Anno Liturgico 2004 - 2005

Omelie di Monsignor Antonio Riboldi e altri commenti alla Parola, a cura di miriam bolfissimo

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Messaggio da miriam bolfissimo » lun nov 20, 2006 3:13 pm

XIII domenica del tempo ordinario. 26 giugno 2005

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Dal Vangelo secondo Matteo (10,37-42)

[37]Chi ama il padre o la madre più di me non è degno di me; chi ama il figlio o la figlia più di me non è degno di me; [38]chi non prende la sua croce e non mi segue, non è degno di me. [39]Chi avrà trovato la sua vita, la perderà: e chi avrà perduto la sua vita per causa mia, la troverà.
[40]Chi accoglie voi accoglie me, e chi accoglie me accoglie colui che mi ha mandato. [41]Chi accoglie un profeta come profeta, avrà la ricompensa del profeta, e chi accoglie un giusto come giusto, avrà la ricompensa del giusto. [42]E chi avrà dato anche solo un bicchiere di acqua fresca a uno di questi piccoli, perché è mio discepolo, in verità io vi dico: non perderà la sua ricompensa».


II brano evangelico che la liturgia dì questa domenica ci propone può apparire paradossale. Gesù infatti pronuncia frasi che, in un primo tempo, possono apparire alquanto "pretenziose": "Chi ama il padre e la madre più di me non è degno di me; chi ama il figlio o la propria figlia più di me non è degno di me".
In realtà il Signore vuole farci capire che troppo spesso il nostro amore per Lui è debole ed ha molti concorrenti. Il discepolo deve imparare a conformarsi perfettamente a Gesù, ponendolo al di sopra di ogni realtà, fossero pure gli affetti più santi e più giusti.
Nulla e nessuno dovrebbe distoglierci dal mettere in pratica le parole di Gesù, che si riassumono nel comandamento dell'Amore. Dovremmo essere disposti ad affrontare disagi, sacrifici e perfino persecuzioni per dare gloria al suo nome.
Il nostro cammino verso la santità, cioè verso l'esercizio eroico dell'amore, non dovrebbe conoscere soste o intoppi. Spesso invece siamo rallentati dalle creature che ci circondano, umane e non. Spesso il centro dei nostri interessi, e quindi del nostro impegno, sono “le cose che passano”. Non fissiamo mai lo sguardo sulle “cose di lassù”.
Uniformare la nostra vita a quella di Gesù significa essere testimoni di una serie di valori che non vanno più molto di moda: l'amore verso Dio, l’amore per il prossimo, il rispetto del Creato, l'accoglienza, la mitezza, la purezza. E l'elenco potrebbe continuare… (dR)

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Messaggio da miriam bolfissimo » lun nov 20, 2006 3:14 pm

XIV domenica del tempo ordinario. 3 luglio 2005

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Dal Vangelo secondo Matteo (11,25-30)
[25]In quel tempo Gesù disse: «Ti benedico, o Padre, Signore del cielo e della terra, perché hai tenuto nascoste queste cose ai sapienti e agli intelligenti e le hai rivelate ai piccoli. [26]Sì, o Padre, perché così è piaciuto a te. [27]Tutto mi è stato dato dal Padre mio; nessuno conosce il Figlio se non il Padre, e nessuno conosce il Padre se non il Figlio e colui al quale il Figlio lo voglia rivelare.
[28]Venite a me, voi tutti, che siete affaticati e oppressi, e io vi ristorerò. [29]Prendete il mio giogo sopra di voi e imparate da me, che sono mite e umile di cuore, e troverete ristoro per le vostre anime. [30]Il mio giogo infatti è dolce e il mio carico leggero».


L'invito perentorio del Signore ci fa riflettere su due virtù che sono un po' in disuso. La mitezza e l'umiltà, infatti, sembrano essere lontanissime dalla mentalità odierna dove sembra contare l'apparire, farsi vedere e valere, il non farsi mettere sotto i piedi da nessuno.
Il nostro Maestro, invece, si presenta come colui che è mite e umile di cuore. Se osserviamo la vita di Gesù scopriamo che la mitezza non è arrendevolezza o rinuncia a proporre ciò che si pensa e i valori in cui si crede. È; piuttosto, uno stile di proposta che rifugge dalla violenza, che fa dell'amore e del perdono la propria forza, che richiama anche e sempre verso il bene dell'altro. Quanto ci sarebbe bisogno, proprio oggi, di persone che praticassero questo stile!
E così pure l’umiltà consiste nel riconoscimento onesto di ciò che si è, sapendo che tutto viene da Dio, ringraziandolo per questo e tenendo presente che siamo creature limitate, finite e non onnipotenti, che siamo “polvere e polvere ritorneremo”. L'umilia è, dunque, riconoscere i propri pregi e i propri limiti, così da poter dare tutto ciò che possiamo occupando il posto che il Signore ci ha dato nella vita, senza desiderare continuamente di essere altro o di più. L'umile non si esalta davanti ai complimenti e non si deprime davanti al disprezzo: si conosce, sa che cosa deve migliorare e rende grazie a Dio di quello che già possiede. (dR)

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Messaggio da miriam bolfissimo » lun nov 20, 2006 3:14 pm

XV domenica del tempo ordinario. 10 luglio 2005

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Dal Vangelo secondo Matteo (13,1-23)
[1]Quel giorno Gesù uscì di casa e si sedette in riva al mare. [2]Si cominciò a raccogliere attorno a lui tanta folla che dovette salire su una barca e là porsi a sedere, mentre tutta la folla rimaneva sulla spiaggia.
[3]Egli parlò loro di molte cose in parabole. E disse: «Ecco, il seminatore uscì a seminare. [4]E mentre seminava una parte del seme cadde sulla strada e vennero gli uccelli e la divorarono. [5]Un'altra parte cadde in luogo sassoso, dove non c'era molta terra; subito germogliò, perché il terreno non era profondo. [6]Ma, spuntato il sole, restò bruciata e non avendo radici si seccò. [7]Un'altra parte cadde sulle spine e le spine crebbero e la soffocarono. [8]Un'altra parte cadde sulla terra buona e diede frutto, dove il cento, dove il sessanta, dove il trenta. [9]Chi ha orecchi intenda».
[10]Gli si avvicinarono allora i discepoli e gli dissero: «Perché parli loro in parabole?». [11]Egli rispose: «Perché a voi è dato di conoscere i misteri del regno dei cieli, ma a loro non è dato. [12]Così a chi ha sarà dato e sarà nell'abbondanza; e a chi non ha sarà tolto anche quello che ha. [13]Per questo parlo loro in parabole: perché pur vedendo non vedono, e pur udendo non odono e non comprendono. [14]E così si adempie per loro la profezia di Isaia che dice:
Voi udrete, ma non comprenderete, guarderete, ma non vedrete. [15]Perché il cuore di questo popolo si è indurito, son diventati duri di orecchi, e hanno chiuso gli occhi, per non vedere con gli occhi, non sentire con gli orecchi e non intendere con il cuore e convertirsi, e io li risani.
[16]Ma beati i vostri occhi perché vedono e i vostri orecchi perché sentono. [17]In verità vi dico: molti profeti e giusti hanno desiderato vedere ciò che voi vedete, e non lo videro, e ascoltare ciò che voi ascoltate, e non l'udirono!
[18]Voi dunque intendete la parabola del seminatore: [19]tutte le volte che uno ascolta la parola del regno e non la comprende, viene il maligno e ruba ciò che è stato seminato nel suo cuore: questo è il seme seminato lungo la strada. [20]Quello che è stato seminato nel terreno sassoso è l'uomo che ascolta la parola e subito l'accoglie con gioia, [21]ma non ha radice in sé ed è incostante, sicché appena giunge una tribolazione o persecuzione a causa della parola, egli ne resta scandalizzato. [22]Quello seminato tra le spine è colui che ascolta la parola, ma la preoccupazione del mondo e l'inganno della ricchezza soffocano la parola ed essa non dà frutto. [23]Quello seminato nella terra buona è colui che ascolta la parola e la comprende; questi dà frutto e produce ora il cento, ora il sessanta, ora il trenta».


