La Madonna di Novi Velia storici,origini.

Luoghi di devozione alla Madonna

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La Madonna di Novi Velia storici,origini.

Messaggio da Redazione » ven mag 20, 2005 1:14 pm

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La Madonna Del Monte

Il santuario della "Madonna di Novi Velia", è posto in cima al monte Gelbison, a 1705 s.l.m.
Sulle sue origini, che risalgono al 1323, si narra la leggenda secondo cui ogni volta che i lavori del tempio si interrompevano per qualche giorno, alla ripresa si trovavano distrutte le opere prima costruite. Finché una notte, agli operai, che erano saliti sul monte per cercare un agnello smarrito apparve la Vergine e disse che desiderava che la cappella fosse dedicata agli Angeli.
I pellegrini, ogni anno, in estate, si recano in processione al santuario, portando un Gesù Bambino di cera.
E' uno straordinario punto panoramico: dalla sua vetta di godono ampie vedute sulle valli ed i monti circostanti. Il nome del monte pervaso del culto alla divinità materna non evidenzia le molte valenze ambientali e naturalistiche. Gli estesi boschi che ricoprono completamente le pendici ospitano animali rari e preziosi come il lupo, la martora e il picchi nero.
Le sue pendici sono rigate da corsi d'acqua cristallini e mille rivoli e cascate caratterizzano la zona dove rimangono visitabili vetusti mulini e frantoi.



