La Madonna di candellecchia a Trasacco

Luoghi di devozione alla Madonna

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La Madonna di candellecchia a Trasacco

Messaggio da Redazione » ven mag 20, 2005 12:59 pm

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Il Santuario si trova nel territorio di Trasacco ai confini con Luco dei Marsi, a circa quattro Gin. dall'abitato, a 891 mt. di altitudine e a 300 mt. dentro un folto bosco. A chi viene da Avezzano ed arriva a Luco dei Marsi o appena esce da Trasacco per Avezzano subito balza agli occhi per la sua forma inconfondibile, come perla rilucente in mezzo ad un manto verde. E' il Santuario della Madonna di Candelecchia, il montano sacro luogo che ogni trasaccano ama gelosamente perché custode delle più commoventi tradizioni, di una delle pagine più gloriose della sua Storia.

Vi si accede con tutti i mezzi per una strada battuta, pianeggiante fino all'inizio del bosco da qui la strada inizia a salire con dei tratti in sensibile pendenza. Il tratto di strada che si inerpica per il bosco è stato realizzato nell'anno 1956 a cura dell'Ente Fucino dietro interessamento del Capitolo di Candelecchia e principalmente del Maestro Ippoliti Francesco allora sindaco di Trasacco. Già da due anni sono stati stanziati i fondi per il manto d'asfalto e si spera che l'opera venga al più presto realizzata per venire incontro ai continui gruppi di turisti e pellegrini, sempre più numerosi, richiamati dalla pietà verso la Madre di Dio, dal luogo incantevole, dall'aria balsamica e dall'acqua della fonte che sgorga da viva pietra a cento metri sotto il Santuario.

Questa sorgente che ha la sua importanza, come vedremo, nella denominazione del posto, merita tutta l'attenzione da parte degli interessati al suo sfruttamento industriale perché è efficacissima ad eliminare i calcoli renali ed altri inconvenienti del genere. Già il Febonio e più specificatamente il Corsignani, ne parlano con elogi sperticati per la sua azione curativa. Oggi gli analisti la paragonano all'acqua di Canistro e di Fiuggi, ma i trasaccani la bevono più per devozione e in casi disperati di malattia la richiedono sempre.
Il nome " Candelecchia " può aver avuto origine da tanti motivi che si intrecciano con la tradizione popolare, con la fonte innanzi accennata, con il bosco ad alto fusto e con le necessità temporali della popolazione.

La Tradizione

Essa ci ha tramandato che in un tempo molto lontano un boscaiolo nel tagliare legna notò una grotta da cui usciva una luce straordinaria. Si avvicinò, entrò e trovò il quadro della Madonna con delle candele accese. La notizia si sparse in un baleno nel circondario e siccome nessuno era stato a depositare in quel luogo il quadro, il rinvenimento fu considerato come espressa volontà della Madre di Dio di voler essere onorata in quel luogo. Dalle candele accese, il futuro oratorio e il luogo prese nome: « Madonna di Candelecchia ».
"Da notare che in dialetto i mozziconi di candele sono detti cannelicchi".

La Fonte

La seconda ipotesi fa risalire la denominazione alla sorgente d'acqua vicina al sacro luogo. Un piccolo romitorio con annessa chiesetta dedicata alla Madonna doveva già esistere sopra la fonte. Caduto in oblio il fondatore eremita, è rimasto il binomio: Madonna - Acqua, da cui Madonna di Candelecchia, cioè Madonna dell'acqua candida (dal latino: candida aqua).
Se questa ipotesi è più vicina al vero, siamo riportati molto, ma molto più indietro nel tempo da quello che i primi documenti scritti ce ne parlano. Infatti i nomi che finiscono in: ecchio, acco, icchio, igia quasi tutti riferentisi all'acqua, sono di origine indub biamente latina. Basta pensare al nome " Trasacco " da latino Trans Aquas = Al di là delle acque.

In questo caso la devozione alla Madonna con il relativo romitoio e Oratorio rimonterebbe ai primi secoli cristiani e forse quella piccola cappella dovette essere uno dei primi santuari mariani del circondario. E' interessante notare come, secondo la tradizione, la leggenda e i documenti scritti, i Santi Cesidio e Rufino dedicarono alla Madonna sotto il titolo della Immacolata Concezione il primo nucleo della Basilica di Trasacco sorta sulle rovine dell'anfiteatro romano. Oggi nella piana sottostante non ci sono abitazioni, ma nei lontani tempi per essa passava obbligatoriamente una diramazione della strada consolare Tiburtina-Valeria che raggiungeva i vari centri della Valle Transaquana (1).