La liturgia di questa domenica propone alla nostra riflessione la famosa parabola del seminatore. Un seminatore un po’ strano, per la verità, che getta il suo seme anche dove, oggettivamente, non potrà dare frutto: sulla strada, sui sassi, in mezzo alle spine. Ma proprio questa noncuranza, questa indifferenza verso i frutti che potranno venire, questo spreco vogliono colpire gli uditori della parabola.
Il seme, infatti, rappresenta la Parola di Dio che il seminatore deve spargere ovunque, anche dove rischia di essere soffocata e di non produrre frutto.
Ognuno di noi si ritrova, oggi, a ricoprire il ruolo dei seminatore evangelico. Ognuno di noi oggi è chiamato ad annunciare il regno di Dio, a diffondere la Parola, rivolgendosi anche ai cuori che sembrano meno disposti ad accogliere un messaggio di conversione e di amore.
Deve animarci la fiducia nell'efficacia della Parala di Dio e nell'azione dello Spirito Santo che può servirsi anche delle nostre povere parole per far breccia nelle anime. Ecco perché non possiamo tirarci indietro o non possiamo delegare ad altri il compito di annunciare.
"È per me una necessità annunciare il Vangelo” dice San Paolo. L'annuncio dovrebbe infatti essere parte integrante della vita quotidiana di ogni discepolo. Se non annunciassimo il Vangelo verremmo meno alla nostra identità più profonda e ai nostri doveri verso Dio e verso il mondo. (dR)

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Messaggio da miriam bolfissimo » lun nov 20, 2006 3:15 pm

XVI domenica del tempo ordinario. 17 luglio 2005

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Dal Vangelo secondo Matteo (13,24-43)
[24]Un'altra parabola espose loro così: «Il regno dei cieli si può paragonare a un uomo che ha seminato del buon seme nel suo campo. [25]Ma mentre tutti dormivano venne il suo nemico, seminò zizzania in mezzo al grano e se ne andò. [26]Quando poi la messe fiorì e fece frutto, ecco apparve anche la zizzania. [27]Allora i servi andarono dal padrone di casa e gli dissero: Padrone, non hai seminato del buon seme nel tuo campo? Da dove viene dunque la zizzania? [28]Ed egli rispose loro: Un nemico ha fatto questo. E i servi gli dissero: Vuoi dunque che andiamo a raccoglierla? [29]No, rispose, perché non succeda che, cogliendo la zizzania, con essa sradichiate anche il grano. [30]Lasciate che l'una e l'altro crescano insieme fino alla mietitura e al momento della mietitura dirò ai mietitori: Cogliete prima la zizzania e legatela in fastelli per bruciarla; il grano invece riponetelo nel mio granaio».
[31]Un'altra parabola espose loro: «Il regno dei cieli si può paragonare a un granellino di senapa, che un uomo prende e semina nel suo campo. [32]Esso è il più piccolo di tutti i semi ma, una volta cresciuto, è più grande degli altri legumi e diventa un albero, tanto che vengono gli uccelli del cielo e si annidano fra i suoi rami».
[33]Un'altra parabola disse loro: «Il regno dei cieli si può paragonare al lievito, che una donna ha preso e impastato con tre misure di farina perché tutta si fermenti».
[34]Tutte queste cose Gesù disse alla folla in parabole e non parlava ad essa se non in parabole, [35]perché si adempisse ciò che era stato detto dal profeta: Aprirò la mia bocca in parabole, proclamerò cose nascoste fin dalla fondazione del mondo.
[36]Poi Gesù lasciò la folla ed entrò in casa; i suoi discepoli gli si accostarono per dirgli: «Spiegaci la parabola della zizzania nel campo». [37]Ed egli rispose: «Colui che semina il buon seme è il Figlio dell'uomo. [38]Il campo è il mondo. Il seme buono sono i figli del regno; la zizzania sono i figli del maligno, [39]e il nemico che l'ha seminata è il diavolo. La mietitura rappresenta la fine del mondo, e i mietitori sono gli angeli. [40]Come dunque si raccoglie la zizzania e si brucia nel fuoco, così avverrà alla fine del mondo. [41]Il Figlio dell'uomo manderà i suoi angeli, i quali raccoglieranno dal suo regno tutti gli scandali e tutti gli operatori di iniquità [42]e li getteranno nella fornace ardente dove sarà pianto e stridore di denti. [43]Allora i giusti splenderanno come il sole nel regno del Padre loro. Chi ha orecchi, intenda!


È diventata proverbiale, la zizzania. Nella parabola raccontata da Gesù essa rappresenta "i figli del maligno". Immediatamente sentiamo che coloro che seminano discordia (è questo il significato tradizionale del "seminar zizzania"), coloro che godono nel mettere gli uni contro gli altri, coloro che si servono sistematicamente del pettegolezzo e della diceria per creare tensioni e gettare fango sulle persone, "senza far male a nessuno, però”, dove non si capisce quanto spazio abbia una ingenuità, che rasenta la stoltezza, oppure una assuefazione al peccato che non permetta più di capire ciò che è giusto da ciò che è sbagliato, tutti costoro non agiscono come Dio vuole, ma sono stretti collaboratori del Maligno nell’edificazione del suo regno.
Ma Gesù, con questa parabola vuole darci un'indicazione ancora più profonda. Vuole comunicarci, infatti, che fino alla fine dei tempi bene e male, bontà e cattiveria, generosità ed egoismo dovranno convivere nel mondo.
Certo, ci piacerebbe di più un mondo di buoni, di saggi, di persone che hanno come unico scopo della vita il bene degli altri. Dobbiamo fare invece i conti con un mondo dove ci sono i disonesti, i ladri, gli assassini, gli imbroglioni…
Che dire? Che dobbiamo cominciare ad essere totalmente dalla parte del bene, senza se e senza ma. I compromessi lasciamoli ai figli del maligno. (dR)

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Messaggio da miriam bolfissimo » lun nov 20, 2006 3:16 pm

XVII domenica del tempo ordinario. 24 luglio 2005

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Dal Vangelo secondo Matteo (13,44-52)
[44]Il regno dei cieli è simile a un tesoro nascosto in un campo; un uomo lo trova e lo nasconde di nuovo, poi va, pieno di gioia, e vende tutti i suoi averi e compra quel campo.
[45]Il regno dei cieli è simile a un mercante che va in cerca di perle preziose; [46]trovata una perla di grande valore, va, vende tutti i suoi averi e la compra.
[47]Il regno dei cieli è simile anche a una rete gettata nel mare, che raccoglie ogni genere di pesci. [48]Quando è piena, i pescatori la tirano a riva e poi, sedutisi, raccolgono i pesci buoni nei canestri e buttano via i cattivi. [49]Così sarà alla fine del mondo. Verranno gli angeli e separeranno i cattivi dai buoni [50]e li getteranno nella fornace ardente, dove sarà pianto e stridore di denti.
[51]Avete capito tutte queste cose?». Gli risposero: «Sì». [52]Ed egli disse loro: «Per questo ogni scriba divenuto discepolo del regno dei cieli è simile a un padrone di casa che estrae dal suo tesoro cose nuove e cose antiche».


Se siamo abituati a chiedere qualsiasi cosa e subito la otteniamo faremo fatica a comprendere questa parabola. Mentre se per ottenere qualcosa dobbiamo impegnarci e “pagare” di persona assomigliamo all’uomo che ha trovato il tesoro nel campo e al mercante di pietre preziose.
Nella vita se vogliamo ottenere qualcosa o raggiungere qualche obiettivo in modo corretto non possiamo non mettere in conto impegno e sacrificio. Ed è questo che accompagna la ricerca di Dio.
Egli dona gratuitamente il suo Amore, ma solo se desideriamo veramente questo dono e ci impegniamo in una ricerca senza sosta sappiamo riconoscerlo. Viceversa se non mettiamo impegno nella ricerca e non siamo attenti a ciò che possiamo scoprire, corriamo il rischio di trovarci a mani vuote.
Il regno dei cieli, l’Amore di Dio, è più vicino di quanto non osiamo pensare: certo è nascosto, va cercato, ma se lo cerchiamo con impegno, sapremo riconoscerlo e accoglierlo. Dobbiamo cercarlo nella Parola ascoltata, nei sacramenti, nella realtà e nelle situazioni di ogni giorno, nei gesti, nelle parole, nella presenza di chi ci sta vicino e che spesso passa inosservato.
Ecco dove impegnarci a cercare l’Amore di Dio, ecco dove riconoscerlo: allora capiremo che è un grande tesoro, che è una perla di grande valore, per cui tutto passa in secondo piano e non abbiamo bisogno di cercare compensazioni effimere e passeggere. (dS)

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Messaggio da miriam bolfissimo » lun nov 20, 2006 3:22 pm

XVIII domenica del tempo ordinario. 31 luglio 2005

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Dal Vangelo secondo Matteo (14,13-21)
[13]Udito ciò, Gesù partì di là su una barca e si ritirò in disparte in un luogo deserto. Ma la folla, saputolo, lo seguì a piedi dalle città. [14]Egli, sceso dalla barca, vide una grande folla e sentì compassione per loro e guarì i loro malati.
[15]Sul far della sera, gli si accostarono i discepoli e gli dissero: «Il luogo è deserto ed è ormai tardi; congeda la folla perché vada nei villaggi a comprarsi da mangiare». [16]Ma Gesù rispose: «Non occorre che vadano; date loro voi stessi da mangiare». [17]Gli risposero: «Non abbiamo che cinque pani e due pesci!». [18]Ed egli disse: «Portatemeli qua». [19]E dopo aver ordinato alla folla di sedersi sull'erba, prese i cinque pani e i due pesci e, alzati gli occhi al cielo, pronunziò la benedizione, spezzò i pani e li diede ai discepoli e i discepoli li distribuirono alla folla. [20]Tutti mangiarono e furono saziati; e portarono via dodici ceste piene di pezzi avanzati. [21]Quelli che avevano mangiato erano circa cinquemila uomini, senza contare le donne e i bambini.