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Il Monte Gebison


Nel cuore del Cilento, proprio alle spalle del capoluogo, Vallo della Lucania, si erge in tutta la sua potenza, solitario gigante della valle di Novi, il massiccio del Gelbison, sulla cui vetta si trova il più alto Santuario d'Italia, dedicato alla Vergine Maria.
Il nome del monte è di chiara etimologia saracena, Gebil-el-Son, il Monte dell'Idolo, come di origine araba sono tanti toponimi cilentani, dovuti alla lunga permanenza dei Saraceni nel territorio.
E se il monte fu chiamato con questo nome, vuol dire che già al tempo dei Saraceni esisteva un luogo di culto lassù, sulla vetta.
Per i Cilentani il Gelbison è semplicemente "il Monte Sacro", che attira annualmente migliaia di fedeli che lassù confluiscono non solo dalla regione campana ma anche dalla Basilicata, dalla Puglia e dalla Calabria per deporre ai piedi di Maria le loro pene e chiedere le sue grazie celesti.
La "Madonna del Monte", come viene chiamata dai Cilentani, la cui venerazione risale al 1300, è una statua lignea, in origine rozzamente scolpita e restaurata in epoca moderna.
La Vergine è rappresentata seduta, col Bambino sul braccio sinistro e con la destra atteggiata a distribuire i suoi favori divini.
Il viso bruno, allungato, gli occhi alla greca, tutta la figura slanciata, ci riportano all'iconografia bizantina e alla colonizzazione "basiliana" del primo millennio della nostra era, cioè dei monaci italo-greci, seguaci dei precetti di San Basilio, fondati sulla preghiera, la meditazione e lo studio delle Sacre Scritture.
Essi, fuggiti da Bisanzio e dalla penisola balcanica, in seguito alle invasioni degli Avari e degli Slavi e alle lotte iconoclaste del 726, si rifugiarono nell'Italia Meridionale e, risalendo, trovarono nel Cilento, a quei tempi aspro e selvaggio, con i suoi boschi fittissimi e le mille grotte e anfratti, il luogo ideale per l'isolamento necessario alla loro vita eremitica e cenobitica.
I fondatori del santuario, che in origine era solo un piccolo tempio, sicuramente vissero, all'inizio, in grotte naturali o intorno alla grotta nella quale avevano sistemato l'Immagine della Madonna, alla quale è legata una leggenda, riferita dal monaco celestino Bernardo Conti nel suo libro: "Storia e miracoli della Beata Vergine del Monte Sacro di Novi"
Alcuni pastori di Novi Velia, volendo edificare per loro comodità un piccolo tempio dedicato alla Madonna, alle falde del monte, ed essendo riusciti vani tutti i loro tentativi poiché al mattino si trovava disfatto il lavoro del giorno innanzi, deliberarono di vegliare di notte per scoprire gli autori e portarono con loro un agnello per cibarsene. Ma, sul punto di essere ucciso, l'agnellino sfuggì loro dalle mani e, saltando di balza in balza, arrivò sulla vetta, arrestandosi tutto tremante davanti ad un muro che ostruiva una piccola grotta. In essa era l'Effige della Madonna. Attoniti, i pastori ridiscesero a raccontare l'accaduto ai compaesani e al vescovo di Capaccio, poiché allora non c'era ancora il vescovado a Vallo. Il vescovo si recò sul luogo per constatare con i propri occhi ma, al momento di benedire la grotta, risuonò una voce dall'alto: "Questo luogo è santo ed è stato consacrato dagli Angeli".
Questa la leggenda che, per altro, è comune a molti santuari. Il primo documento storico che parla di una "rupis Sanctae Mariae" nel feudo di Rofrano (l'altro versante del monte) risale al 1131 e si trova in un Diploma dato da Ruggero II, il Normanno, all'abate Leonzio di S.Maria Grottaferrata. Il citato monaco celestino narra che il tempio, ampliato e divenuto santuario, fu posseduto per alcuni anni dal vescovo di Capaccio ma nel 1323 Riccardo di Marzano, Maresciallo del Regno di Sicilia, duca di Sessa, conte di Squillace, barone di Novi, principe di Rossano, lo comprò per darlo in uso ai monaci celestini di Novi, per i quali aveva mutato in convento il suo castello.
L'Ordine dei Celestini, fondato, nel 1264 da Pietro Angelerio, chiamato Pietro del Morrone, (dal monte, vicino ad Isernia, sul quale egli visse da eremita per parecchi anni), divenuto papa col nome di Celestino V, era una congregazione di eremiti i quali, per il loro tenore di vita austero, solitario e contemplativo, erano i più adatti per un santuario posto in cima a un monte alto 1700 metri.
Allorché l'Ordine dei Celestini decadde e si estinse del tutto nel sec. XVIII, il santuario ritornò al vescovo di Capaccio.
Ad ogni santuario è legato il pellegrinaggio, come forma di devozione, insita in tutti i popoli e in tutte le religioni.
Nell'antichità poteva trattarsi di una selva, di un fiume, di una roccia, di un albero, di un monte sacro o di una divinità taumaturgica.
Il Cristianesimo ha offerto alla venerazione luoghi che evocassero un evento divino o una chiesa. Maria Santissima del Sacro Monte è la Madonna del Cilento.
I pellegrini che ogni anno a migliaia accorrono ai suoi piedi nei mesi in cui il santuario è aperto (dal martedì di Pentecoste al 18 novembre), provengono non solo da tutto il Cilento e dalla Campania ma anche dalla Basilicata, dalla Calabria, dalla Puglia e dal Centro Italia.
Le strade carrozzabili, una volta semplici mulattiere ad uso dei carbonai e dei venditori di stecche di neve provenienti dalle "nevere" di monte Belvedere (una delle cime del massiccio; l'altra è il monte Scanno, sul quale una grande croce luminosa, visibile da tutto il Cilento, irradia la sua luce verde sul complesso del Santuario e sulla vallata), sono due: la Vallo - Novi Velia e la Rofrano - Laurito e tutt'e due confluiscono sulla vetta alla prima stazione della Via Crucis.