Secondo l'uso antico i servi della cleba avevano sul proprio terreno casa e sepoltura; dai lavori dei campi infatti vengono fuori testimonianze di stazioni preromane e romane. Poco distante da Candelecchia fu identificata una necropoli preromana di cui parla Loreto Orlandi nella sua opera: « I marsi e l'origine di Avezzano », pag. 229; in località Collicino, immediatamente sotto il Santuario furono rinvenute le due epigrafi della famiglia TORINIA (2). Potrebbe darsi che nel passaggio dal paganesimo al cristianesimo i cristiani abbiano voluto erigere in questo posto una edicola alla Madre di Dio. L'altitudine e il luogo solitario non devono ingannare; ci sono tanti altri luoghi simili e ad altitudini superiori nel territorio di Trasacco dedicati alla Madonna, come quello detto la Mària, luoghi che affondano le radici nel paganesimo.

Corre il dubbio che al tempo della costruzione della prima edicola, la sorgente d'acqua minerale fosse più vicina al Santuario, se non proprio nelle adiacenze.
Infatti, secondo il parere degli esperti e per tramandata voce degli antenati, la falda acquifera da cui deriva la sorgente è in senso NORD-EST - SUD OVEST, di modo che proseguendo a salire veniamo a toccare il Santuario.
E' sintomatico il fatto che nel periodo da novembre a fine maggio, quando la falda acquifera è sovrabbondante, fuoriesce acqua a pochi metri dal Santuario, ad una altezza fortemente superiore dall'attuale fonte.

Il Bosco

La terza ipotesi si rifà ai documenti storici che ci riportano ai secoli XI-XII allorquando i Conti dei Marsi, abitanti in Trasacco, nella Torre, donarono tutto il sacro colle al Capitolo di S. Cesidio. Nelle varie e ripetute donazioni (la prima del 1098 fatta da Berardo e la Contessa Gemma; la seconda del 1120 fatta dal Conte Crescenzo; la terza del 1198 fatta da Pietro I di Celano) si parla di CANDELAE che indicano alberi di alto fusto. Anche oggi nel linguaggio dei muratori per candele si intendono lunghe travi. Di modo che, in questo contesto, la denominazione: « Madonna di Candelecchia » verrebbe a significare: Madonna del bosco ad alto fusto. L'origine del nome acquisterebbe, in tal caso, una spiegazione più realistica, ma non spiegherebbe la finale della parola che certamente, come in nomi simili, si riferisce all'acqua.

Sentimento Religioso

La quarta ipotesi è un po' sentimentale, ma con fondamento ugualmente valido. Tutti sanno quanto i contadini desiderano l'acqua nei mesi di aprile maggio; è noto il proverbio: « l'acqua di aprile, ogni goccia un barile ». il contadino cristiano chiede l'acqua dal cielo; quando è angustiato dalla siccità, prega, si raccomanda ai Santi, implora l'intercessione della Madonna. Ebbene la Madonna di Candelecchia non ha mai deluso il Trasaccano.

Forse anche per questo la Madre di Dio venerata lassù in montagna è chiamata: « La Madonna dell'acqua », e nel periodo di siccità l'acqua è sempre bella, buona, candida; candida acqua Candelecchia. Tutte queste ipotesi, con riferimenti alla storia antica, a quella medioevale, a motivi locali, a substrati sentimentali o religiosi possono avere ed hanno senz'altro la loro parte di buono e di vero. Ci piace esporre un 'altra ipotesi suggerita dal retto senso etimologico della parola « CANDELECCHIA », e che costituisce come un riepilogo delle ipotesi esposte. Effettivamente ci sarà stato il rinvenimento del quadro miracoloso, entro una grotta da cui usciva acqua e con delle candele accese.

Il nome coniato veniva ad indicare: Madonna della luce e dell'acqua = Candelecchia. Gli elementi materiali molto bene si inseriscono nella dottrina mariana. Senza acqua e senza luce non c'è vita fìsica; senza l'acqua della Grazia e senza la illuminazione divina non c'è vita soprannaturale. Per mezzo di Maria è venuto a noi Gesù; Maria è Madre di Dio e Madre nostra; il concetto è sublime.