“Chi ci separerà dall’amore di Cristo?”. Questa frase tratta dalla seconda lettura che ci propone oggi la liturgia ci invita ad inquadrare il miracolo della moltiplicazione dei pani e di pesci narrato nel brano evangelico. Gesù si preoccupa della folla. Per Lui l’umanità non è un insieme anonimo, senza personalità. Gesù non ama all’ingrosso, Gesù ama ciascuno; ad ognuno suggerisce parlando al cuore: “Io ti ho amato di amore eterno!”.
Scoprirci amati con tenerezza dal Signore non deve significare però lasciarsi andare al peccato, scendere a compromessi, facendo solo il minimo indispensabile di quello che ci viene richiesto. Il Signore Gesù sa anche essere fermo, risoluto nelle sue proposte. Non ha peli sulla lingua quando ci esorta a percorrere la strada che conduce alla vita: sa che noi, poveri e fragili creature, abbiamo tuttavia il tremendo potere di vanificare tutti i suoi sforzi, scegliendo deliberatamente di non dare seguito al progetto pensato da Dio per noi.
È difficile lasciarsi coinvolgere nella dinamicità dell’amore. Spesso il nostro egoismo ed il nostro egocentrismo oppongono una strenua resistenza alla Parola di Dio e gli altri, nostri fratelli e sorelle, non sono certo al centro dei nostri pensieri e delle nostre azioni.
Che bello sarebbe se in ogni istante della nostra vita riuscissimo ad assaporare l’amore di Cristo e a corrispondervi!(dR)

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Messaggio da miriam bolfissimo » lun nov 20, 2006 4:00 pm

XIX domenica del tempo ordinario. 7 agosto 2005

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Dal Vangelo secondo Matteo (14,22-33)
[22]Subito dopo ordinò ai discepoli di salire sulla barca e di precederlo sull'altra sponda, mentre egli avrebbe congedato la folla. [23]Congedata la folla, salì sul monte, solo, a pregare. Venuta la sera, egli se ne stava ancora solo lassù.
[24]La barca intanto distava gia qualche miglio da terra ed era agitata dalle onde, a causa del vento contrario. [25]Verso la fine della notte egli venne verso di loro camminando sul mare. [26]I discepoli, a vederlo camminare sul mare, furono turbati e dissero: «E' un fantasma» e si misero a gridare dalla paura. [27]Ma subito Gesù parlò loro: «Coraggio, sono io, non abbiate paura». [28]Pietro gli disse: «Signore, se sei tu, comanda che io venga da te sulle acque». [29]Ed egli disse: «Vieni!». Pietro, scendendo dalla barca, si mise a camminare sulle acque e andò verso Gesù. [30]Ma per la violenza del vento, s'impaurì e, cominciando ad affondare, gridò: «Signore, salvami!». [31]E subito Gesù stese la mano, lo afferrò e gli disse: «Uomo di poca fede, perché hai dubitato?».
[32]Appena saliti sulla barca, il vento cessò. [33]Quelli che erano sulla barca gli si prostrarono davanti, esclamando: «Tu sei veramente il Figlio di Dio!».


Pietro con gli altri discepoli assiste al prodigio di Gesù che cammina sulla acque ma è assalito dai dubbi. Come è difficile riconoscere la presenza di Gesù: qualche volta ci aspettiamo miracoli strabilianti, qualche volta vorremmo che i nostri dolori, le nostre sofferenze, le difficoltà in cui ci dibattiamo terminassero all’istante; e facciamo fatica a riconoscere un Dio che cammina invece accanto a noi, affrontando con noi le burrasche della vita. (dR)
Perché la cosa strana nell’episodio del vangelo di Matteo è che il vento cessa solo quando Gesù sale sulla barca. Quando invece Pietro tenta di raggiungere Gesù il vento è protagonista, al punto di distogliere l’apostolo dal suo scopo, facendolo affondare.
Povero Pietro e poveri apostoli! E poveri noi quando perdiamo di vista Gesù lasciandoci travolgere dalla situazioni della vita: situazioni che affrontiamo spesso confidando solo nelle nostre misere forze, tralasciando il Signore e addirittura sentendoci abbandonati da Lui.
Dovremmo essere più vigili ed attenti, accorgendoci della presenza amorevole e discreta di Dio come ci ricorda la prima lettura di oggi: il Signore non era nel vento, nel terremoto, nel fuoco: era invece nel mormorio di un vento leggero. (dR)

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Messaggio da miriam bolfissimo » lun nov 20, 2006 4:00 pm

XX domenica del tempo ordinario. 14 agosto 2005

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Dal Vangelo secondo Matteo (15,21-28)
[21]Partito di là, Gesù si diresse verso le parti di Tiro e Sidone. [22]Ed ecco una donna Cananèa, che veniva da quelle regioni, si mise a gridare: «Pietà di me, Signore, figlio di Davide. Mia figlia è crudelmente tormentata da un demonio». [23]Ma egli non le rivolse neppure una parola.
Allora i discepoli gli si accostarono implorando: «Esaudiscila, vedi come ci grida dietro». [24]Ma egli rispose: «Non sono stato inviato che alle pecore perdute della casa di Israele». [25]Ma quella venne e si prostrò dinanzi a lui dicendo: «Signore, aiutami!». [26]Ed egli rispose: «Non è bene prendere il pane dei figli per gettarlo ai cagnolini». [27]«E' vero, Signore, disse la donna, ma anche i cagnolini si cibano delle briciole che cadono dalla tavola dei loro padroni». [28]Allora Gesù le replicò: «Donna, davvero grande è la tua fede! Ti sia fatto come desideri». E da quell'istante sua figlia fu guarita.


In questi giorni la chiesa contempla l’assunzione di Maria in cielo: una gloria che Dio concede a Colei che ha creduto alla parola dell’Angelo ed aveva accompagnato come serva fedele fino in fondo, il mistero della vita, morte e resurrezione del Figlio di Dio.
E in questa domenica la liturgia ci presenta il grido di una donna, di una mamma: la mamma di una bambina ammalata. È forte l’istinto materno. Una mamma che ama i suoi figli non si ferma di fronte a nulla per il bene dei figli: sa chiedere, attendere avere pazienza, costanza, essere decisa, dolce, irremovibile. Sa trovare argomenti e giustificazioni, ma vuole arrivare allo scopo: il bene dei figli.
E Gesù, come si era commosso davanti alle folle che lo cercavano e per le quali aveva moltiplicato il pane, così riconosce la fede grande della donna, si commuove di fronte al dolore di una mamma, risponde alle sue richieste e assicura la guarigione della figlia.
Allora è bello pensare che, ancora oggi, in cielo la nostra Mamma si comporta come la donna descritta dal Vangelo e continua a pregare e a intercedere per noi presso il Figlio per il nostro bene, per la nostra salvezza, per la liberazione dai mali che ci affliggono: Ella si fa vicina a noi suoi figli.
E speriamo che anche noi ci facciamo più vicini a Lei e impariamo a gridare: “Signore, salvami!”, per la nostra salvezza e per chi ci sta vicino sull’esempio della fede di quella donna cananea e animati dalla fede di Maria, modello e sostegno della nostra fede. (dS)

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Messaggio da miriam bolfissimo » lun nov 20, 2006 4:00 pm

XXI domenica del tempo ordinario. 21 agosto 2005
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Dal Vangelo secondo Matteo (16,13-20)
[ [13]Essendo giunto Gesù nella regione di Cesarèa di Filippo, chiese ai suoi discepoli: «La gente chi dice che sia il Figlio dell'uomo?». [14]Risposero: «Alcuni Giovanni il Battista, altri Elia, altri Geremia o qualcuno dei profeti».
[15]Disse loro: «Voi chi dite che io sia?». [16]Rispose Simon Pietro: «Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente». [17]E Gesù: «Beato te, Simone figlio di Giona, perché né la carne né il sangue te l'hanno rivelato, ma il Padre mio che sta nei cieli. [18]E io ti dico: Tu sei Pietro e su questa pietra edificherò la mia chiesa e le porte degli inferi non prevarranno contro di essa. [19]A te darò le chiavi del regno dei cieli, e tutto ciò che legherai sulla terra sarà legato nei cieli, e tutto ciò che scioglierai sulla terra sarà sciolto nei cieli». [20]Allora ordinò ai discepoli di non dire ad alcuno che egli era il Cristo.