Il Gelbison, a detta di tutti, è la più bella montagna d'Italia, non solo per la sua vegetazione lussureggiante che arriva fino alla cima, ma specialmente per il panorama che si gode da lassù, che abbraccia tutta l'Italia meridionale, fino alle isole Eolie e, nei giorni molto tersi fino all'Adriatico e la costa balcanica.
Iniziamo la salita, preferibilmente di buon mattino. Scegliendo la strada che parte dal capoluogo, la più vicina a Napoli, si entra subito in boschi di castagni giganteschi.
La strada, con mille curve, prosegue poi in una vegetazione fittissima di ontani e faggi secolari che, partendo da un tappeto di felci, svettano possenti, lasciando a stento penetrare la luce del sole.
Vegetazione intersecata dallo scorrere di ruscelli e torrentelli, da pareti a strapiombo, orridi burroni e colossali massi.
Fra tronco e tronco, ogni tanto l'occhio corre in basso, al panorama ai tuoi piedi, che si allarga a mano a mano che si sale. Laggiù è Vallo, ancora sonnecchiante alle prime luci dell'alba, tutta distesa ai piedi del monte e, un poco più su, ad ovest, la turrita Novi, un tempo sede della più estesa e potente baronia del Cilento.
Prima tappa d'obbligo, Fiumefreddo, una sorgente d'acqua freschissima con l'abbeveratoio per gli animali. Qui si fermano tutti i pellegrini sia nel salire che nello scendere ed è facile incontrare un pellegrinaggio in discesa, i volti soddisfatti, le "frasche" del monte in mano; cantano inni sacri, ridono, scambiano saluti con quelli che salgono.
E, dopo un'altra serie di curve si arriva al piazzale Belvedere, dove sostano i pullman, che non vanno oltre.
E' la prima terrazza sul Paradiso. Le verdi colline sottostanti si alternano alle vallate e decine di paeselli e di borghi ridono sotto il sole appena sorto; castelli e torri svettano sulle alcune cime e laggiù la torre angioina di Velia si profila come un giocattolo su un Tirreno azzurrissimo.
I fiumi Lambro, Mingardo e Alento serpeggiano nelle valli come tenui nastri d'argento; di fronte la sagoma inconfondibile, a pan di zucchero, del Monte Stella e, ad ovest Capo Palinuro, il monte Bulgaria, il Cervati; ad est la pianura di Paestum, tutto il golfo di Salerno con la Riviera Amalfitana e gli isolotti de I Galli, di fronte all'incantevole Positano. (...)
Si continua a salire. L'aria si fa sempre più frizzante e dilata i polmoni. Il profumo delle felci e quello delle fragole, che crescono dovunque, si mischiano a quello delle erbe selvatiche. Ed ecco la vetta.
Da un monticello di pietre, formatosi con quelle portate dai pellegrini in segno di devozione, si erge una croce di ferro e da qui comincia la bella Via Crucis in maioliche del '700, che ti porta davanti al complesso del Santuario.
Oltre la chiesa, ingrandita nel 1908, molto semplice, data l'altitudine, (marmi e sculture si sgretolerebbero al gelo invernale) fanno parte di esso la bella cappella di S.Bartolomeo, patrono di Novi, recentemente restaurata dall'attuale Rettore, don Carmine Troccoli, il convento, la foresteria, un bar, un ristorante, un negozio di souvenirs.
E finalmente ti trovi al cospetto della Madonna che, fra una selva di candele accese ai suoi piedi e fra i riflessi degli ori di cui è ricoperta, sembra sorriderti e il suo sorriso compensa i suoi devoti figli della fatica del viaggio.
E molto commovente vedere arrivare una comitiva di pellegrini sul sagrato. Annunziati dalle loro litanie, dai canti liturgici accompagnati spesso da fisarmoniche e da rudimentali strumenti musicali, si fermano al monticello di pietre, compiono i tre giri regolamentari intorno alla croce ed iniziano l'ultimo breve tratto, ricomposti e in fila, preceduti dallo stendardo del loro paese di provenienza; i più a piedi scalzi per voto o devozione. Un prete o il sorridente Rettore va loro incontro per benedirli e benedire le loro "cente", prima di far aprire le porte della chiesa.
Le "cente", di solito in numero di due, sono i ceri votivi che ogni pellegrinaggio porta, umile dono, alla Vergine. Sono conficcati su ossature di legno leggero, a forma di barca o di torre, a seconda del paese di provenienza e addobbati con nastri multicolori. Delle volte portano anche i "torcioni", che sono delle grandi candele dipinte, come ceri pasquali.
Prima di entrare in chiesa fanno sette giri intorno alle sue mura, (altra tradizione di cui non si conosce il significato), e finalmente le porte della chiesa si spalancano ed è tutto un gridare, un pianto dirotto, trattenuto a stento fino a quel momento, un gettarsi in ginocchio o un correre a prostrarsi ai piedi della Madonna.
Molti compiono in ginocchio il percorso dalla soglia all'altare, implorando la loro Mamma Celeste con gli appellativi più belli; ognuno ha una grazia da chiedere, ognuno depone ai suoi piedi le sue pene e la devozione di tanta povera gente commuove anche gli animi più insensibili.
E' la religiosità popolare nelle sue forme più semplici e spontanee. (...)
Ed infine ci affacciamo alla balaustra del sagrato ad ammirare la magica visione che si dispiega davanti ai nostri occhi. E uno spettacolo mozzafiato: davanti a noi, al di là del monte Stella, l'infinito Tirreno azzurro; ad est, oltre la Costiera Amalfitana, Li Galli, Capri, i monti della Basilicata, la Sila e, ben visibile lo Stromboli col suo pennacchio di fumo; a sinistra Capo Palinuro, Sapri, il golfo di Policastro e i monti Bulgaria, il gruppo del Cervati e l'Appennino Centrale. (...) E mentre i pellegrini si apprestano a riposare, in attesa delle funzioni religiose dell'indomani, dopo un ultimo saluto alla Vergine, prendiamo la via del ritorno, non senza aver visitato "II giardino della Madonna", il punto più alto del Gelbison ed aver bevuto " L'acqua della Madonna", che scaturisce ai piedi della roccia sulla quale si erge la chiesa. Lassù un senso di pace, di serenità ha colmato il tuo cuore: hai ritrovato te stesso; ti sei sentito, nell'immensità del Creato, più vicino a Dio.

