozio e per di più in una Congregazione, quella di Rosmini, che giustamente non lasciava spazio a se stessi, ma tutto doveva essere di Cristo. Ricordo il giorno dell’ordinazione sacerdotale a Novara. Eravamo nella Cattedrale, quel 29 giugno 1951, se non erro, 45 ordinandi. Tantissimi, confrontati con i pochissimi di oggi. Ricordo le lacrime di papà che, invitato a legarmi le mani, dopo l’unzione fatta dal Vescovo, per la commozione grande non gli riuscì di compiere quel gesto e toccò a mio fratello sostituirlo. E sentivo vicino la gioia di mamma che, in quel momento, ‘toccava con un dito il Cielo’, che si era degnato di piegarsi su di me. Difficile immaginare ciò che si prova, se non si è avuto il dono di Dio di avere un figlio scelto da Lui!

E io che mi ripetevo: “Ora non sono più io...sono Gesù per e tra la gente”. E mi rendevo conto, per Sua Grazia, già allora, che, se ‘ero Cristo’, dovevo esserlo non solo nell’amministrazione dei Sacramenti, ma in tutto, come Gesù tra la gente.

Il Maestro mi fece il dono di comprendere che per ‘essere Lui tra la gente’, quindi pastore credibile e buono, occorreva prima di tutto che io divenissi buono, santo, gettando alle ortiche ogni forma che appartenesse al mondo più che a Cristo. La gente ieri, oggi, sempre, esige di vedere nel sacerdote l’Amore di Dio vissuto e donato...non solo sull’altare, ma sempre e dovunque!
  • “Il dono totale della propria vita - affermava Paolo VI – apre davanti al sacerdote generoso, una nuova meraviglia, il panorama dell’umanità. Forse egli, ad un dato momento, dubita di non poter mai avere contatti diretti ed operanti con la società contemporanea o con i singoli... Levate il vostro sguardo, noi vi diremo con le Parole di Cristo, e mirate i campi che già biondeggiano per la messe. Oseremo indicare con accento profetico il panorama apostolico che ci sta davanti. Il mondo ha bisogno di voi! Il mondo vi attende anche nel grido ostile che esso lancia talora contro di voi. Il mondo denuncia una sua fame di verità, di giustizia, di rinnovamento che solo il nostro ministero saprà soddisfare. Sappiate accogliere come un invito il rimprovero stesso che forse, e spesso irragionevolmente, il mondo lancia contro il messaggio del Vangelo! Sappiate ascoltare il gemito del povero, la voce candida del bambino, il grido pensoso della gioventù, il lamento del lavoratore affaticato, il sospiro del sofferente, e la critica del pensatore. Non abbiate mai paura! ha ripetuto il Signore. Il Signore è con voi. E la Chiesa, madre e maestra, vi assiste e ama, e attende, attraverso la vostra fedeltà e la vostra attività, che Cristo continui la sua edificatrice opera di salvezza” (discorso di Paolo VI ai sacerdoti - 29 giugno 1977).
A confermarmi ciò che Dio aveva progettato per me, come per tutti, ci pensò l’obbedienza. Così mi trovai ad ‘essere pastore di anime’ in una zona difficile, in Sicilia. Un’esperienza inattesa, di quelle che fanno tremare i polsi…ma sentivo che lì non ero io ad operare, ma Lui! Lui l’aveva scelta per me.

Lui, il Cristo, da cui mi facevo condurre come un bambino, che, pur avendo tanti sogni, sembrava dovesse lasciarli per un ‘deserto di sogni’! Ma non fu così. Con la pazienza del servo inutile, lentamente, con i miei confratelli, riuscimmo a rivedere l’opera di Dio, formidabile, tanto che il vescovo, dopo soli dieci anni, una sera, visitando la parrocchia, ebbe a dirci: “Questa comunità era una spina nel cuore ed ora è un giardino di grazie per la diocesi”. Ma non aveva, per così dire, finito di rallegrarsi e subito Dio ci mise alla prova con il terremoto, che distrusse tutto…tranne la voglia accresciuta di ‘essere voce di chi non aveva voce’.

Ma la sorpresa più grande, quella di essere veramente ‘servo’, venne un pomeriggio. Il vescovo mi chiamò per comunicarmi la volontà del grande Paolo VI: voleva fossi consacrato vescovo. Fu grande la mia confusione, conoscendo la mia povertà. Vescovo in un’altra realtà difficile, ma, davanti a Dio che sceglie, certamente non badando alle nostre debolezze, e sapendo che è Lui che opera e si serve di noi, abbracciai la Sua volontà. Non fu facile creare una comunità che mancava di vescovo residenziale da ben 12 anni!

Eppure, dopo solo 20 anni, Acerra divenne un ‘esempio’ alla Chiesa italiana, tanto che il Santo Padre, in meno di due anni, scelse due bravi sacerdoti della Diocesi per consacrarli vescovi della Chiesa: Mons. Gennaro Pascarella e Mons. Giannino D’Alise. Ora mi resta solo di dire che è bello, infinitamente bello, ammirare come Dio sa operare, se ci si abbandona nelle sue mani.

Se Lui chiama, se gli si dice di sì, in totalità, Lui e solo Lui opera cose che, la mente dell’uomo forse sogna, ma senza riuscire, da solo, a trovare le ali per volare.

Mi ha sempre inseguito quello che il Salmista dice a Dio:
  • “Signore, il mio cuore non ha pretese,
    non è superbo il mio sguardo,
    non desidero cose grandi, superiori alle mie forze.
    Io sono tranquillo e sereno,
    come un bimbo in braccio a sua madre.
    È quieto il mio cuore dentro di me” (Salmo 131).
E vorrei dedicare a quanti Dio ha scelti e fa ‘pastori’ una preghiera di Madre Teresa di Calcutta.
  • “Signore, io sono un piccolo strumento. Molto spesso ho l’impressione di essere un mozzicone di una matita tra le tue mani. Sei Tu che pensi, che scrivi, che agisci. Fa’ che io non sia null’altro che quella matita. Tu mi hai mandata. Non ho scelto io dove andare. Tu mi hai mandata a servire e non ad essere servita. Tu mi hai mandata non ad insegnare, ma ad imparare. Imparare ad essere mite ed umile di cuore” (Madre Teresa).
Mi sono permesso, questa volta, di darvi una testimonianza di grande gioia per essere sempre stato ‘mandato’. Lo faccio oggi perché è la domenica del ‘Buon Pastore’.
  • “In quel tempo disse Gesù: Le mie pecore ascoltano la mia voce e io le conosco ed esse mi seguono. Io do loro la vita eterna e non andranno mai perdute e nessuno le rapirà dalla mia mano. Il Padre mio che me le ha date è più grande di tutti e nessuno può rapirle dalla mano del Padre mio: io e il Padre mio siamo una cosa sola” (Gv 10,27-30).
Ho voluto offrire a voi questa testimonianza perché partecipiate alla festa dei ‘pastori’, che in tante parti oggi si celebra. Sappiamo tutti della grande crisi delle vocazioni e Gesù ci invita a pregare: “Guardando la gente che Lo ascoltava, Gesù si commosse e disse: Sono pecore senza pastore. Pregate il padrone della messe perché mandi operai nella sua messe”. Affermava il grande Papa Giovanni Paolo II:
  • “Dato che l’impegno dei ministri ordinati e dei consacrati è determinante, non si può tacere la carenza inquietante di seminaristi e di aspiranti alla vita religiosa. Questa situazione richiede l’impegno di tutti per una adeguata pastorale delle vocazioni.
    Solo quando ai giovani viene presentata la persona di Gesù Cristo in tutta la sua pienezza, si accende in loro la speranza che li spinge a lasciare tutto per seguirLo, rispondendo alla sua chiamata e per darne testimonianza ai loro coetanei.
    La cura delle vocazioni è quindi un problema vitale per il futuro della fede cristiana” (Enciclica Ecclesia in Europa).
Suggerirei che in tutte le famiglie, vera scuola di vocazione, si amassero i sacerdoti e la bellezza della loro chiamata, come era nella mia famiglia. E oggi, voi che mi leggete, pregate per me, perché sia testimone, sempre, della Gioia che si prova seguendo Gesù. È un dono! È bello!