Davanti a Gesù che chiede ai suoi apostoli ”Voi chi dite che io sia?”, Pietro dà una risposta che non viene né dalla carne né dal sangue, ma dal Padre: ”Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente”.
In questo episodio, avvenuto nella regione di Cesarea di Filippo, riconosciamo il primato dato da Gesù a Pietro: ”Tu sei Pietro e su questa pietra edificherò la mia chiesa e le porte degli inferi non prevarranno contro di essa”.
Sulla roccia che è Pietro, Gesù fonda una comunità che prolunghi l’opera di salvezza che il Padre gli ha affidato, una comunità costituita da uomini e donne fragili e peccatori, ma irrimediabilmente santa perché animata da una forza divina che è lo Spirito Santo.
Spesso critichiamo la Chiesa e ci facciamo su di essa una opinione frutto di lettura superficiale o di sentito dire: e se provassimo, invece, anche a leggere qualche documento magisteriale? E se provassimo a sentirci, in prima perdona, coinvolti nell’esperienza della Chiesa, sforzandoci di renderla sempre più bella e santa anche con la nostra azione e la nostra preghiera? Sarebbe certo più produttivo riscoprirsi come comunità che lavora per il bene dell’umanità e per rendere gloria a Dio, piuttosto che criticare in modo sterile. (dR)

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Messaggio da miriam bolfissimo » lun nov 20, 2006 4:01 pm

XXII domenica del tempo ordinario. 28 agosto 2005
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Dal Vangelo secondo Matteo (16,21-27)
[21]Da allora Gesù cominciò a dire apertamente ai suoi discepoli che doveva andare a Gerusalemme e soffrire molto da parte degli anziani, dei sommi sacerdoti e degli scribi, e venire ucciso e risuscitare il terzo giorno. [22]Ma Pietro lo trasse in disparte e cominciò a protestare dicendo: «Dio te ne scampi, Signore; questo non ti accadrà mai». [23]Ma egli, voltandosi, disse a Pietro: «Lungi da me, satana! Tu mi sei di scandalo, perché non pensi secondo Dio, ma secondo gli uomini!».
[24]Allora Gesù disse ai suoi discepoli: «Se qualcuno vuol venire dietro a me rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua. [25]Perché chi vorrà salvare la propria vita, la perderà; ma chi perderà la propria vita per causa mia, la troverà. [26]Qual vantaggio infatti avrà l'uomo se guadagnerà il mondo intero, e poi perderà la propria anima? O che cosa l'uomo potrà dare in cambio della propria anima? [27]Poiché il Figlio dell'uomo verrà nella gloria del Padre suo, con i suoi angeli, e renderà a ciascuno secondo le sue azioni.


Se c’è una cosa che salta subito agli occhi nel nostro mondo è il tentativo di allontanare il dolore dalla vita. Si è insofferenti di ogni piccolo disagio: basta un minimo di caldo o di freddo per infastidirci, basta una piccola contrarietà per mandarci in crisi. D’altra parte il mondo sembra un grande negozio dove ritrova qualunque tipo di prodotto per sconfiggere il dolore…
Il Vangelo è invece l’itinerario della croce e della resurrezione: il Vangelo della gioia, dell’amore, ma insieme della sofferenza. Chi ama veramente non può non mettere in conto il dolore e la sofferenza, consapevole però che queste non sono le ultime parole: l’ultima parola è la resurrezione!
Nella sua schiettezza e sincerità, Gesù non ha tenute nascoste queste cose ai suoi discepoli e questi cono andati inesorabilmente in crisi. Essi, come noi, avevano visto in Gesù la possibilità di una vita senza troppi dolori: Gesù era ed è visto ancora oggi come uno che, passando con la sua potenza divina, cambiava le regole, rendeva vivibile e felice questa vita.
Noi vorremmo essere sempre felici, dalla nascita alla morte, non vorremmo né incontrare né vedere il dolore, mai. Ed invece, dentro e fuori di noi, esso ci accompagna, come fosse la nostra ombra, o come fosse una parte di noi stessi. Ed è difficile stare vicino a Gesù nel momento della croce se non pensiamo che le nostre croci, il nostro dolore e la nostra sofferenza, unite alla croce di Cristo, possono diventare strumento di redenzione e salvezza per noi e per gli altri. (dS)

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Messaggio da miriam bolfissimo » lun nov 20, 2006 4:01 pm

XXIII domenica del tempo ordinario. 4 settembre 2005
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Dal Vangelo secondo Matteo (18,15-20)
[15]Se il tuo fratello commette una colpa, và e ammoniscilo fra te e lui solo; se ti ascolterà, avrai guadagnato il tuo fratello; [16]se non ti ascolterà, prendi con te una o due persone, perché ogni cosa sia risolta sulla parola di due o tre testimoni. [17]Se poi non ascolterà neppure costoro, dillo all'assemblea; e se non ascolterà neanche l'assemblea, sia per te come un pagano e un pubblicano. [18]In verità vi dico: tutto quello che legherete sopra la terra sarà legato anche in cielo e tutto quello che scioglierete sopra la terra sarà sciolto anche in cielo.
[19]In verità vi dico ancora: se due di voi sopra la terra si accorderanno per domandare qualunque cosa, il Padre mio che è nei cieli ve la concederà. [20]Perché dove sono due o tre riuniti nel mio nome, io sono in mezzo a loro».


”Pieno compimento della legge è l’amore”: questa frase di san Paolo contenuta nella seconda lettura ci offre la chiave interpretativa di tutta la liturgia della parola di questa domenica.
Nella prima lettura infatti ci viene presentato il famosissimo brano nel quale Ezechiele paragona il profeta ad una sentinella: la sentinella sta in guardia per avvistare eventuali pericoli, così il profeta avvisa coloro che stanno sbagliando affinché non perseverino nel loro errore, ma si convertano.
È lo stesso tema presente nel Vangelo dove viene presentato0 lo stile della correzione fraterna che dovrebbe contraddistinguere i rapporti fra cristiani. Si intuisce dunque che aiutare l’altro a redimersi, a rendersi conto del proprio peccato è un elemento importante di quell’amore per il prossimo che ognuno di noi è chiamato a vivere in pienezza. Proprio questo amore esige, però, che i nostri richiami e le nostre correzioni siano fatte in modo appropriato, con dolcezza e misericordia, senza sentirci superiori all’altro che sta sbagliando.
Bisogna correggere nel momento e nel modo più giusti, e non come facciamo di solito quando siamo presi dall’ira, dall’indignazione o dal nostro orgoglio ferito.
È un compito difficile correggere fraternamente. Sant’Ignazio diceva: “Per correggere devi amare. Altrimenti è meglio tacere”. (dR)

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Messaggio da miriam bolfissimo » lun nov 20, 2006 4:02 pm

XXIV domenica del tempo ordinario. 11 settembre 2005
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Dal Vangelo secondo Matteo (18,21-35)
[21]Allora Pietro gli si avvicinò e gli disse: «Signore, quante volte dovrò perdonare al mio fratello, se pecca contro di me? Fino a sette volte?». [22]E Gesù gli rispose: «Non ti dico fino a sette, ma fino a settanta volte sette.
[23]A proposito, il regno dei cieli è simile a un re che volle fare i conti con i suoi servi. [24]Incominciati i conti, gli fu presentato uno che gli era debitore di diecimila talenti. [25]Non avendo però costui il denaro da restituire, il padrone ordinò che fosse venduto lui con la moglie, con i figli e con quanto possedeva, e saldasse così il debito. [26]Allora quel servo, gettatosi a terra, lo supplicava: Signore, abbi pazienza con me e ti restituirò ogni cosa. [27]Impietositosi del servo, il padrone lo lasciò andare e gli condonò il debito. [28]Appena uscito, quel servo trovò un altro servo come lui che gli doveva cento denari e, afferratolo, lo soffocava e diceva: Paga quel che devi! [29]Il suo compagno, gettatosi a terra, lo supplicava dicendo: Abbi pazienza con me e ti rifonderò il debito. [30]Ma egli non volle esaudirlo, andò e lo fece gettare in carcere, fino a che non avesse pagato il debito.
[31]Visto quel che accadeva, gli altri servi furono addolorati e andarono a riferire al loro padrone tutto l'accaduto. [32]Allora il padrone fece chiamare quell'uomo e gli disse: Servo malvagio, io ti ho condonato tutto il debito perché mi hai pregato. [33]Non dovevi forse anche tu aver pietà del tuo compagno, così come io ho avuto pietà di te? [34]E, sdegnato, il padrone lo diede in mano agli aguzzini, finché non gli avesse restituito tutto il dovuto. [35]Così anche il mio Padre celeste farà a ciascuno di voi, se non perdonerete di cuore al vostro fratello».