Da premettere che nel 1070 tutto il territorio di Luco e maggior parte del territorio di Trasacco, compresa Candelecchia, era di appartenenza dei Benedettini di S. Maria di Luco, come risulta da una donazione che qui vale la pena riportare nella traduzione di Cesidio Tarquini di S. Benedetto dei Marsi:

« Nell'anno 1070, addi 9 Novembre, io Berardo Conte dei Marsi, figlio del Conte Berardo, nella sede del monastero di Cassino, presenti Desiderio abate dello stesso monastero con ì suoi monaci, per la salute dell'anima mia e dei miei figli e Per la redenzione delle anime dei miei Munti, offro a S. Benedetto la Chiesa di S. Maria di Luco con il Castello che sta sopra il monastero, e con tutte le sue Pertinenze entro i confini che qui definiamo: dalla riva del Fucino sale Per il monte Pinna e si stende fino a Suinazzola; sale quindi al Monte Termine e si allarga fino alla serra di Longagna e da qui scende fino alla località detta Canale arrivando alla metà della Valle di Trasacco e da qui torna alle rive del Fucino.

Tutto ciò che si trova entro questi confini concedo in libera proprietà al convento di S. Benedetto ed ai suoi rettori e superiori in perpetuo, senza alcuna Possibile contraddizione mia e dei miei eredi o di altri Per Parte mia. Se io o i miei eredi cercheremo di mutare in qualsiasi modo questo atto di donazione e vorremmo sottrarci a quanto in esso è stabilito saremo soggetto ad una multa di 100 once d'oro. Questo atto di donazione Precisato in ogni suo particolare, che deve rimanere stabile in perpetuo, è stato scritto per mano del giudice Giovanni, notaio, controfirmto dai testimoni che sono stati presenti e lo approvano con le firme dei loro nomi. Segno di mano del Conte Berardo che ci chiese di redarlo di Ugo, detto anche Alberto di Giovanni nobile cittadino degli Abellini di Patricolo figlio di Rodolfo.
Io giudice Giovanni redassi e pubblicai ».


Gli immediati successori non rispettarono la donazione di qeud! Berardo rivendicando il possesso di tali beni, ma in seguito artisti furono ridistribuiti in parte ai Benedettini di Luco e in parte alla Chiesa di Trasacco (1).

Delle tre donazioni accennate in precedenza la terza riguarda il diritto di pesca nel Fucino e non rientra nell'argomento. La prima, di carattere più generale, è di questo tenore:
« Nel nome del Signore eterno, amen. Nell'anno 1098, nel mese di giugno, io Berardo Conte dei Marsi, insieme a mia madre Gemma, di nostra spontanea volontà per la redenzione delle anime nostre e quelle dei nostri parenti per oggi e in eterno doniamo e trasferiamo alla chiesa di S. Rufino e San Cesidio in Trasacco tutte le nostre terre e singole possessioni di questo circondario, i redditi annui e i debiti che chiunque ha verso di noi e di ognuno che tiene case, orti e tenimenti entro il circondario di Trasacco e di tutti quelli che tengono case e orti avuti dai nostri progenitori, con tutte le vie e piazze pubbliche del paese e con tutti gli edifici costruiti in qualsiasi località del paese di Trasacco.Dalla detta Chiesa nessuna località escludiamo fuorchè il palazzo e l'abitazione nostra presso la porta del paese attraverso la quale si sale nella nostra rocca e nella abitazione di Guffone Saraceni nostro milite e maestro di armi. Come sopra detto, tutte le nostre cessioni sono libere da ogni diritto ereditario e diamo in perpetua proprietà alla canonica della suddetta chiesa. Né altri fuor del solo clero della detta chiesa saranno riconosciuti possessori di detti tenimenti, case, nonchè dei diritti di concessione fatta dai donatori sulle predette possessioni. Noi e i nostri successori promettiamo di difendere tale concessione da ogni persona e in ogni tempo in perpetuo, come si precisa nell'atto presente. La nostra abitazione e quella del predetto nostro milite e maestro Guffone, riteniamo libere e franche dove sono situate.

Se noi e i nostri eredi promoviamo qualche lite in merito incorriamo nell'ira di Dio; se qualcuno nelle suddette concessioni osasse sottrarre o diminuire in qualsiasi modo qualsiasi cosa, non sia ritenuto tra i giusti, ma il suo nome sia cancellato dal libro della vita e come Giuda, Pilato e Caifa sia condannato all'inferno ed alla eterna scomunica e sia multato di 300 -libre d'oro a favore della detta Chiesa. A garanzia rimanga eterna la firma nostra al presente atto. Io conte Berardo e la mia madre Gemma, insieme al venerabile vescovo Andrea, con Taddeo prete, abate della predetta chiesa, Marino canonico, don Angelo prete, don Prospero Rìccardo prete, Jacopo De Carminis prete, Elia Pandolfo diacono, Stefano sacrestano, tutti della detta chiesa ed altri giudici nostri sottoscrittì; con Giuseppe Saraceni, signor Massaro della Rocca del Castello di Trasacco, signor Gentile di Alba, signor De Fortis, signor Giulio di Aiellì, signor Odorisio, signori Pandolfo di Celano nostro maestro e consigliere; di nostra volontà facciamo la presente dichiarazione e la celebriamo davanti all'altare di S. Cesidio. Tutti coloro che trasgredissero le presenti promesse siano condannati e scomunicati e da tutti respinti. FIAT, FIAT, AMEN!