Antonio Riboldi – Vescovo –

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Omelie di Monsignor Riboldi - Anno Liturgico 2006/2007

Messaggio da miriam bolfissimo » ven mag 04, 2007 9:31 am

      • Omelia del giorno 6 Maggio 2007

        V Domenica di Pasqua (Anno C)



        Amarci come Gesù ci ama
C’è un momento prezioso della vita di tutti; quello in cui consegniamo ai figli, ai parenti o agli amici, le ultime nostre volontà, ossia il testamento. In effetti consegniamo ‘la continuità di come abbiamo vissuto e di quello che abbiamo messo insieme’. Peccato che tante volte per testamento si intende la consegna degli interessi materiali, spesso poi motivo di profonde divisioni, mandando così in frantumi la fatica, l’amore con cui si sono lasciati i beni.

C’è chi, per esempio, decide di lasciare tutto per testamento a opere di carità, a fondazioni. E quei benedetti testamenti a favore della carità sono davvero ‘il prezioso testamento’ che sarà la nostra difesa agli occhi di Dio. Quante opere buone ci sono nel mondo, frutto di testamenti che, per la carità che svolgono, sono continua benedizione per chi ha donato: ora e sempre. Posso testimoniare la generosità di una persona che ha voluto che i suoi beni passassero nelle mie mani e, con questi, fra le altre realtà (e sono tante) ho edificato una chiesa parrocchiale. E quante necessità missionarie ho potuto portare a termine. I nomi di questi benefattori sono scritti nel libro della vita eterna e ‘qui’ sono continua lode al Padre.

Il Vangelo di oggi narra del testamento che Gesù lasciò ai Suoi discepoli, prima di andare verso l’orto del Getsemani, in quell’Ultima Cena, che è davvero la ‘divina carta della carità di Dio verso di noi e la carità nostra verso tutti’. Così racconta l’apostolo Giovanni:
  • ”Quando Giuda fu uscito dal Cenacolo, Gesù disse: ora il Figlio dell’uomo è stato glorificato, e anche Dio è stato glorificato in lui. Se Dio è stato glorificato in lui, anche Dio lo glorificherà da parte sua e lo glorificherà subito. Figlioli, ancora un poco sono con voi. Vi do un comandamento nuovo: che vi amiate gli uni gli altri; come io ho amato voi, così amatevi anche voi gli uni gli altri. Da questo tutti sapranno che siete miei discepoli, se avrete amore gli uni per gli altri” (Gv 13,31-35).
Meraviglioso testamento! E non poteva che essere così, essendo stato Gesù, Figlio di Dio, il grande Dono di Amore e la testimonianza dell’Amore tra noi e per noi. Se noi, che siamo discepoli del Signore e quindi Suoi amici, dovessimo fare di questo testamento la regola della nostra vita, tutti dovrebbero riconoscerci proprio perché il nostro ‘dirci’ cristiani non sarebbe parola vuota, ma testimonianza di amore e di vita.

Affermava il grande Paolo VI, che sapeva veramente leggere il cuore degli uomini e della Chiesa, in tempi difficili, come ora:
  • “Chi è senza fede, è senza luce. Chi è senza religione, è senza speranza. Invece la fede e la speranza assicurano che la vita nostra continua aldilà del terribile episodio che si chiama morte. E ancora chi è senza contatto con Dio, è privo di amore. Dio è amore. Se non siamo uniti a Lui ci viene meno il sentimento più nobile. Non abbiamo più ragione di chiamare gli uomini nostri fratelli, nessun motivo di sacrificarci per loro, né ragione di vedere in ogni faccia umana lo specchio del volto di Cristo. Se non abbiamo la fede, la speranza, la carità - le tre virtù teologiche che sono i tre vincoli che ci uniscono a Dio - siamo gente cieca, costretta ad essere schiava della terra, gente turbata dalle passioni, che la fanno infelice e che pongono la fiducia degli uomini nelle cose più terribili, come le armi, le lotte, le guerre, gli odi, i vizi” (30 marzo 1960).
Sembrano parole per oggi. E la sola e vera ragione è che si preferisce seguire le orme di satana, che è l’egoismo che si tramuta in superbia e che non accetta fratelli, nella casa del proprio cuore: tutti considera ‘estranei’ e così si condanna all’inferno della solitudine. È davvero insopportabile questa solitudine. La sentiamo tutti questa mancanza di atmosfera, che è l’amore tra di noi. La sentiamo tutti questa sete di amore, ma non troviamo ‘il pozzo dove dissetarci’.

E sembrano ‘fantasia dei sogni dell’anima’ o ‘ali per conoscere la bellezza del volo’ le parole di Gesù, oggi: “Amatevi come io ho amato voi”. Quando rifletto su questo meraviglioso ‘testamento’, che Gesù ci ha donato, prima di attuarlo sulla Croce, mi viene da ricordare come in altri tempi, in cui non si era sudditi di un gretto egoismo, amare ed essere amati, in famiglia, nella chiesa, nella società fosse la vera aria che faceva respirare, soprattutto nei momenti difficili.

Ricordo come mamma e papà traboccassero di amore verso noi figli e tutti quelli che incontravano. Ricordo come a sera, seduti sui gradini di casa, a sfamarci con il poco che ci era dato, mamma, vedendo passare per strada qualche contadino che tornava a casa, subito lo salutasse chiamandolo per nome e invitandolo a cena. Un gesto di amore, che metteva in discussione la mia cena... se l’invito veniva accettato.