Noi viviamo quotidianamente vicini gli uni agli altri, in famiglia, sul lavoro a scuola, con gli amici: per questo, è facile urtarsi, offendersi.
È impossibile, con il nostro orgoglio, le nostre debolezze e fragilità non inciampare, non urtarci, non andare incontro a incomprensioni e offese. È come camminare su una strada piena di cocci: ci si può ferire continuamente. Dovessimo "legarci al dito" tutti i torti che riceviamo, avremmo in pochi giorni le mani impossibilitate a muoversi e se ogni offesa che riceviamo dovesse essere ricambiata con un distacco netto da chi ci offende, presto rimarremmo soli.
Gesù ha superato questo pericolo, dando a noi la legge della fedeltà all'amore che risolve i conflitti con la riconciliazione e il perdono. Chi cade viene aiutato a rialzarsi: così i legami non si spezzano mai, le persone non hanno paura o disagio a guardarsi in faccia e a salutarsi, la comunità degli uomini può continuare ad essere un mondo pieno di vita, di speranza, di amore, pieno di figli perdonati che perdonano...
Il suo insegnamento è chiaro: Dio ci perdona sempre, qualsiasi sia il peccato che abbiamo commesso, se siamo sinceri nei chiedere il perdono. Allo stile dì Dio deve richiamarsi il nostro perdono verso gli altri, ai quali facciamo fatica a perdonare piccole offese.
Ripassiamo questo insegnamento quando ci rivolgiamo a Dio chiamandolo Padre e chiedendo che rimetta i nostri debiti, come noi li rimettiamo ai nostri debitori. (dS)

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Messaggio da miriam bolfissimo » lun nov 20, 2006 4:06 pm

XXV domenica del tempo ordinario. 18 settembre 2005
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Dal Vangelo secondo Matteo (20,1-16)
[1]«Il regno dei cieli è simile a un padrone di casa che uscì all'alba per prendere a giornata lavoratori per la sua vigna. [2]Accordatosi con loro per un denaro al giorno, li mandò nella sua vigna. [3]Uscito poi verso le nove del mattino, ne vide altri che stavano sulla piazza disoccupati [4]e disse loro: Andate anche voi nella mia vigna; quello che è giusto ve lo darò. Ed essi andarono. [5]Uscì di nuovo verso mezzogiorno e verso le tre e fece altrettanto. [6]Uscito ancora verso le cinque, ne vide altri che se ne stavano là e disse loro: Perché ve ne state qui tutto il giorno oziosi? [7]Gli risposero: Perché nessuno ci ha presi a giornata. Ed egli disse loro: Andate anche voi nella mia vigna.
[8]Quando fu sera, il padrone della vigna disse al suo fattore: Chiama gli operai e dà loro la paga, incominciando dagli ultimi fino ai primi. [9]Venuti quelli delle cinque del pomeriggio, ricevettero ciascuno un denaro. [10]Quando arrivarono i primi, pensavano che avrebbero ricevuto di più. Ma anch'essi ricevettero un denaro per ciascuno. [11]Nel ritirarlo però, mormoravano contro il padrone dicendo: [12]Questi ultimi hanno lavorato un'ora soltanto e li hai trattati come noi, che abbiamo sopportato il peso della giornata e il caldo. [13]Ma il padrone, rispondendo a uno di loro, disse: Amico, io non ti faccio torto. Non hai forse convenuto con me per un denaro? [14]Prendi il tuo e vattene; ma io voglio dare anche a quest'ultimo quanto a te. [15]Non posso fare delle mie cose quello che voglio? Oppure tu sei invidioso perché io sono buono? [16]Così gli ultimi saranno primi, e i primi ultimi».


La parabola degli operai chiamati a lavorare nella vigna in diverse ore è sconcertante, se la si considera solamente sotto il profilo umano. Sconcerta il fatto che, alla fine, coloro che hanno lavorato tutto il giorno ricevono lo stesso salario di chi ha faticato una sola ora. Eppure questa stranezza serve a farci capire la bontà di Dio. Mi viene in mente il buon ladrone che, dopo un avita scellerata riceve lo stesso premio che, si presume, hanno ricevuto gli apostoli per una vita dedicata al Signore. Grandezza e mistero dell’Amore di Dio!
Il nostro cuore, spesso un po’ gretto, ci porterebbe invece a ragionare in termini molto umani, così da dare a ciascuno in proporzione al lavoro svolto, cioè alle buone azioni fatte… qualche volta ci meravigliamo anche noi discepoli del grande cuore del nostro Dio!
Tuttavia dobbiamo stare attenti: il presupposto necessario perché si eserciti la misericordia sovrabbondante di Dio è la risposta al suo invito: tutti gli operai, i primi come gli ultimi, accettano di andare a lavorare nella vigna.
Il Signore chiama tutti, continuamente, alla salvezza. Ma tocca poi all’uomo rispondere positivamente a questa chiamata che richiede impegno di conversione, che richiede di abbandonare l’ozio della piazza per aderire ad un progetto d’Amore.
Resta una domanda: e se avessero risposto di no? (dR)

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Messaggio da miriam bolfissimo » lun nov 20, 2006 4:06 pm

XXVI domenica del tempo ordinario. 25 settembre 2005
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Dal Vangelo secondo Matteo (21,28-32)
[28]«Che ve ne pare? Un uomo aveva due figli; rivoltosi al primo disse: Figlio, và oggi a lavorare nella vigna. [29]Ed egli rispose: Sì, signore; ma non andò. [30]Rivoltosi al secondo, gli disse lo stesso. Ed egli rispose: Non ne ho voglia; ma poi, pentitosi, ci andò. [31]Chi dei due ha compiuto la volontà del padre?». Dicono: «L'ultimo». E Gesù disse loro: «In verità vi dico: I pubblicani e le prostitute vi passano avanti nel regno di Dio. [32]E' venuto a voi Giovanni nella via della giustizia e non gli avete creduto; i pubblicani e le prostitute invece gli hanno creduto. Voi, al contrario, pur avendo visto queste cose, non vi siete nemmeno pentiti per credergli.

Il Vangelo proposto in questa domenica ci invita con decisione ad ascoltare gli appelli che il Signore ci rivolge e a convertirci. Gesù, parlando ai principi dei sacerdoti e agli anziani del popolo usa, come termine di paragone, i pubblicani e le prostitute. Le categorie più classiche di peccatori vengono additate come esempio perché hanno ascoltato la predicazione di Giovanni il Battista e vi hanno creduto. In altre parole, si so pentiti della propria condotta. Invece coloro che venivano guardati con rispetto e giudicati santi non si sono nemmeno pentiti per credergli!
Non è facile ascoltare la voce di Dio. Il Signore non grida dall’esterno: Egli parla al nostro cuore con voce sommessa e dolce, ci invita senza spot pubblicitari martellanti. Corre il rischio, così facendo, di incappare nella nostra disattenzione, nella nostra incapacità o paura di guardarci dentro, di ammettere che c’è molto da cambiare nella nostra vita. Spesso si preferisce correre a stordirsi con tantissime attività, una dietro l’altra. Altre volte il lavoro, la famiglia, gli impegni non ci lasciano nemmeno momento libero, la nostra vita diventa un affannarsi ed un inseguire il vento.
Ascoltare la voce di Dio è ciò che darebbe senso pieno a tutto il resto, perché indirizzerebbe tutta la nostra vita al vero bene. (dR)

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Messaggio da miriam bolfissimo » lun nov 20, 2006 4:09 pm

XXVII domenica del tempo ordinario. 2 ottobre 2005
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Dal Vangelo secondo Matteo (21,33-43)
[28] [33]Ascoltate un'altra parabola: C'era un padrone che piantò una vigna e la circondò con una siepe, vi scavò un frantoio, vi costruì una torre, poi l'affidò a dei vignaioli e se ne andò. [34]Quando fu il tempo dei frutti, mandò i suoi servi da quei vignaioli a ritirare il raccolto. [35]Ma quei vignaioli presero i servi e uno lo bastonarono, l'altro lo uccisero, l'altro lo lapidarono. [36]Di nuovo mandò altri servi più numerosi dei primi, ma quelli si comportarono nello stesso modo. [37]Da ultimo mandò loro il proprio figlio dicendo: Avranno rispetto di mio figlio! [38]Ma quei vignaioli, visto il figlio, dissero tra sé: Costui è l'erede; venite, uccidiamolo, e avremo noi l'eredità. [39]E, presolo, lo cacciarono fuori della vigna e l'uccisero. [40]Quando dunque verrà il padrone della vigna che farà a quei vignaioli?». [41]Gli rispondono: «Farà morire miseramente quei malvagi e darà la vigna ad altri vignaioli che gli consegneranno i frutti a suo tempo». [42]E Gesù disse loro: «Non avete mai letto nelle Scritture: La pietra che i costruttori hanno scartata è diventata testata d'angolo; dal Signore è stato fatto questo ed è mirabile agli occhi nostri? [43]Perciò io vi dico: vi sarà tolto il regno di Dio e sarà dato a un popolo che lo farà fruttificare.