Testo tratto da:
Renata Ricci Pisaturo
Il fascino di un monte: il Gelbison


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La ragione per cui Novi Velia ai nostri giorni è conosciuta non solo in tutto il Cilento, ma nella Lucania, nella Basilicata, nella Calabria e, per mezzo degli emigrati, in tanti altri paesi dell'Europa, delle Americhe e dell'Australia, non sta nella sua storia, anche se abbastanza interessante, ma nel suo Santuario della Madonna del Sacro Monte, meta fin dai tempi antichi di numerosi e devoti pellegrinaggi.
A Novi il pellegrinaggio al Sacro Monte in "compagnia" lo si fa in occasione dell'apertura del Santuario, che ora avviene l'ultima domenica di Maggio, con un rituale che affonda le sue radici nell'antichitá. Non sto qui a descrivervi come si svolge questo pellegrinaggio. Molti altri lo hanno fatto nel passato e recentemente in libri, riviste e giornali. Conoscere le tradizioni e conservarle è cosa utile, anzi doverosa. Però ancor più utile a me sembra studiarne e conoscere l'origine, la fonte. Ebbene, come e quando nasce il pellegrinaggio al Sacro Monte? Per rispondere a questa domanda mi si permetta di richiamare la vostra attenzione sul titolo del Santuario:
Madonna del Sacro Monte.