Ma si può vivere senza amare e sentirsi amati? Credo che sia un inferno insopportabile. Ascoltiamo ciò che dice il Santo Padre nella sua prima enciclica, che ha voluto intitolare ‘Dio è amore’, come indicazione a raccogliere il testamento di Gesù:
  • “L’amore è gratuito: non viene esercitato per raggiungere altri scopi. Ma questo non significa che l’azione caritativa debba per così dire lasciare Dio e Cristo da parte. È in gioco sempre tutto l’uomo. Spesso è proprio l’assenza di Dio la radice più profonda della sofferenza. Chi esercita la carità in nome della Chiesa non cercherà mai di imporre agli altri la fede della Chiesa. Egli sa che l’amore nella sua purezza e nella sua gratuità è la migliore testimonianza di Dio nel quale crediamo e dal quale siamo spinti ad amare. Il cristiano sa quando è tempo di parlare di Dio e quando è giusto tacere di Lui e lasciar parlare solamente l’amore. Egli sa che Dio è amore. E si rende presente proprio nei momenti in cui niente altro viene fatto fuorché amare. Egli sa - per tornare alla domanda di prima - che il vilipendio dell’amore è vilipendio di Dio e dell’uomo, è il tentativo di fare a meno di Dio. Di conseguenza la miglior difesa di Dio e dell’uomo consiste proprio nell’amore” (Deus Caritas est n. 31).
Allora viene da chiederci: come mai l’amore di cui Dio ci ha fatto dono ed è il testamento di Gesù, è preferito, a volte, all’egoismo che genera ingiustizie, solitudini e insopportabili sofferenze? Mistero dell’animo umano...

Per me, rosminiano, figlio della Carità, è un grande dono che voi mi fate ogni settimana leggendomi. Ho come l’impressione di respirare con voi una tale atmosfera di amore che, per me, è incredibile gioia. Gioia di potervi dire: vi amo come Gesù vi ama, anche se non vi conosco ad uno ad uno, ma è come se foste tutti vicino a me quando celebro il grande sacramento dell’amore, che è l’Eucarestia. E vi sono immensamente grato. Davvero siete miei amici e credo lo sappiate perché tante volte mi scrivete come fra amici.

Poteva Gesù lasciarci un testamento più bello di questo? Per chi ama la felicità certamente no, ma bisogna ‘entrare nel cuore dell’amore e farci riempire il cuore dalla gioia’. Scriveva il grande Follereau in un messaggio ai giovani, nel 1962
  • “Siate intransigenti nel dovere di amare. Non venite a compromessi, non retrocedete. Ridete in faccia a coloro che vi parleranno di prudenza, di convenienza, che vi consiglieranno di mantenere ‘il giusto equilibrio’: questi poveri campioni del ‘giusto mezzo’! E poi soprattutto credete nella bontà del mondo. Nel cuore di ogni uomo vi sono tesori prodigiosi e voi scovateli. La più grande disgrazia che vi possa capitare è di non essere utili a nessuno, che la vostra vita non serva a nulla. Siate invece forti ed esigenti, coscienti di dover costruire la felicità per tutti gli uomini, vostri fratelli, e non lasciatevi sommergere dalle sabbie mobili degli incapaci. Lottate a viso aperto. Non permettete l’inganno attorno a voi. Siate voi stessi e sarete vittoriosi”.
Non ci resta, allora, che raccogliere a piene mani il grande testamento di Gesù e vivere facendo della vita un donare sorrisi a tutti: sorrisi che siano come gettare fiori a chi ci accosta, al posto del silenzio indifferenza o delle parole che, come ‘sassate’, fanno male. Ci aiuti Gesù...ma, intanto, ripeto la mia gioia che voi siete miei amici. Grazie.



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Omelie di Monsignor Riboldi - Anno Liturgico 2006/2007

Messaggio da miriam bolfissimo » gio mag 10, 2007 1:30 pm

      • Omelia del giorno 13 Maggio 2007

        VI Domenica di Pasqua (Anno C)



        Vado e tornerò a voi
Credo che tanti di voi, miei amici, ricordiate le parole apparentemente ‘dure’ che il Santo Padre disse, parlando della fede in Europa, arrivando al punto di definirla “l’apostasia dell’Europa”, ossia il rinnegare la propria adesione a Gesù, quella adesione che avevano formulato per noi nel giorno del Battesimo. Quel grande giorno abbiamo lasciato alle spalle una vita che si presentava piena di tentazioni terrestri, ma non portava alla vera ragione della nostra esistenza.

Chi di noi non prova tanta, ma tanta, tristezza, nel vedere, a volte, almeno la domenica, Chiese semivuote... perché si preferisce ‘altro’, come se contenesse anche solo un’ombra della felicità che solo Dio sa donare. Può essere chiamata vera vita quella di non sapere dove si va, con chi si va? Tanta tristezza per un ‘vuoto’ interiore, che difficilmente si riesce a riempire, nasce proprio dal fatto che solo la presenza di Dio può colmare ‘quel vuoto’. Senza contare le innumerevoli tragedie, che causa, dalle guerre alle povertà, alle sofferenze causate, che sono il vero ‘buio profondo’ dell’umanità.

Da qui forse nasce quello che il grande Papa Giovanni Paolo II, nella sua enciclica ‘Terzo millennio’ scriveva: “Sì, carissimi fratelli e sorelle, non è forse un segno dei tempi che si registri oggi, nel mondo, nonostante gli ampi spazi di secolarizzazione, una diffusa esigenza di spiritualità, che in gran parte si esprime proprio in un rinnovato bisogno di preghiera?”. Così come è diffusa la voglia che qualcosa cambi per fare posto alla serenità, alla speranza.

E tornano sulle labbra le parole di Pietro, dopo che tutti si erano allontanati da Gesù, nel momento in cui ci prometteva di essere con noi, sempre, nella Eucaristia. A Gesù che forse aveva letto lo sconcerto degli Apostoli, dicendo: “Ve ne volete andare anche voi?”. Pietro aveva risposto: “Signore, da chi andremo? Tu solo hai parole di vita eterna”. È proprio il momento di interrogarci seriamente sul nostro seguire Gesù, affidandoci a Lui ciecamente, per essere uomini nuovi.

Quante volte, come vescovo, incontro persone che in un momento di sincerità, quando tutto si svela per quello che è, sento l’amarezza della solitudine o, ancor peggio, il non trovare più amici veri cui affidarsi, con cui camminare, non per le vie del mondo, ma quasi sfiorando la terra, con il cuore rivolto al cielo. Sono i momenti in cui Dio si fa vicino e cerca con amore di farsi strada per dirci che Lui c’è, è con noi. E lo fa con la dolcezza dell’amore, che fa appello alla nostra libertà, perché seguirLo e amarLo è questione di amore e quindi di libertà.

La Chiesa fa precedere questo tempo dopo Pasqua, prima della Pentecoste, quando inizierà il meraviglioso pellegrinaggio dell’umanità verso il Cielo, da una serie di incontri ed insegnamenti di Gesù ai Suoi. Li aveva scelti Lui, amando in loro quella semplicità di cuore, dove non può avere posto la superbia dell’uomo: una semplicità che si fa povertà di spirito: una povertà che è ‘apertura al bello, alla Grazia’. C’era stato il momento della prova e della paura: la passione e morte in croce del Maestro. Quel venerdì santo che sembrava chiudere gli animi generosi alla speranza. Poi ‘esplose’ la Pasqua, in cui Gesù Risorto dà inizio ‘al giorno della creazione nuova, un giorno che non conoscerà tramonto’. Ma giungerà il momento in cui Lui, apparentemente, li lascerà, per ascendere al Cielo...ma tornerà a noi per sempre.