È bello, in questa domenica, contemplare la Chiesa attraverso il simbolo della vigna. Dio, il padrone, non si limita a piantare la vigna, ma la circonda con una siepe, vi scava un frantoio, vi costruisce una torre… Esattamente come ci viene narrato dal profeta Isaia nella prima lettura, così Gesù, raccontando la parabola, si sofferma a lungo su questi particolari, che sottolineano la cura e l’amore di Dio per la sua vigna.
E se ci pensiamo bene è proprio vero: Dio ha regalato alla sua Chiesa tutto ciò che è necessario per condurre l’umanità alla salvezza: le sacre scritture, i sacramenti, il magistero del Papa e dei vescovi. Nella Chiesa lo Spirito Santo fa sì che i discepoli di Gesù possano dire Abbà e rivolgersi con confidenza filiale a Dio. Nella Chiesa scopriamo quella comunità dove si vive, attraverso l’Eucaristia, quella unione con Dio e con i fratelli che è segno ed anticipazione della perfetta unità nella gloria del paradiso.
E tuttavia ci sono anche i vignaioli, quelli che credono che la vigna sia cosa loro, quelli che non ascoltano più la voce di Dio ma solo la propria, quelli che, ancora oggi, uccidono il figlio di Dio e lacerano la sua tunica. Ognuno di noi, magari inconsapevolmente, può essere come uno di questi vignaioli. Ecco perché c’è bisogno di una continua vigilanza e capacità di conversione. (dR)

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Messaggio da miriam bolfissimo » lun nov 20, 2006 4:09 pm

XXVIII domenica del tempo ordinario. 9 ottobre 2005
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Dal Vangelo secondo Matteo (22,1-14)
[1]Gesù riprese a parlar loro in parabole e disse: [2]«Il regno dei cieli è simile a un re che fece un banchetto di nozze per suo figlio. [3]Egli mandò i suoi servi a chiamare gli invitati alle nozze, ma questi non vollero venire. [4]Di nuovo mandò altri servi a dire: Ecco ho preparato il mio pranzo; i miei buoi e i miei animali ingrassati sono gia macellati e tutto è pronto; venite alle nozze. [5]Ma costoro non se ne curarono e andarono chi al proprio campo, chi ai propri affari; [6]altri poi presero i suoi servi, li insultarono e li uccisero.
[7]Allora il re si indignò e, mandate le sue truppe, uccise quegli assassini e diede alle fiamme la loro città. [8]Poi disse ai suoi servi: Il banchetto nuziale è pronto, ma gli invitati non ne erano degni; [9]andate ora ai crocicchi delle strade e tutti quelli che troverete, chiamateli alle nozze. [10]Usciti nelle strade, quei servi raccolsero quanti ne trovarono, buoni e cattivi, e la sala si riempì di commensali. [11]Il re entrò per vedere i commensali e, scorto un tale che non indossava l'abito nuziale, [12]gli disse: Amico, come hai potuto entrare qui senz'abito nuziale? Ed egli ammutolì. [13]Allora il re ordinò ai servi: Legatelo mani e piedi e gettatelo fuori nelle tenebre; là sarà pianto e stridore di denti. [14]Perché molti sono chiamati, ma pochi eletti».


Passano i secoli ma forse una delle cose che trova tutti d’accordo è la bellezza di sedersi a tavola per mangiare e festeggiare tutti insieme. Probabilmente anche Gesù sapeva tutto ciò ed è per questo che paragona il Regno dei Cieli a un grande banchetto di nozze a cui Dio invita tutti, buoni e cattivi. Ma se a un normale banchetto è difficile trovare chi si tira indietro, ecco che all’invito di Dio, che chiama alla salvezza e a diventare santi, c’è chi dice di “no”.
Questo lo vediamo anche ai giorni nostri. Pensiamo alla messa domenicale o agli altri momenti di formazione e di servizio che vengono proposti: quanti si sentono rivolto l’invito a partecipare, quanti sentono suonare le campane, eppure ognuno ha sempre pronta una scusa per non partecipare, non ascoltare, non incontrare un Dio che ci chiama e ci invita non perché ci vuole male e vuole opprimerci, ma perché ci ama e vuole per noi il bene!
Grazie a Dio, c’è anche chi risponde “sì” agli inviti di Dio, ma anche questi devono stare attenti. Infatti ci si può illudere di essere già a posto, di non avere più bisogno di convertirsi, di essere perfetti e migliori degli altri solo perché si è risposto “sì”.
Avere l’abito nuziale allora significa rendersi conto che abbiamo sempre bisogno di cambiare, crescere, migliorare e che solo stando a tavola con il Signore possiamo ripartire con un cuor purificato e trasformato per compiere gesti d’amore sinceri e autentici. (dS)

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Messaggio da miriam bolfissimo » lun nov 20, 2006 4:10 pm

XXIX domenica del tempo ordinario. 16 ottobre 2005
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Dal Vangelo secondo Matteo (22,15-21)
[15]Allora i farisei, ritiratisi, tennero consiglio per vedere di coglierlo in fallo nei suoi discorsi. [16]Mandarono dunque a lui i propri discepoli, con gli erodiani, a dirgli: «Maestro, sappiamo che sei veritiero e insegni la via di Dio secondo verità e non hai soggezione di nessuno perché non guardi in faccia ad alcuno. [17]Dicci dunque il tuo parere: È lecito o no pagare il tributo a Cesare?».
[18]Ma Gesù, conoscendo la loro malizia, rispose: «Ipocriti, perché mi tentate? [19]Mostratemi la moneta del tributo». Ed essi gli presentarono un denaro. [20]Egli domandò loro: «Di chi è questa immagine e l'iscrizione?». [21]Gli risposero: «Di Cesare». Allora disse loro: «Rendete dunque a Cesare quello che è di Cesare e a Dio quello che è di Dio»..


È lecito o no pagare le tasse? Una domanda che spesso viene anche a noi, e non solo a farisei ed erodiani del tempo di Gesù. Con una differenza. A quell’epoca, in Palestina, la domanda aveva forti risvolti politico-religiosi. Era sottinteso, infatti, il desiderio di liberarsi della dominazione straniera e ciò si collegava all’attesa del Messia che veniva visto come colui che doveva instaurare la signoria (anche politica, una sorta di teocrazia) di Dio sul popolo eletto.
Gesù prende decisamente le distanze da un coinvolgimento del Messia in sommosse più o meno violente, che portassero alla cacciata dei Romani, e richiama i rappresentanti del popolo ebraico alla ragione più profonda dell’elezione: essere il popolo di Dio e, di conseguenza, dare a Dio ciò che è di Dio.
Il che vuol dire domare a lui tutto ciò siamo: il nostro cuore la nostra intelligenza, le nostre energie. Tutto deve essere finalizzato all’estrazione di un Regno che ha anche connotati terreni; il rispetto dell’uomo e della donna, il rispetto della vista in ogni sua fase, la lotta contro la povertà e le malattie, il sostegno ai più deboli, la proclamazione della verità sull’uomo, sono tutti ambiti in cui i discepoli devono (dovrebbero!) distinguersi.
Il cristiano non è un nemico dell’umanità, anzi! E nemmeno mette le sue forze solo al servizio della Chiesa, chi ragiona sa che il cristiano vero, con la sua presenza amorevole, rende migliore il mondo intero. (dR)

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Messaggio da miriam bolfissimo » lun nov 20, 2006 4:10 pm

XXX domenica del tempo ordinario. 23 ottobre 2005
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Dal Vangelo secondo Matteo (22,34-40)
[34]Allora i farisei, udito che egli aveva chiuso la bocca ai sadducei, si riunirono insieme [35]e uno di loro, un dottore della legge, lo interrogò per metterlo alla prova: [36]«Maestro, qual è il più grande comandamento della legge?». [37]Gli rispose:
    • Amerai il Signore Dio tuo con tutto il cuore, con tutta la tua anima e con tutta la tua mente.
[38]Questo è il più grande e il primo dei comandamenti. [39]E il secondo è simile al primo:
    • Amerai il prossimo tuo come te stesso.
[40]Da questi due comandamenti dipendono tutta la Legge e i Profeti».[/i]