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Sono innumerevoli i santuari che la pietà del popolo ha eretto a devozione della Madonna e ognuno di essi con una sua denominazione speciale. Alcuni titoli, talvolta anche molto strani, stanno ad indicare come viene raffigurata l'immagine sacra, o il fatto storico o leggendario che ha dato origine al Santuario stesso. [font=Courier]Si pensi per esempio alla Madonna del Granato, della Catena, delle Galline, della Navicella, del Restello, del Frassino, dell'Olmo, ecc. Alle volte la denominazione deriva dal luogo città o paese che sia, dove sorge il santuario: la Madonna di Pompei, di Loreto, di Lourdes, di Fatima, di Guadalupe [/font]e via dicendo.
Allora vien fatto di chiederci: perchè il Santuario della Madonna di Novi Velia si chiama
"Santuario della Madonna del Sacro Monte"? La risposta mi sembra abbastanza facile, quasi dissi lapalissiana: perché il Santuario é sorto su un monte già sacro. Tutti sappiamo che il Santuario è antichissimo. Il primo documento in nostro possesso che ce ne attesta l'esistenza è del 1131. C'è chi sostiene che il Santuario fú fondato dai Padri Basiliani. Se cosi è, ci troviamo al 700 dopo Cristo. Ma anche allora il monte era considerato sacro. Che tale fosse, ce lo attesta la parola "Gelbison", parola araba, coniata dai Saraceni. Cosi essi battezzarono il monte quando, approdando sulle nostre spiagge per saccheggiarle, videro la scura linea del crinale del monte stagliarsi netta nell'azzurro del cielo.
Molti interpretarono questa parola: "Monte del Sole". Circa sei anni fa, nell'Ottobre del 1983 andai in pellegrinaggio in Terra Santa. L'autista del pullman che ci trasportò nelle varie località durante tutta la settimana del pellegrinaggio, era un arabo. Parlava molto bene l'italiano. Una mattina mi sedetti sul seggiolino accanto al suo posto di guida e gli dissi: "Senta, io sono parroco di un paese alle falde di un alto monte che si chiama Gelbison. Che vuol dire Gelbison?" Mi rispose immediatamente: "Monte dell'idolo". I Saraceni dunque sapevano che sulla vetta del monte c'era un santuario dedicato alla Madonna che per loro era "un idolo". Facciamo ora un altro passo indietro, un passo lungo di oltre 1500 anni, quando sullo stesso lido sbarcarono i Focei. Sono di origine greca. Ogni altura per loro era sede di una divinitá. Basta pensare all'Olimpo, la cima più alta della Tessaglia e di tutta la Grecia . Con i suoi 2917 metri di altezza era considerato addirittura sede di tutti gli dei.
Anche i Focei rimangono affascinati dal monte che s'innalza fino al cielo poco lungi dalla loro nuova città. Ne ammirano la rigogliosa vegetazione di varie specie di alberi di alto fusto, rimangono incantati dal mormorio dei mille e mille ruscelli che serpeggiano tra il verde del sottobosco. Tutta una splendida natura, frutto della divinità, anzi, per loro, Divinità essa stessa. Ed ecco sorgere in essi l'idea che quella vetta sia sacra, degna di essere la sede di qualche divinità, forse della dea Hera. Credete che stia vaneggiando? No, signori. Ne ho le prove. Possiedo alcune foto di reperti venuti alla luce nel Maggio 1960 quando sulla vetta del Gelbison si fecero degli scavi per piazzarvi i tralicci di sostegno ai ripetitori del telefono. Si tratta di una tanagra* e di un serpentello di bronzo, oltre al alcuni cocci.
Sono oggetti votivi per propiziarsi la feconditá. Da quanto sappiamo, le tanagre si fecero fino e non oltre il 200 avanti Cristo. Ciò vuol dire che almeno due secoli avanti Cristo, sulla vetta dell'attuale monte Gelbison ci doveva essere un tempio. Con il tempio nasce il pellegrinaggio. Si va al monte per pregare la Divinità. Anzi tutte le principali sette alture che dominano l'immenso emiciclo dal monte Stella al monte Catona, diventano sacre, dedicate ciascuna ad una delle tante divinitá femminili pagane. Con l'avvento del Cristianesimo diventano tanti santuari tutti dedicati alla Madonna, sia pure con titoli diversi: ed ecco la Madonna della Stella, della Civitella, del Sacro Monte, ecc., Madonna che il popolino nella sua ingenua pietà chiama "le sette sorelle".