Così ce ne parla Giovanni, l’apostolo che Gesù amava:
  • “Gesù disse: Se uno mi ama, osserverà la mia parola e il Padre mio lo amerà e noi verremo a lui e prenderemo dimora presso di lui. Chi non mi ama, non osserva le mie parole; la parola che voi ascoltate non è mia, ma del Padre che mi ha mandato. Queste cose vi ho detto quando ero ancora tra di voi, ma il Consolatore, lo Spirito Santo, che il Padre manderà nel mio nome, egli vi insegnerà ogni cosa, e vi ricorderà tutto ciò che io vi ho detto. Vi lascio la pace, vi do la mia pace. Non come la dà il mondo, io la do a voi. Non sia turbato il vostro cuore e non abbiate timor. Avete udito ciò che vi ho detto: vado e tornerò da voi. Se mi amaste, vi rallegrereste che io vado dal Padre, perché il Padre è più grande di me. Ve l’ho detto adesso, prima che avvenga, perché quando avverrà, voi crediate” (Gv 14, 23-29).
Difficile anche solo immaginare come gli Apostoli abbiano accolto queste parole di Gesù, dette prima dell’esperienza della passione e morte, ma soprattutto della resurrezione!

Possiamo immaginare la loro confusione, la stessa che prende a volte anche tanti di noi che, pur credendo, ci ‘sentiamo’ soli e, soprattutto nelle difficoltà più serie, pare che Dio non ci sia o non si interessi di noi. Ancora peggio, ‘non vedendo Dio’, avviene oggi quello che così esprimeva Paolo VI in una omelia del 25 agosto 1970.
  • “Una delle tentazione circa la religione è quella che insinua nella mentalità moderna la persuasione che, tutto sommato, si può fare a meno di Dio e lo si può sostituire con altri valori. Cioè, si precisa, si può fare a meno della fede in Dio e della pratica religiosa che la fede richiederebbe. Non è una negazione assoluta, non è un ateismo radicale o razionale: è un disinteresse pratico, è un tentativo di fondare la vita su altre ragioni e beni, diverse da quelle religiose tradizionali”.
Gesù, oggi, ci dà l’indicazione per non smarrirci e cadere nella ‘rete’ di chi vorrebbe chiuderci il Paradiso. E la stella polare è la Sua Parola, che è Gesù stesso, la Parola fatta carne. “Se uno mi ama, osserverà la mia parola e il Padre mio lo amerà e noi verremo a lui e prenderemo dimora presso di lui”. È incredibile questo immenso dono che Gesù ci fa: accogliendolo fare carne della vita la Sua Parola!

Ricordo Clemente Rebora, un cristiano che veramente era ‘testimone di Dio’ per la sua vita ispirata, che lasciava in tutti come uno sprazzo di luce, quando lo si incontrava o si parlava con lui portava sempre con sé un libretto, tenuto assieme da un laccio. Ogni tanto lo apriva e si immergeva in una lettura, da cui sembrava farsi illuminare. Pensavo spesso alla natura di quel libretto, così gelosamente custodito e compagno dei tempi di silenzio. Gli chiesi un giorno se poteva almeno dirmi il titolo del libro. Mi rispose con la semplicità del ‘bambino che si affida a Dio’: “E’ il Vangelo: luce dei miei passi, meraviglioso suggeritore degli impegni della vita”.

Oggi la Chiesa insiste, giustamente, sulla necessità non solo di riscoprire la necessità della Parola che, se accolta, ci fa diventare ‘dimora di Dio’, ma di farne ‘una continua scuola di vita’. Da qui i ‘centri di ascolto della Parola’, che si stanno diffondendo in tanti luoghi o ‘le scuole della Parola’. Credo che se c’è poca fede o se la fede, come affermava Paolo VI, sta lasciando il posto a suggestioni umane, lo si debba proprio a una profonda ignoranza della Parola stessa, che inevitabilmente non diventa più ‘carne’ o ‘lampada dei nostri passi’.

Sfogliando tra i miei ricordi di vescovo tra la mia gente, uno dei momenti più belli era quello che riservavo, durante la visita alle comunità parrocchiali, ai cosiddetti ‘centri di ascolto’. Tanti, nella stessa comunità, che poi dovevano continuare. Ci si radunava verso sera, presso un cortile o uno spazio che potesse accogliere, o presso una famiglia e, dopo la preghiera si introduceva la lettura del Vangelo. Si rimaneva in profondo ascolto, per un certo tempo, quindi si esprimeva ciò che Dio aveva suggerito ai singoli. E diventava un coro di ‘scoperte dell’anima’. Quindi si pregava insieme, alla luce della Parola. Lì si toccava con mano quello che, oggi, Gesù dice a noi: “Se uno mi ama, osserverà la mia parola e il Padre mio lo amerà e noi verremo a lui e prenderemo dimora presso di lui”.

Se ci pensate, amici, è proprio quello che insieme facciamo con la riflessione che avete davanti al monitor. Dalle tante e-mail, viene fuori che accogliere la Parola è, per tutti, fare esperienza di quello che dice Gesù: “Il Padre vi ama…verremo e prenderemo dimora presso di voi”. Per questo dico davvero una grande GRAZIE a DIO e a VOI, per questo dono, che certamente fa tanto bene.

E oggi, festa della Madonna di Fatima, mi è caro raccomandare tutti voi alla Mamma Celeste che, a Fatima, come a Lourdes, come in tanti luoghi, si cura di noi e si fa ‘vedere’, per darci conforto. Ci faccia sentire la sua vicinanza, soprattutto quando recitiamo il S. Rosario, e ci guidi lei, l’Ancella del Signore, ad aprirci alla Sua Parola, accogliendola, per una vita trasformata.



Antonio Riboldi – Vescovo –

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Omelie di Monsignor Riboldi - Anno Liturgico 2006/2007

Messaggio da miriam bolfissimo » gio mag 17, 2007 11:01 am

      • Omelia del giorno 20 Maggio 2007

        Ascensione del Signore (Anno C)



        Gesù ascende in cielo
Gli Atti degli Apostoli così raccontano la solennità di Gesù che ascende in Cielo:
  • “Gesù si mostrò agli apostoli vivo, dopo la sua passione, con molte prove, apparendo loro per quaranta giorni e parlando del Regno di Dio. Mentre si trovava a tavola con essi, ordinò loro di non allontanarsi da Gerusalemme, ma di attendere che si adempisse la promessa del Padre: quella - disse - che voi avete udito da me. Giovanni ha battezzato con acqua, voi invece sarete battezzati in Spirito Santo, fra non molti giorni. Avrete la forza dello Spirito Santo che scenderà su di voi e mi sarete testimoni a Gerusalemme, in tutta la Giudea e Samaria, fino agli estremi confini della terra. Detto questo, fu elevato in alto sotto i loro occhi e una nube lo sottrasse al loro sguardo, e poiché essi stavano fissando il cielo, mentre Egli se ne andava, ecco due uomini, in bianche vesti, si presentarono loro e dissero: uomini di Galilea, perché state a guardare il Cielo? Questo Gesù, che è stato tra voi assunto fino al cielo, tornerà un giorno allo stesso modo con cui Lo avete visto andare in cielo” (At 1, 1-11).
Quanta delicatezza aveva avuto Gesù e quanta ne ha! Facendosi uomo come noi, nascendo dal seno purissimo di Maria Vergine, ha conosciuto la lunga tappa della preparazione alla missione avuta dal Padre, quella di insegnarci le vie della vita, che solo Dio conosce e sa.