Compendio di tutta la legge di Mosè, il comandamento dell'amore verso Dio e verso il prossimo diventa qualcosa di fondamentale anche per il cristiano. L'amore per Dio e per il prossimo sono due facce della stessa medaglia, non sono mai separabili, perché "chi dice di amare Dio. che non vede, e non ama il suo fratello, che vede, costui è un bugiardo".
Ma vale anche il discorso opposto: chi si da tanto da fare per gli altri, ma non trova mai tempo per pregare, per stare un po' da solo, con Dio, anche costui non è un cristiano completo. Preghiera ed impegno per i fratelli: Gesù vuole sollecitarci verso entrambi questi aspetti.
Di suo aggiunge, nel vangelo di Giovanni, un elemento importante, che ci da la misura dì questo amore: "amatevi gli uni gli altri, come io vi ho amati".
Amare senza misura è l'unica misura dell'amore, direbbe San Bernardo. A noi, fragili e deboli, tocca il compito di essere testimoni credibili di questo messaggio rivolto all'umanità intera. Spesso ci scopriamo incapaci di amare come il Signore vuole. Spesso la nostra preghiera è superficiale e distratta, le nostre buone azioni si riducono ai lumicino, perché prevale l'egoismo.
Ma non dobbiamo scoraggiarci, il Signore è al nostro fianco e ci sollecita continuamente ad andare oltre, a fare un passo in più su questa via, che è la stessa via che ha percorso Lui: amare sino alla fine. (dR)

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Messaggio da miriam bolfissimo » lun nov 20, 2006 4:15 pm

XXXI domenica del tempo ordinario. 30 ottobre 2005
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Dal Vangelo secondo Matteo (23,1-12)
[1]Allora Gesù si rivolse alla folla e ai suoi discepoli dicendo: [2]«Sulla cattedra di Mosè si sono seduti gli scribi e i farisei. [3]Quanto vi dicono, fatelo e osservatelo, ma non fate secondo le loro opere, perché dicono e non fanno. [4]Legano infatti pesanti fardelli e li impongono sulle spalle della gente, ma loro non vogliono muoverli neppure con un dito. [5]Tutte le loro opere le fanno per essere ammirati dagli uomini: allargano i loro filattèri e allungano le frange; [6]amano posti d'onore nei conviti, i primi seggi nelle sinagoghe [7]e i saluti nelle piazze, come anche sentirsi chiamare "rabbì'' dalla gente. [8]Ma voi non fatevi chiamare "rabbì'', perché uno solo è il vostro maestro e voi siete tutti fratelli. [9]E non chiamate nessuno "padre sulla terra, perché uno solo è il Padre vostro, quello del cielo. [10]E non fatevi chiamare "maestri”, perché uno solo è il vostro Maestro, il Cristo. [11]Il più grande tra voi sia vostro servo; [12]chi invece si innalzerà sarà abbassato e chi si abbasserà sarà innalzato.

Invitando i suoi discepoli a non essere come gli scribi e i farisei, che “amano i posti d’onore nei conviti, i primi seggi nelle sinagoghe, come anche sentirsi chiamare rabbì dalla gente”. Gesù ci offre il criterio fondamentale per interpretare il ruolo che ciascuno di noi ha nella chiesa: il servizio.
Spesso, invece, siamo portati a pensare ai vari ministeri ecclesiali in termini di potere umano: il Papa allora è il più potente, poi vengono i cardinali, e così via, estendendo alla Chiesa concetti che non andrebbero applicati nemmeno alle realtà esclusivamente umane. Pensiamo infatti allo Stato: in esso ognuno deve svolgere il uso compio a favore ( a servizio…) della collettività: i politici di ogni ordine e grado dovrebbero avere presente, ne loro agire, solo la difesa e l’edificazione del bene comune, mettendosi a servizio dei cittadini e, se dovessero fare qualche preferenza, dovrebbe essere per i più deboli.
Certo, la tentazione del potere, del “qui comando io” è sempre presente, anche nella Chiesa. Ognuno corre il rischio di sentire come proprietà personale il bene che è di tutti, facendo entrare nel proprio modo di pensare e agire particolarismi assurdi, esclusioni degli “avversari” e coinvolgimento degli “amici”. Si prova sempre tanta tristezza a vedere le realtà umane ridotte così, ma la tristezza diventa immensa quando tutto questo lo si vede nella Chiesa. Aiutiamo, dunque, a vicenda ad eliminare la tentazione del potere. (dR)

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Messaggio da miriam bolfissimo » lun nov 20, 2006 4:16 pm

Solennità di Tutti i Santi. 1 novembre 2005
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Dal Vangelo secondo Matteo (5,1-12)
1]Vedendo le folle, Gesù salì sulla montagna e, messosi a sedere, gli si avvicinarono i suoi discepoli. [2]Prendendo allora la parola, li ammaestrava dicendo:

    • [3]«Beati i poveri in spirito, perché di essi è il regno dei cieli.

      [4]Beati gli afflitti, perché saranno consolati.

      [5]Beati i miti, perché erediteranno la terra.

      [6]Beati quelli che hanno fame e sete della giustizia, perché saranno saziati.

      [7]Beati i misericordiosi, perché troveranno misericordia.

      [8]Beati i puri di cuore, perché vedranno Dio.

      [9]Beati gli operatori di pace, perché saranno chiamati figli di Dio.

      [10]Beati i perseguitati per causa della giustizia, perché di essi è il regno dei cieli.

      [11]Beati voi quando vi insulteranno, vi perseguiteranno e, mentendo, diranno ogni sorta di male contro di voi per causa mia.
[12]Rallegratevi ed esultate, perché grande è la vostra ricompensa nei cieli. Così infatti hanno perseguitato i profeti prima di voi. Sale della terra e luce del mondo.[/i]

La solennità di tutti i Santi, o semplicemente la festa dei Santi, è anche chiamata “giornata della vocazione universale alla santità”. La Lumen Gentium afferma che “tutti i fedeli sono chiamati alla pienezza della vita cristiana: da questa santità è promosso anche nella società terrena, un tenore di vita più umano” (Lumen Gentium 40).
Non è possibile credere senza che la propria fede trasformi in meglio l’esistenza di ognuno. Si deve sperimentare la santità in modo da incoraggiare gli altri ad essere santi.
Ciò porta a capire che essa non è per pochi, ma per tanti, come si legge nel libro dell’Apocalisse. La santità è il presente perché è da scoprire, capire e vivere “nei vari generi di vita e nei vari uffici mossi dallo Spirito” (Lumen Gentium 41).
Quindi i santi sono coloro che accettano e realizzano, nell’obbedienza, una vita da figli di Dio, ricevendo e donando il suo amore.
Papa Benedetto XVI ha affermato che c’è una santità non solo “di grandi figure di cui conosciamo i nomi, ma anche noi tutti siamo la comunità dei santi, noi che viviamo del dono della carne e del sangue di Cristo per mezzo del quale egli ci vuole trasforamre e renderci simili a sé medesimo”. (Ambrosio Setti Carlo)

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Messaggio da miriam bolfissimo » lun nov 20, 2006 4:19 pm

XXXII domenica del tempo ordinario. 6 novembre 2005
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Dal Vangelo secondo Matteo (25,1-13)
[1]Il regno dei cieli è simile a dieci vergini che, prese le loro lampade, uscirono incontro allo sposo. [2]Cinque di esse erano stolte e cinque sagge; [3]le stolte presero le lampade, ma non presero con sé olio; [4]le sagge invece, insieme alle lampade, presero anche dell'olio in piccoli vasi. [5]Poiché lo sposo tardava, si assopirono tutte e dormirono. [6]A mezzanotte si levò un grido: Ecco lo sposo, andategli incontro! [7]Allora tutte quelle vergini si destarono e prepararono le loro lampade. [8]E le stolte dissero alle sagge: Dateci del vostro olio, perché le nostre lampade si spengono. [9]Ma le sagge risposero: No, che non abbia a mancare per noi e per voi; andate piuttosto dai venditori e compratevene. [10]Ora, mentre quelle andavano per comprare l'olio, arrivò lo sposo e le vergini che erano pronte entrarono con lui alle nozze, e la porta fu chiusa. [11]Più tardi arrivarono anche le altre vergini e incominciarono a dire: Signore, signore, aprici! [12]Ma egli rispose: In verità vi dico: non vi conosco. [13]Vegliate dunque, perché non sapete né il giorno né l'ora.