La centa

Ed eccoci alla tradizione della "cénta", cioé il dono che a nome della "compagnia" dei pellegrini viene portato al santuario da una ragazza nubile. Non è qui il caso di perdere tempo a descrivere la "cénta". E' una parola prettamente dialettale e più propriamente dal dialetto meridionale. Non sono per nulla d'accordo con quanti ritengono che "cénta" derivi dalla parola "cénto" e che stia ad indicare il dono di cento candele, come trovo scritto a pagina 486 del primo volume di "Storia delle Terre del Cilento Antico". Infatti nel dialetto meridionale la parola italiana "cénto" suona "ciénto" con dittongo e la "e" larga, mentre nella parola " cénta" manca il dittongo e la " e " é stretta. A mio modesto parere l'etimologia della parola "cénta" si trova in una doppia metafora. Ho detto dinanzi che la "cénta" deve essere portata da una ragazza nubile il cui nome a Novi viene sorteggiato la vigilia del pellegrinaggio. E' tradizione che la ragazza trovi marito entro l'anno. Questa ragazza ha il diritto e il dovere di portare la "cénta" sulla testa al Pinizio e al termine delle processioni, quando si entra nella chiesa parrocchiale e quando se ne esce e, a maggior ragione, nell'entrare nel Santuario e nell'uscirne. Anche qui dobbiamo rifarci ai tempi antichi. Le ragazze greche, cosi come quelle romane, portavano il cinto, cioè una fascia attorno ai fíanchi, fascia che veniva sciolta dal marito nella notte nunziale. La donna che a nome di tutta la "compagnia" portava i doni al Santuario doveva portare il cinto, cioè doveva essere cinta, segno della sua verginità. Non per nulla anche ora di una donna in stato interessante si dice che è incinta, cioè: non cinta. Ecco quindi la prima metafora. La ragazza che porta il cinto è "cinta" che in dialetto diventa "cénta" con la "e" stretta. A sua volta anche il dono da lei portato, per metafora diventa "la cénta".
I santuari








Cenni storici su Novi

Le sue origini si perdono nei secoli, probabilmente doveva essere un villaggio fortificato già al tempo degli Enotri, popolazione originaria del Peloponneso, stanziata fin dal 1000 a. C. nella Calabria settentrionale, nella Basilicata sud - occidentale e nell'attuale area cilentana. A testimonianza di ciò ci restano dei ritrovamenti effettuati nel 1960 di una statuetta fittile "Tanagra", di un serpentello di bronzo e di alcuni cocci di lampade votive, che si pensano essere provenienti da un santuario dedicato alla dea Era. E', infatti, lecito supporre che sulla cima del monte, o nelle vicinanze, sia sorto un tempio dedicato a questa dea.
In seguito (IV sec. a. C.), Novi, da villaggio fortificato, divenne fortezza della "Kora Velina". Si può anche supporre che i Focesi di Elea fossero legati ai fratelli Enotri da motivi economici, infatti, tra le "Crete rosse" trovarono il ferro e, sulle pendici del monte il legno, elementi indispensabili per costruire le loro navi.
In epoca romana, forse continuò la sua funzione di presidio a guardia, come in passato, della "Via del Sale" che da Velia raggiungeva l'interno.
La prima notizia documentata dell'esistenza di Novi, però, si trova in un diploma del 1005 con cui il principe di Salerno Guaimario IV fa dono dei suoi possedimenti a Luca, abate del monastero di Santa Barbara, sito in territorio "de Nobe".
I normanni Umfredo e Guglielmo d'Altavilla, che avevano esteso i loro possedimenti nel Cilento, spostarono la curia da Sicignano a Novi e la affidarono a Guglielmo de Magna, ossia de Alemagna. Al tempo della guerra del Vespro (1298) proseguirono i lavori di costruzione del nuovo palazzo feudale iniziato da Guglielmo Marzano, che sostituì il castello longobardo, donato ai Celestini assieme al santuario della Vergine del Sacro Monte. La partecipazione dei Marzano alla Congiura dei Baroni, portò al sequestro dei loro beni.
Novi fu venduta dal re al suo maggiordomo, appartenente alla famiglia Carrafa, che ne mantenne il possesso fino al 1513.
Nel 1647 Gironimo Carrafa resse la baronia in qualità di tutore della principessa Eleonora, che sposatasi a Novi, rimase presto vedova e morì senza eredi.
All'avocazione alla corona del feudo seguì la vendita a Flavio Orsini, duca di Gravina; ma la baronia tornò alla famiglia con Gaetano nel 1682. Un suo discendente, Ottavio, ottenne il titolo di marchese (1752). Quest'ultimo, morto nel 1764, lasciò i suoi beni al figlio Giuseppe, che detenne il potere sino alla soppressione del regime feudale.


Fonte: www.comune.novivelia.sa.it/index.asp

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