Ma con la sua Passione, Morte e Resurrezione, ci ha fatti uscire da quello stato di ‘esuli’, di ‘orfani’, dopo il peccato di superbia dei nostri progenitori, per riportarci là dove Lui oggi è salito. Senza la speranza che un giorno anche noi torneremo a Casa, ci sarebbe solo la tristezza di chi vive in esilio, con il cuore che urla il suo desiderio di eternità, ma non ha le ali per arrivarci.

Oggi Gesù, davvero, come Figlio dell’uomo, dopo averci aperto le porte del Paradiso, ci precede, ci accompagna, per unirci a Lui, nella sola Casa dove l’uomo, se sincero, può desiderare di essere ospitato: l’eternità, il Paradiso. Bisogna essere ‘morti dentro’, per non sentire la voglia del Cielo, di quella felicità, che è la sola ‘aria respirabile’, per il cuore di ogni uomo.
  • “Eppure l’universo non è chiuso - scriveva Paolo VI – tutte le sue linee si prolungano all’infinito e orientano il loro sguardo verso il polo invisibile, donde ogni cosa è misteriosamente magnetizzata. Il mondo è aperto ad una immensa aspirazione verso la pienezza, alla quale è sospeso tutto il suo avvenire. La sentiranno questa consolazione quelli a cui la terra non ha dato la felicità, e siamo noi tutti. Quelli specialmente i cui desideri furono ingiustamente delusi, quelli che sperarono invano il loro pane, la loro pace, il loro onore, il loro amore. Le Beatitudini del Vangelo sono per i poveri, i piangenti, gli umiliati, gli infelici. La speranza cristiana - che viene da Gesù asceso in cielo - è il grande conforto per il dolore del mondo. Guai a quelli che la spengono nel cuore del popolo che lavora e che soffre. La speranza cristiana è la grande certezza per coloro che combattono per un giusto ideale: suscita i poeti, i grandi ideali, i martiri, i santi, la speranza cristiana. Essa è la garanzia che compensa coloro che vivono senza godere e muoiono senza avere abbastanza vissuto: è il domani beato per chi non ha avuto il suo oggi completo. L’inno della speranza dovrebbe echeggiare verso il Cristo che scompare dalla scena terrestre e dovrebbe formare, come infatti lo forma, nella liturgia, il canto dei rimasti a terra per seguire gli esempi di Lui e aspettarne il ritorno” (Maggio 1958).
Chi di noi, come gli Apostoli, per la fede che vive, ha sempre lo sguardo fisso in cielo, anche se deve attraversare questa ‘valle di lacrime’, mai è turbato e ha sempre un sorriso negli occhi: il sorriso di chi ‘attende’ il grande giorno della sua stessa ascesa in cielo. Fa impressione ed amarezza, invece, oggi, vedere tanta gente smarrita, che non ha più tempo di alzare gli occhi, ma rincorre sogni di questa terra, che sempre sfumano e, a volte, diventano incubi.

Mi diceva un giorno un africano, osservando la fretta nelle strade “Come è triste la gente che corre, non si parla, non si accorge neppure dei tanti che le stanno vicini. Noi che manchiamo del vostro benessere e, tante volte, conosciamo una povertà ai limiti della miseria, conserviamo gelosamente un dono che voi avete smarrito: quello di conoscerci e volerci bene e fermarci per comunicarci amore”. E non aveva tutti i torti. Facile farsi ‘divorare’ dal consumismo, che concede poco o nessun spazio al bello dello stare insieme e tanto meno alla gioia di alzare gli occhi al cielo, in attesa di ascendervi anche noi.

Ho un amico, che da giovane era povero e apparteneva ad una famiglia numerosa, dove regnava amore e gioia. Poi si è fatto ricco. Si era costruito una bella villa, con vasto parco e, per cautelarsi dalle facili rapine, aveva cinto tutto con un gran muro e con tante telecamere. Viveva con la moglie e un figlio. Molte notti, sentendo i racconti di tante rapine, più che dormire aveva gli occhi fissi sulle telecamere. “Una vita infernale - mi diceva - che mi fa ricordare e desiderare il sogno della vita da piccolo: povero, con tanti fratelli, e felice”. Gli capitò l’occasione di recarsi in Africa, presso una missione. Ci era andato per fare compagnia ad un missionario. Lì trovò, nella semplicità e nella sofferenza, quella amicizia, quella gioia che era altra cosa dalla prigione dei suoi beni. Tornò a casa sconvolto. E decise che ogni anno avrebbe fatto partecipe dei suoi beni la missione. “Adesso sono davvero felice: felice quando mi trovo, anche se per breve tempo, tra la gente semplice e povera in Africa, ma ricca di umanità. Provo una felicità che mi porta a vedere nei beni l’occasione per condividere la gioia e, a volte, ho come l’impressione che la mia villa sia una grande famiglia, con tanti poveri che finalmente hanno trovato chi li ama. Ho capito cosa voglia dire vivere con un occhio al Cielo e la mia vita è ora una fatica per ascendere un giorno al cielo”.

Ma siamo capaci noi di vivere con i piedi a terra, il cuore staccato dalle false speranze del mondo e gli occhi fissi al Cielo?

Così S. Paolo scriveva agli Efesini:
  • “Fratelli, il Dio del Signore nostro Gesù Cristo, il Padre della gloria, vi dia uno spirito di sapienza e di rivelazione per una più profonda conoscenza di Lui. Possa egli davvero illuminare gli occhi della vostra mente per farvi comprendere a quale speranza vi ha chiamati, quale tesoro di gloria racchiude la sua eredità fra i santi, e quale è la straordinaria ricchezza della sua potenza verso di noi credenti, secondo l’efficacia della sua forza che Egli manifestò in Cristo, quando Lo risuscitò dai morti e Lo fece sedere alla sua destra nei cieli, al di sopra di ogni principato e autorità, di ogni potenza e dominazione e di ogni altro nome che si possa nominare, non solo nel secolo presente, ma anche in quello futuro. Tutto infatti ha sottomesso ai suoi piedi e Lo ha costituito su tutte le cose a capo della Chiesa, la quale è il suo Corpo, la pienezza di Colui che si realizza interamente in tutte le cose” (Ef 1, 17-23).
Ero a Lourdes lo scorso anno, con 15mila pellegrini dell’UNITALSI e, la sera della stupenda processione al lume di candele, detta dei flambeaux, quanta voglia veniva di cantare: “Andrò a vederla un dì!”. È la voglia di Paradiso che prende tutti, non solo lì, ma in tanti momenti della vita, quando sentiamo che ci soffoca la stoltezza del mondo in cui viviamo, che non conosce la gioia della speranza.