La liturgia di queste domeniche, all’approssimarsi della fine dell’anno liturgico, ci aiuta a preparaci all’incontro con il Signore. Anche la solennità di tutti i Santi e la commemorazione dei Defunti ci hanno fatto riflettere sul nostro destino ultimo che si realizza attraverso il passaggio della morte: chiamati alla vita eterna e alla gloria, chiamati ad essere partecipi della vita divina, dobbiamo però anche passare attraverso la morte e affrontare i giudizio.
La parabola delle dieci vergini che ci presenta il vangelo di questa domenica è un invito forte a vigilare e a mettere in atto tutto quello che è necessario per affrontare con tranquillità e, addirittura, con gioia il giudizio divino.
È questo il significato dell’olio delle lampade: le cinque vergini sagge hanno saputo trascorrere la loro vita mettendo in pratica il comandamento dell’amore verso Dio e verso il prossimo; le cinque vergini stolte, invece, si sono accorte troppo tardi che era quella la cosa importante della vita: sono state superficiali, hanno pensato solo all’ “aldiqua”, senza prendere in considerazione che lo Sposo poteva arrivare da un momento all’altro.
Fuor di metafora, passare una vita nell’egoismo, nel disinteresse per gli altri, una vita improntata solo sul possesso delle cose materiali e sulla propria pigrizia non è certo il miglior modo per preparasi all’incontro con Dio. (dR)

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Messaggio da miriam bolfissimo » lun nov 20, 2006 4:21 pm

XXXIII domenica del tempo ordinario. 13 novembre 2005
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Dal Vangelo secondo Matteo (25,14-30)
[14]Avverrà come di un uomo che, partendo per un viaggio, chiamò i suoi servi e consegnò loro i suoi beni. [15]A uno diede cinque talenti, a un altro due, a un altro uno, a ciascuno secondo la sua capacità, e partì. [16]Colui che aveva ricevuto cinque talenti, andò subito a impiegarli e ne guadagnò altri cinque. [17]Così anche quello che ne aveva ricevuti due, ne guadagnò altri due. [18]Colui invece che aveva ricevuto un solo talento, andò a fare una buca nel terreno e vi nascose il denaro del suo padrone. [19]Dopo molto tempo il padrone di quei servi tornò, e volle regolare i conti con loro. [20]Colui che aveva ricevuto cinque talenti, ne presentò altri cinque, dicendo: Signore, mi hai consegnato cinque talenti; ecco, ne ho guadagnati altri cinque. [21]Bene, servo buono e fedele, gli disse il suo padrone, sei stato fedele nel poco, ti darò autorità su molto; prendi parte alla gioia del tuo padrone. [22]Presentatosi poi colui che aveva ricevuto due talenti, disse: Signore, mi hai consegnato due talenti; vedi, ne ho guadagnati altri due. [23]Bene, servo buono e fedele, gli rispose il padrone, sei stato fedele nel poco, ti darò autorità su molto; prendi parte alla gioia del tuo padrone. [24]Venuto infine colui che aveva ricevuto un solo talento, disse: Signore, so che sei un uomo duro, che mieti dove non hai seminato e raccogli dove non hai sparso; [25]per paura andai a nascondere il tuo talento sotterra; ecco qui il tuo. [26]Il padrone gli rispose: Servo malvagio e infingardo, sapevi che mieto dove non ho seminato e raccolgo dove non ho sparso; [27]avresti dovuto affidare il mio denaro ai banchieri e così, ritornando, avrei ritirato il mio con l'interesse. [28]Toglietegli dunque il talento, e datelo a chi ha i dieci talenti. [29]Perché a chiunque ha sarà dato e sarà nell'abbondanza; ma a chi non ha sarà tolto anche quello che ha. [30]E il servo fannullone gettatelo fuori nelle tenebre; là sarà pianto e stridore di denti.

La famosa parabola dei talenti ci mette quasi brutalmente di fronte alle nostre responsabilità. Il padrone infatti parte per un viaggio e suddivide le sue ricchezze fra i servitori: ad uno toccano cinque talenti, ad un altro due, ad un altro uno. Il compito dei servi è quello di far fruttare i talenti. Qui viene spontaneo il paragone con le caratteristiche che il signore ci ha donato: l’intelligenza, le nostre disposizioni, le possibilità economiche… tutto quello insomma che ci è stato dato per migliorare il mondo e per edificare il regno di Dio.
Ma io vorrei soffermarmi su quello che è il talento più prezioso e delicato che Dio ci ha offerto, e cioè la nostra fede. Attraverso il battesimo, Dio ci ha ricolmati della sua grazia, ci ha fatto diventare creature nuove, parte del suo popolo. Ci ha donato l’intero patrimonio, scrupolosamente custodito dalla Chiesa: le sacre scritture, i sacramenti, la possibilità di pregare chiamandolo Padre.
La nostra deve essere continuamente aumentata, deve diventare capace di spostare le montagne, deve diventare assoluta fiducia in Colui che ci ama. Sarebbe il caso di chiederci come stiamo aumentando la nostra fede, come la stiamo approfondendo, con che cosa la nutriamo. Una fede autentica è quella che riempie e trasforma tutta la nostra vita. E invece, qualche volta, si ha l’impresione che la nostra fede sia come il talento messo sotto terra: è lì, ma nessuno se ne accorge. (dR)

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Messaggio da miriam bolfissimo » lun nov 20, 2006 4:21 pm

Nostro signore Gesù Cristo Re dell’universo. 20 novembre 2005
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Dal Vangelo secondo Matteo (25,31-46)
[31]Quando il Figlio dell'uomo verrà nella sua gloria con tutti i suoi angeli, si siederà sul trono della sua gloria. [32]E saranno riunite davanti a lui tutte le genti, ed egli separerà gli uni dagli altri, come il pastore separa le pecore dai capri, [33]e porrà le pecore alla sua destra e i capri alla sinistra. [34]Allora il re dirà a quelli che stanno alla sua destra: Venite, benedetti del Padre mio, ricevete in eredità il regno preparato per voi fin dalla fondazione del mondo. [35]Perché io ho avuto fame e mi avete dato da mangiare, ho avuto sete e mi avete dato da bere; ero forestiero e mi avete ospitato, [36]nudo e mi avete vestito, malato e mi avete visitato, carcerato e siete venuti a trovarmi.
[37]Allora i giusti gli risponderanno: Signore, quando mai ti abbiamo veduto affamato e ti abbiamo dato da mangiare, assetato e ti abbiamo dato da bere? [38]Quando ti abbiamo visto forestiero e ti abbiamo ospitato, o nudo e ti abbiamo vestito? [39]E quando ti abbiamo visto ammalato o in carcere e siamo venuti a visitarti? [40]Rispondendo, il re dirà loro: In verità vi dico: ogni volta che avete fatto queste cose a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l'avete fatto a me.
[41]Poi dirà a quelli alla sua sinistra: Via, lontano da me, maledetti, nel fuoco eterno, preparato per il diavolo e per i suoi angeli. [42]Perché ho avuto fame e non mi avete dato da mangiare; ho avuto sete e non mi avete dato da bere; [43]ero forestiero e non mi avete ospitato, nudo e non mi avete vestito, malato e in carcere e non mi avete visitato.
[44]Anch'essi allora risponderanno: Signore, quando mai ti abbiamo visto affamato o assetato o forestiero o nudo o malato o in carcere e non ti abbiamo assistito? [45]Ma egli risponderà: In verità vi dico: ogni volta che non avete fatto queste cose a uno di questi miei fratelli più piccoli, non l'avete fatto a me. [46]E se ne andranno, questi al supplizio eterno, e i giusti alla vita eterna».


Il brano evangelico proposto da questo ciclo liturgico è quello, famosissimo, del giudizio universale nella versione dell’evangelista Matteo. Il Signore Gesù appare glorioso, circondato dagli angeli, seduto sul trono e giudice delle genti.
La discriminante nel giudizio è la carità: aver fatto o non aver fatto gesti di amore verso i fratelli più piccoli. È molto bello questo paradosso: il giudice supremo, avvolto nella gloria, sarà lo stesso che ci è venuto incontro tante volte nelle persona dell’affamato, del forestiero, del carcerato…
Ogni giorno, allora, si può dire che incontriamo Cristo: e non solo nella Messa e nella preghiera. Lo incontriamo quando un povero bussa alla nostra porta, o quando entra nelle nostre case attraverso la televisione. Gesù ci provoca continuamente, ci mette continuamente di fronte ad una sua presenza scomoda, sfida continuamente la nostra capacità di amare in modo disinteressato. E quante volte rischiamo di perdere l’occasione!
Per pigrizia, per superficialità, per egoismo molto spesso finiamo per chiuderci in noi stessi e badare solo ai nostri bisogni. Il Cristo Re, che ci era passato accanto, magari vestito da straccione, non ha avuto la nostra attenzione, meno che mai il nostro amore. (dR)

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