Questo atto è stato scritto da me Filippo di Alba, notaro , insieme al conte Berardo ed alla contessa Gemma che lo hanno ordinato e disposto.

Firma del sopraddetto Conte Berardo e per garanzia da me invitati e conosciuti e intervenuti di Guffone, Massaro, Gentile, Enrico, Gisino, Pandolfo, Odorisio. lo Filippo notaro, invitato dal sopraddetto Conte Berardo e Contessa Gemma scrissi e redassi. Firma di Filippo ».


Più interessante al nostro scopo la seconda donazione, abbastanza dettagliata di cui riportiamo solo il testo in italiano:
Nel nome del Sommo ed Eterno Dio, nell'anno della Incarnazione del Signore 1120, Indizione XIII, nel primo anno del Signor Papa Callisto, undicesimo del Signor Berardo Vescovo Marsicano, Io Crescenzo Conte dei Marsi, figlio di Berardo Conte dei Marsi di buona memoria, pregato da Landolfo (Saraceni) figlio di Egidio e dai nostri sudditi; in onore e per amore di Dio e dei SS. Martiri Cesidio e Rufino, per la redenzione mia, e dei miei genitori e per l'anima di mio fratello Federico; della mia eredità e pertinenza della mia detta Contea, precisamente nella Terra dì Trasacco le abitazioni nel piano riservate al culto e in montagna uno spazio di terreno a sostentamento dei Chìerici della detta Chiesa di S. Cesidio in servizio divino: metà della Valle che è detta Formentino, con i castagni ivi esistenti e tutti gli altri alberi, dalla metà di detta Valle fino alla sommità, salendo per Monte Erboso fino alle Grotte chiamate CentoDozzi; discendendo per la Valle di CANDELE fino alla pianura e al di sopra. di nostra spontanea volontà per Darte nostra e dei nostri eredi in perpetuo confermiamo, rafforziamo, accettiamo e di nuovo concediamo e trasferiamo alla Dredetta Chiesa tutto il circondario del Castello di Trasacco con le servitù con esso confinanti. i redditi da riscuotere e gli affitti delle case, degli orti, dei tenimenti e dei del quadro della Madonna con delle candele accese.

Più inverosimile la derivazione dalla sola acqua della fonte; infatti dal latino: candida aqua dovrebbe uscir fuori la parola: CANDIDACCHIA o CANDIDECCHIA, ma noi abbiamo la parola: CANDELECCHIA (2). Insomma, tutto fa pensare che il nome si riallacci alla tradizione e che l'origine del Santuario si perdi nel tempo prima del mille (3). Da Don Nicola Ansini, parroco di Luco, ci è stata suggerita un'altra origine che però, a nostro parere, puzza di campanilismo. Secondo D. Nicola, il nome Candelecchia deriverebbe dalla voce dialettale: CANELECCHIA e sarebbe un diminutivo di Canale, località opposta a quella in considerazione. I trasaccani, nella causa di Stato contro il Comune di Luco, avrebbero coniato questo nome per dimostrare il millenario possesso della località, invece di quella del vero Canale.

E' facile respingere questa tesi che cozza contro la Tradizione, la Storia, la Documentazione, la Toponomastica... La catena dei monti è intersecata da una valle di notevole lunghezza, che iniziando da Sud-Est, ha sopra di se vastissimi monti i quali dividono i Marsi dai Volsci sopra la Valle di Collelongo dall'angusto inizio dell'Aceretta. Ma allorquando discende si amplia in uguale misura prendendo una lunga forma quasi triangolare, specialmente se si guarda dal lato maggiore della base che da Trasacco arriva alla Valle di Candelecchia».

E a pag. 155 così leggiamo:

« In proximo monte ad 11 M. P. alterum ciusdem Sanctissimae Virginis de Candelicchia dictae, in solitaria Eremo gelidis latícibus, et agrestibus pomorum fructibus, delectabili diuturnitate et frequentia notum ».