È l’ora di alzare, come gli apostoli, gli occhi al cielo e fissare Gesù che va a prepararci un posto accanto al Padre. Ma non possiamo fermarci a questa malinconia e nostalgia, noi che abbiamo, come gli apostoli, la missione di testimoniare la speranza del Cielo. Facciamo nostri i sentimenti espressi dalle parole di Madre Teresa di Calcutta:
  • “Gesù mio, aiutami a diffondere la tua fragranza ovunque io vada. Infondi il tuo Spirito nella mia anima e riempila del tuo amore, affinché penetri nel mio cuore in modo così completo, che tutta la mia vita possa essere fragranza e amore, trasmesso tramite me e visto in me, e ogni anima con cui vengo in contatto possa sentire la Tua Presenza nella mia anima e poi GUARDARE IN SU’ e non vedere più me, ma Te. Resta con me e io comincerò a brillare della Tua Luce. La Luce, Signore, sarà la Tua, non verrà da me. Sarà la Tua Luce che brilla attraverso me. Lasciami predicare senza predicare, non con le parole ma con l’esempio”.
Ed era così, incontrandola. Così l’ho vista, stando con lei: illuminata!



Antonio Riboldi – Vescovo –

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Omelie di Monsignor Riboldi - Anno Liturgico 2006/2007

Messaggio da miriam bolfissimo » gio mag 24, 2007 10:49 am

      • Omelia del giorno 27 Maggio 2007

        Pentecoste (Anno C)



        Pentecoste, Natale della Chiesa
È davvero grande festa quella che oggi celebra la Chiesa, con la solennità di Pentecoste, il giorno in cui discese sugli Apostoli lo Spirito Santo. È il giorno in cui, possiamo affermare, nacque la Chiesa a cui con gioia apparteniamo. Così la descrive V. Fornari:
  • “Benché Gesù Cristo, dopo la sua resurrezione si è fatto invisibile ai nostri occhi, nondimeno sentiamo che Egli vive con noi, perciocché sentiamo il suo respiro. Chiamo respiro di Gesù Cristo, l’effusione dello Spirito Santo. E la prima volta, che il genere umano sentì questo respiro potente, fu il giorno di Pentecoste”.
Un respiro che non si è più allontanato dalla Chiesa e continua ad effondersi in ciascuno di noi, nel Battesimo, e ancora di più nella nostra Pentecoste, che è il sacramento della Cresima. Un respiro così forte che ha permesso alla Chiesa, famiglia di Dio, sposa dello Spirito, di attraversare la storia dell’umanità, conservandone la giovinezza, come se, nonostante i momenti difficili, ogni giorno fosse Pentecoste, ossia ‘respiro’ di Gesù.

Sappiamo tutti come Gesù ha iniziato la storia della Sua Chiesa, chiamando a Sé dodici apostoli, espressione di povertà di spirito, generosità e docilità. Li aveva istruiti per anni, consegnando loro il tesoro della Parola, che forma i veri discepoli, e che loro un giorno avrebbero dovuto donare al mondo con coraggio, fino al martirio. Gesù conosceva la loro debolezza, ma sapeva che, con la discesa dello Spirito Santo, non sarebbero più stati fragili. La loro debolezza si manifestò pienamente al momento della prova, quando Gesù fu arrestato e condotto alla crocifissione. Sembrava quasi che sulla croce fosse finita la storia stupenda della speranza e che sulla terra non fosse più possibile sentire il ‘respiro di Gesù’. La resurrezione del Maestro rimise al suo posto la speranza.

Ed è Gesù stesso che, salendo al Cielo, chiede agli apostoli di radunarsi in preghiera nel Cenacolo, in attesa del Consolatore. Ciò che fecero. Deve essere stata un’attesa difficile da descrivere. Cosa sarebbe successo? Per loro, così timidi e paurosi, cosa avrebbe significato la venuta dello Spirito Santo? Quello che avvenne lo raccontano gli Atti degli Apostoli:
  • “Mentre il giorno di Pentecoste stava per finire, si trovavano tutti insieme nello steso luogo. Venne all’‘improvviso dal cielo un rombo, come di vento che si abbatte gagliardo, e riempì tutta la casa dove si trovavano. Apparvero loro lingue di fuoco che si dividevano e si posavano su ciascuno di loro. Essi furono pieni di Spirito Santo e cominciarono a parlare in altre lingue come lo Spirito dava loro il potere di esprimersi. Si trovavano allora in Gerusalemme Giudei osservanti di ogni nazione che è sotto il cielo. Venuto quel fragore la folla si radunò e rimase sbigottita perché ciascuno li sentiva parlare la propria lingua” (At 2, 1-11).
In quella Pentecoste vediamo ‘il natale della Chiesa’, cui noi siamo felici di appartenere. Una Chiesa che trasmette il respiro di Gesù, che è lo Spirito Santo, in modo inspiegabile, ma con forza, in tutto il mondo, nonostante persecuzioni, disagi, sofferenze, martiri. Chi o cosa può impedire il respiro di Gesù, che è lo Spirito Santo? Proprio nessuno. Possiamo ignorare o ostacolare questo ‘respiro’, ma tutti sappiamo, per esperienza, quanto per noi tutto diventi allora complicato, se non doloroso.

Gli Apostoli, subito dopo la Pentecoste, divennero ‘altro’ e suscita meraviglia il grande coraggio che dimostrarono trasmettendo la Parola di Dio nelle piazze, nelle sinagoghe, ovunque. Venivano arrestati, fustigati, messi in carcere. Ma nulla e nessuno li fermava. La paura era solo il ricordo di un tempo di naturale debolezza dell’uomo, incapace di coraggio, di sapienza, di gioia nella fede e nella testimonianza: i doni che solo lo Spirito può effondere. E suscita davvero stupore vedere oggi, nonostante le resistenze degli uomini, come in tutto il mondo, quel coraggio, frutto dello Spirito, sia presente come ‘vento gagliardo’. Ci vuole il coraggio dello Spirito per andare, ovunque, a portare la Parola di Dio... anche là, dove si può conoscere la persecuzione.

Mi scriveva una suora, che già opera in Asia, come, in questi giorni, alcune di loro stiano aprendo una missione in Mongolia, dove ci sono 300 cristiani frutto dell’evangelizzazione di missionari di altri tempi! Cristiani senza sacerdoti, ma che hanno saputo conservare il tesoro della fede, la gioia di essere parte della Chiesa di Dio. Come non sentirsi davvero piccoli, di fronte a così grandi testimoni dello Spirito?

Ricordo sempre con commozione l’incontro con il Card. Xavier Ngyen Van Thuan. Era vescovo a Saigon, zona a rischio per un credente. Fu arrestato, confinato in una prigione di massima sicurezza, dove non era possibile parlare o annunciare il Vangelo. Ma ogni giorno, a sera, quando nessuno poteva sorprenderlo, versava una goccia di vino sul palmo della mano e con un pezzettino di pane celebrava la S. Messa. Riuscì lentamente ad attirare la simpatia e l’ammirazione dei suoi carcerieri, alcuni dei quali chiesero di essere battezzati. Si sentiva vescovo della sua diocesi anche così, per 18 anni, se ricordo bene. Mi voleva a tutti i costi donare la croce che portava al collo: una croce fatta con il filo spinato e il legno del carcere. Davanti a lui, se da una parte mi sentivo confuso, dall’altra ‘vedevo’ le meraviglie che lo Spirito compie ovunque e in chiunque, basta gli concediamo la possibilità di manifestare il Suo respiro. Gli dissi: “Finché sulla terra ci sono cristiani, preti, vescovi, come lei, è sempre Pentecoste”. Con semplicità mi rispose: “Ma ce ne sono tanti...basta pensare ai cristiani costretti alla clandestinità in Cina e in tante altre parti. Ogni giorno è sempre Pentecoste!” Per ciascuno di noi, il giorno della Pentecoste è stato il giorno della Cresima.

Non posso dimenticare quando, una seconda volta, lo Spirito scese su di me nell’ordinazione sacerdotale e quando scese in forma straordinaria e solenne nell’ordinazione episcopale. Incredibile come ‘il respiro’ di Gesù davvero diventi atmosfera dell’uomo ‘spirituale’ e speranza dell’umanità. Proviamo a meditare ciò che dice Paolo, scrivendo ai Corinzi:
  • “Fratelli, nessuno può dire Gesù è il Signore, se non sotto l’azione dello Spirito Santo. Vi sono poi diversità di carismi, ma uno solo è lo Spirito. Vi sono diversità di ministeri, ma uno solo è il Signore. Vi sono diversità di operazioni, ma uno solo è Dio, che opera tutto in tutti. E a ciascuno è data una manifestazione particolare dello Spirito per l’utilità di tutti” (1 Col 12,5-7).
Viene da chiederci: quali sono i ‘carismi’ che lo Spirito mi ha donato nella Cresima? Sono davvero ‘manifestazione’ della Presenza dello Spirito? Siamo felici di essere anche noi Chiesa? Così il grande pontefice Paolo VI commentava lo straordinario intervento dello Spirito, ieri, oggi, sempre, nella Pentecoste della Chiesa:
  • “Grande ora è questa che offre ai fedeli la sorte di concepire la vita cattolica, come una dignità e una fortuna, come una nobiltà e una vocazione. Grande ora è questa, che sveglia la coscienza cristiana dall’assopimento consuetudinario e indolente, in cui per molti era caduta e la illumina dei suoi nuovi diritti e doveri. Grande ora è questa, che non ammette che uno possa dirsi cristiano e conduca una vita moralmente molle e mediocre, isolata ed egoista, caratterizzata solo dall’osservanza stentata di qualche precetto religioso e non piuttosto trasfigurata dalla volontà positiva, eroica talvolta, umile e tenace sempre, di vivere la propria fede in pienezza di convinzioni e propositi. Grande ora è questa che bandisce dal popolo cristiano il senso della timidezza e della paura, il dèmone della discordia e dell’individualismo, la viltà degli interessi corporali soverchianti quelli spirituali. Grande ora è questa in cui la Pentecoste invade di Spirito Santo il corpo mistico di Cristo e gli dà il rinato senso profetico, secondo l’annuncio di Pietro, nella prima predica cristiana che l’umanità ascoltava: Profeteranno i vostri figli e le vostre figlie. E sui miei servi e le mie ancelle in quei giorni effonderò il mio Spirito e profeteranno” (5 giugno 1957).
Come sarebbe bello che tutto questo si avverasse oggi! E si avvererà se lo Spirito non troverà cuori sordi o ostili. Vorrei pregare con voi, oggi, con l’inno della Chiesa:
  • “Vieni Spirito Santo, manda a noi dal cielo un raggio della tua Luce.
    Vieni, Padre dei poveri, vieni Datore dei doni, vieni Luce dei cuori.
    Consolatore perfetto, Ospite dolce dell’anima, dolcissimo Sollievo.
    O Luce beatissima, invadi nell’intimo il cuore dei tuoi fedeli.
    Senza la tua forza, nulla è nell’uomo, nulla senza colpa.
    Piega ciò che è rigido, scalda ciò che è gelido, drizza ciò che è sviato.
    Dona ai tuoi fedeli, che solo in Te confidano, i Tuoi santi doni...”
E che oggi possiamo davvero gustare la Presenza dello Spirito e che sia grande festa per la Chiesa e per tutti noi.



Antonio Riboldi – Vescovo –

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Omelie di Monsignor Riboldi - Anno Liturgico 2006/2007

Messaggio da miriam bolfissimo » gio mag 31, 2007 9:44 am

      • Omelia del giorno 3 Giugno 2007

        Santissima Trinità (Anno C)



        Solennità della Santissima Trinità
La Chiesa, quasi ripercorrendo il continuo cammino della storia dell’amore che Dio ha per ciascuno di noi, dopo averci narrato l’amore di Gesù, Figlio del Padre, dato a noi per la nostra salvezza, la Presenza vivificante dello Spirito Santo, con la Pentecoste, oggi, ci presenta quella che il Santo Padre, recentemente, ha definito ‘la Famiglia di Dio’, ossia la Santissima Trinità.

Davanti a questo incredibile ed infinito Mistero di Amore, che vuole riversarsi su ciascuno di noi, vero Paradiso per chi crede e accetta di entrare a farne parte, sia pure come figli adottivi, ci viene da esprimere il nostro stupore con le parole del salmista:
  • ”O Signore, nostro Dio, grande è il tuo amore su tutta la terra.
    Canterò la tua gloria più grande nei cieli, balbettando come i bambini e i lattanti.
    Contro gli avversari hai costruito una fortezza per ridurre al silenzio nemici e ribelli.
    Se guardo il cielo, opera delle tue mani, la luna e le stelle che tu hai creato,
    chi è mai l’uomo perché ti ricordi di lui?
    Chi è mai, perché tu ne abbia cura?
    Lo hai fatto di poco inferiore ad un dio, coronato di forza e splendore, signore dell’opera delle tue mani.
    Tutto hai posto sotto il suo dominio: pecore e bestie selvatiche, uccelli del cielo e pesci del mare.
    O Signore, nostro Dio, grande è il tuo Nome su tutta la terra” (Salmo 8)
E Gesù, come racconta il Vangelo di Giovanni, dà forza e conferma a questo immenso dono dicendo:
  • ”Dio ha tanto amato il mondo, da dare il Suo Figlio Unigenito, perché chiunque crede in Lui non muoia, ma abbia la vita eterna. Dio non ha mandato il Figlio nel mondo per giudicare il mondo, ma perché il mondo si salvi per mezzo di Lui” (Gv 3, 16-18)
Commuove anche solo pensare che noi siamo nel Cuore di Dio in maniera così grande, che Gesù ci invita a chiamarlo: ‘Abbà’. E come conferma di questo incessante amore della Trinità per noi, in noi, ‘Compagnia della vita’, nelle celebrazioni, la Chiesa saluta i cristiani così: “La grazia del Signore nostro Gesù Cristo, l’amore di Dio Padre e la comunione dello Spirito Santo, sia con tutti noi”. Tutto questo ci fa pensare alla grandezza dell’uomo, di ogni uomo che, non solo nasce dalla mamma, ma ‘da sempre è concepito’ da un disegno di amore di Dio su di lui.