« In un vicino monte, a 11 mila piedi di distanza (mt. 3256), esiste un'altra chiesa dedicata alla stessa Santissima Vergine detta di Candelecchia in un Eremo solitario, assai noto e per le gelide sorgenti e per gli agresti frutti di agrumi e per il dilettevole soggiorno e la frequenza». Il cuore del Santuario è naturalmente la pittura che riproduce la Madonna col Bambino. Riportiamo le impressioni con le abbiamo espresse nel libro:

"Trasacco e i suoi tesori" :


« Come oggi si ammira, poco c'è da vedere del romano, del bizantino o del romanico, sebbene non manchino elementi dei tre periodi: appare romano lo sfondo, creato dalla nicchia profonda, decorata da una cornice che sviluppa il volume coi suo prolungamento esterno alla nicchia stessa; appaiono bizantini gli occhi a mandorla della Madonna; appare romanico il Bambino nel suo movimentato tentativo di aggrapparsi alla Madre nello stesso tempo di voler guardare quelli a cui la Madre lo vuole mostrare; ma nell'insieme la rappresentazione è tutta un incanto di alta religiosità popolare come popolare è il grande velo del capo, come popolari sono il giubbetto e la lunga veste che ricordiamo nelle nostre nonne. Qual'è il motivo ispiratore di questa incantevole pittura che più si guarda e più si rimane incantati, sprofondati nel mistero che vuole esprimere? Il punto di partenza è quel libro che la Madonna tiene aperto sulle ginocchia, libro dove certamente non avrà più letto la profezia della sua glorificazione ormai avverata nel dare alla luce Gesù, ma quella della Passione e della Morte del Bambino, dei dolori che ancora devono venire, preannunciati da Isaia, confermati da Simeone.

Quella pagina dà il tono a tutta la pittura in una gentile e insieme drammatica interpretazione psicologica degna dei più grandi Maestri. Del resto se l'opera viene annoverata tra quelle che vanno sotto il nome di « S. Luca » forse è perchè questo Evangelista, essendo stato medico, meglio degli altri tre ha potuto comprendere il dramma derivante dal conflitto tra la carne e lo spirito, tra l'affetto materno e la rinuncia per una causa superiore. Si rifletta sul viso della Madonna tutto soffuso di infinita mestizia al pensiero di tristi futuri eventi; distoglie lo sguardo da quel libro fatidico che ricade sulle ginocchia in un atteggiamento di profonda spossatezza spirituale, mentre gli occhi smarriti guardano all'infinito; ma nello stesso tempo quanta dolcezza, quanta rassegnazione emana il suo volto pacato tondo non stirato, non scarnito dal dolore!

E le dita della mano sinistra, appena si mostrano e arrivano a sfiorare il Bambino nel duplice tentativo di stringere al petto la creatura e nello stesso tempo di offrirla alla umanità come vittima per i peccati. Si rifletta ugualmente all'atteggiamento del Bambino: mentre con la manina destra si aggrappa al seno materno, ripiega il piedino sinistro su di esso in cerca di protezione, ma il piedino destro è già pronto allo scatto in una attuale rinnovazione del grido: ECCE EGO, MITTE ME. Penso sia difficile trovare un'altra pittura dove il FIAT della Madre e del Figlio sia interpretato con tanta drammaticità e semplicità insieme. Quando è stata eseguita la pittura? Come noi l'ammiriamo, è opera originale o è stata ritoccata attraverso i secoli? Sono interrogativi che vanno giustamente fatti, data l'importanza eccezionale dell'opera.

Certo, a giudicarla dalle linee attuali, è difficile riportarla al secolo X; tuttavia nessun motivo vieta di riportarla a questo secolo e ammettere nello stesso tempo che essa sia stata ritoccata da artisti posteriori. Anche il Mezzadri si esprime in tal senso: « Il più pregevole della Chiesa suddetta di S. M. di Candelecchia è l'adorabile immagine della Beatissima Vergine dipinta sopra una tavola di noce, rappresentante sostenere tra le braccia l'Unigenìto e Amatissimo Figlio suo Gesù Redentore. E perchè la maniera, il disegno e il panneggiamento di essa è alla foggia e antica costumanza di dipingere, da alcuni si crede di essere pittura di San Luca; che sia vero o no, si lascia giudicarlo da persone di saggio discernimento ».



La Fonte http://www.sezione11.terremarsicane.it/ ... 2/orig.htm

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