Di fronte a queste solenni manifestazioni di amore di Dio, viene davvero da chiedersi con il salmista: “Ma chi è mai, Signore, quest’uomo?” Siamo davvero grandi e amabili agli occhi del Padre e, forse, non lo sappiamo. Basterebbe riflettere, oggi, su come l’uomo è considerato in questo nostro mondo. Troppe volte una ‘merce da usare’ per il proprio tornaconto, nell’economia e a volte nella politica.

“Ho l’impressione di essere un numero e non una persona - mi diceva un operaio, pensando alla sua vita in fabbrica - Un numero che deve produrre, a volte neppure rispettato nei suoi diritti e nella sua dignità, ma sempre e solo un numero, perché ciò che conta è il profitto. E ogni volta mi sento come sfregiato nella mia dignità”.

“Chi sono - incalzava un ammalato - quando sono in ospedale? Un numero. Il numero del letto in cui soffro”. E quasi a dare ragione a questo sfogo - ma non è dappertutto così - un medico sfogava la sua amarezza: “Noi, in ospedale, quando facciamo un’assemblea, parliamo quasi sempre dei diritti o di altro, ma quasi mai al centro delle nostre assemblee c’è l’uomo che soffre”.

Chi è l’uomo, di cui Dio ha tanta cura, dove vi è guerra o violenza? Penso, meditando sull’ amore del Padre per ciascuno di noi, al punto da chiamarci figli, al grande dramma di tanti figli che non sanno più, a causa del divorzio, chi sia il loro papà o la loro mamma: chi li ha generati o chi è subentrato con il divorzio nella nuova famiglia? Ed invece ogni volta che incontriamo un uomo, una donna, un bambino dovremmo vedere Dio presente in loro e, quindi, rendere omaggio con il rispetto alla loro incredibile dignità di figli di Dio.

Quando scompare la dignità della persona umana, figlio di Dio, scompare Dio e...che sarà dell’uomo? È vero che occorre tanta fede per arrivare non solo a Dio, ma, con Dio, alla bellezza nostra. E la fede è un dono che tanti forse desiderano e non riescono a raggiungere. Ma quando si cerca Dio con passione, il Padre non si fa attendere. Ed allora si apre il grande sipario della Presenza in noi della Trinità. Il male è che tante volte neppure ci pensiamo alla nostra dignità e, di conseguenza, non la vediamo negli altri. Ma Dio non smette di volerci bene e di avere cura di noi.

Abbiamo iniziato la nostra vita con il diventare totalmente suoi figli e, quindi, partecipi della ‘famiglia di Dio’, nel santo Battesimo. Gesù si è fatto nostro Cibo, Viatico di vita, Pane di vita, nell’Eucarestia. Lo Spirito Santo ci ha donato il suo Spirito, Spirito di sapienza, di fortezza, di scienza, nel Sacramento della Confermazione. Davvero siamo ‘figli in pienezza’.

Abbiamo tutto quello che potremmo sognare di avere dal Padre e tocca a noi, ora, nella ferialità della vita, costruire quella santità, o dignità di figli, che è poi la bellezza di vivere non una vita qualunque, a volte priva di senso, ma piena di gioia: una vita che va oltre la morte, per essere in cielo figli della ‘grande famiglia’ di Dio.

Tutti, credo, parecchie volte al giorno, quando iniziamo la giornata, prima del lavoro, dei pasti e alla sera, come a chiudere il diario del giorno, ci facciamo il segno della croce, che è semplice, ma efficace professione di fede nella Trinità. Qualche volta al giorno, forse, non solo ricordiamo, ma professiamo la nostra fiducia nel Padre, recitando quella meravigliosa preghiera, insegnataci dal Figlio Gesù, che è il ‘Padre nostro’.

Davvero abbiamo un Padre, un Figlio ed uno Spirito che altro non desiderano, nella nostra vita, che farci partecipi della loro divinità. I Santi lo sapevano, e lo sanno bene, quanta felicità si vive in questa ‘compagnia’...come un preludio del Regno dei Cieli. È vero che Dio, rispettando la nostra libertà, si fa piccolo, fragile, bussando continuamente e con discrezione alla porta del nostro cuore. Il vero amore è discreto, non fa rumore, chiede di essere accolto.

Sento di esprimere la mia gioia, il mio amore e il mio credo a Dio, con un bel poema di Juan Arias:
  • “Il mio Dio non è un Dio duro, impenetrabile, insensibile, stoico. Il mio Dio è fragile. È della mia razza e io della sua. Lui è uomo e io quasi dio. Perché io potessi assaporare la sua divinità, Lui amò il mio fango. L’amore ha reso fragile il mio Dio: ebbe fame e sonno, e si riposò.
    Il mio Dio è sensibile: si irritò, fu passionale e nello stesso tempo fu docile come un bambino.
    Il mio Dio amò tutto quanto è umano, le cose e gli uomini, i buoni e i peccatori. Fu un uomo del suo tempo, il mio Dio. Vestiva come tutti, parlava il dialetto della sua terra, gridava come i profeti. Morì giovane, perché era sincero. Lo uccisero perché lo tradiva la verità, che era nei suoi occhi. Ma il mio Dio morì senza odiare. Morì scusando più che perdonando.
    Il mio Dio ruppe con la vecchia morale del dente per dente, della vendetta meschina, per inaugurare la frontiera dell’amore e di una ‘violenza’ totalmente nuova.
    Il mio Dio, gettato nel solco, schiacciato sotto terra, tradito, abbandonato, incompreso, continuò ad amare. E comparve un frutto nuovo tra le mani: la Resurrezione. Per questo noi siamo tutti sulla via della Resurrezione: gli uomini e le cose.
    È difficile per tanti il mio Dio fragile, il mio Dio che piange, il mio Dio che non si difende. È difficile il mio Dio abbandonato da Dio, che deve morire per trionfare, il mio Dio che fa di un ladrone e criminale il primo santo della storia della Chiesa.
    È difficile questo mio Dio, questo mio Dio fragile, per chi pensa di trionfare soltanto vincendo, per chi si difende soltanto uccidendo, per chi la salvezza vuol dire sforzo e non regalo. È difficile questo mio Dio fragile per quelli che continuano a sognare un Dio che non somigli agli uomini”.
Grazie mio Dio fragile e meraviglioso!



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      • Io voglio amare soltanto per Te tutto quello che amo... (santa Teresa di Lisieaux)[/list:u][/list:u][/list:u]

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